La settimana sportiva: l’analisi di Cittadella – Bari

Il Bari, domenica, affrontava una sfida cruciale a Cittadella, una partita che si annunciava come l’ennesimo “viaggio della speranza” in una stagione segnata da molteplici tentativi vani di salvezza. Il Cittadella, sebbene già salvo, non aveva intenzione di abbassare la guardia, puntando con ambizione ai playoff promettendo di non fare regali. Per il Bari, invece, la posta in gioco era altissima: una vittoria era indispensabile per evitare un doloroso terzultimo posto che avrebbe condotto, senza mezzi termini, direttamente alla retrocessione senza passare dai playout.

L’atmosfera era carica di tensione ma anche di speranza, con oltre mille tifosi che hanno seguito la squadra nonostante le continue delusioni. Questi fedeli supporter, traditi dalle promesse non mantenute della società, non hanno mai smesso dimostrare il loro affetto indomito verso i colori biancorossi. Le loro voci e i loro canti hanno risuonato al “Tombolato” nel tentativo di spingere la squadra oltre gli ostacoli, in un pomeriggio dove il risultato avrebbe potuto, e dovuto, segnare il destino del club.

“Qui si fa l’Italia o si muore”, questo il sentimento palpabile tra i tifosi e i giocatori; una battaglia non solo sportiva ma anche simbolica, dove “parrà la tua nobilitate” echeggiava come un monito per tutti. Era una partita da dentro o fuori, un momento di verità per il Bari, che cercava di aggrapparsi a ogni speranza pur di rimanere nella categoria. Ed invece, per l’ennesima volta, stiamo parlando di una sconfitta virtuale e non di un pareggio, perché questo punto profuma di resa definitiva.

Mezza rivoluzione nella formazione mandata in campo da chi gestisce la squadra (già: chi ne determina la formazione e i cambi?): dentro, a sorpresa, Lulic e Acampora, per giunta trequartista, titolari col rientro di Benali. E meno male che questo Bari aveva sette attaccanti e doveva produrre gioco sulle fasce. Segno dello sbando totale che regna nella squadra e nei quadri tecnici, ma soprattutto in società. E meno male che questa squadra era fortissima. E meno male che questa squadra era più forte di quella dello scorso anno. E meno male che l’obiettivo erano i playoff. E meno male che si sarebbe aggredito il mercato sia a luglio che a gennaio. E meno male che Marino era un maestro di calcio. E meno male che Iachini era l’allenatore esperto. E meno male che Mignani rappresentava la continuità in una squadra ed un ambiente già rodati. E meno male non so bene cos’altro.

Quante parole dette, quanti errori fatti, quanti orrori visti. Ma dove vuole andare questa squadra, pardon, questa “non” squadra? Perché se questa è una squadra, allora il Parma o il Lecco, volenteroso mai domo, cosa sono? Ma non prendiamoci in giro. Questo insieme di giocatori, perché solo di insieme matematico si può parlare, è un condensato di nullità, di gente senza cuore e senz’anima, di senza carattere, di senza determinazione, di senza qualità, di senza niente. E se non vince da tre mesi, come si può sperare che venerdì sera batta il Brescia e, di conseguenza, almeno una volta la Ternana? Ditemelo voi, magari voi siete più ottimisti ed illuminati. Qui non si tratta di essere ottimisti (lo ero e lo predicavo da luglio fino a dicembre) e di non essere disfattisti: qui si tratta di essere realisti e, ahimè, prepararsi al peggio. Purtroppo.

Ma come si fa ad accontentarsi del pareggio negli ultimi trenta minuti del secondo tempo, tirando i remi in barca contro un avversario, sì coriaceo, che ha adottato un pressing alto e asfissiante quanto volete e che senza dubbio avrebbe meritato di vincere (clamorosa quella occasione di Rizza sul finale), ma di fronte si aveva pur sempre una squadretta di metà classifica, dunque ampiamente alla portata. Già, ampiamente alla portata, ma di chi? Di una squadra con gli attributi, di una squadra intrisa di cuore, di determinazione, di motivazioni, di anima, non di un condensato di bradipi. Non ricordo, in tutta franchezza, una squadra così sciagurata quanto meno negli ultimi venti-venticinque anni, forse le squadre di Lipatin, Di Muri, Motta, Di Gregorio, Sergeant erano almeno scarse, ma questa è ancora meno scarsa, è il nulla. E basta con la storia che questa squadra non ha una precisa identità. Questa squadra un’identità ce l’ha, eccome. La sua è un’identità descritta in un quadro bianco incolore. In campo quell’agglomerato di uomini che calca l’erbetta senza divorarla, dà l’idea di non saper fare nulla quando ha il pallone tra i piedi, si va avanti a colpi di improvvisazione. Poi vogliamo parlare dei cento moduli tattici cambiati nei 90 minuti da nove mesi a questa parte? E’ ovvio che, poi, non ci si capisce più niente e si va in tilt. Già la rosa è quella che è, poi ci si mettono pure i tecnici, i DS o chi per loro, a disegnare il modulo ogni santo quarto d’ora, e allora è inutile che stiamo a discutere.

Ma come si fa a condurre una partita senza punti di riferimento, senza organizzazione tattica e senza ruoli ben definiti? Ma chi è l’artefice di tale disfatta? Mai, almeno da quando seguo il Bari prima da tifoso e poi da giornalista, ho assistito ad errori così gravi nella costruzione e nella gestione di una rosa. Mai.

E poi, giusto per essere precisi, qualcuno vorrà spiegarmi come mai il Bari, sia pur con i noti limiti, riesce a giocare e pure a creare qualche occasione in un lasso di tempo che va dai venti ai trenta minuti in ogni gara, e poi tira i remi in barca. E allora tu, squadra, sai giocare quando vuoi, sai come impegnarti, sai creare qualcosa, ripeto, coi noti limiti, e allora per quale motivo non continui su questa strada nell’arco di una gara? Perché, poi, rinunci a giocare fino a perdere le partite o a pareggiarle rischiando di perderle? Ma non ti poni una domanda alcuna? Noi si, io almeno. Non pensi, ad esempio, che queste ultime partite che stai giocando sono la vita per tutti i tuoi componenti? Sai che retrocederete tutti? E il vostro curriculum sarà macchiato per sempre da un’onta, per taluni più di una? E che, ben che vi vada, giocherete in C? Perché un contratto in B ve lo scordate dopo questo campionato sconcertante.

La beffa è che occorre ringraziare Rizza che ci ha graziato altrimenti oggi staremmo parlando di pressoché certa retrocessione diretta.

La società, che è quella che è con un Amministratore delegato ed un DS deux ex machina, forse obtorto collo, a gestire il resto, senza alcuna altra figura dirigenziale come invece esistono in tutte le società di calcio normali (anche in C e D), in tutto questo, tace, nessuno si fa avanti quantomeno per capire le intenzioni. Capisco che a parlare di questi tempi si corre il rischio di fraintendimenti, di beccarsi sberleffi e, forse, è più saggio parlare a campionato finito (si spera per chiedere scusa alla città sempre che basti), ma qualche parola da parte di chi gestisce i cambi, di chi mette l’insieme di persone in campo, è lecito pure attenderselo. Ad esempio, cosa significa far giocare Acampora da trequartista, che per fortuna non ha fatto male? E che mi significa far giocare Maiello e Benali allo stesso posto? E cosa mi significa preferire ancora Kallon il cui apporto, abbiamo ampiamente capito, è inferiore allo zero, piuttosto che Morachioli che almeno qualche scompiglio lo crea e lo avrebbe creato? Qui non stiamo parlando coi “se” ma con i fatti, con i dati alla mano. Non è un mistero, e nemmeno un “se”, il fatto che Morachioli sia più affidabile di Kallon, e allora perché continuare a relegarlo in panchina? E poi dove si è visto mai che un giocatore di vent’anni come Nasti debba uscire per “stanchezza”? Ma signori miei a vent’anni come si può uscire per stanchezza? Ma stiamo scherzando, vero? Di Cesare gioca per 100 minuti e solo dopo il decimo colpo subito alza bandiera bianca. E poi vorrei chiedere tante di quelle altre cose, ma lasciamo stare.

E pensare che paradossalmente, al Bari potrebbe pur non servire la vittoria necessaria col Brescia, pensate a come stiamo messi male, se certi risultati si dovessero mettere in un determinato binario.

Cosa ne sarà del nostro Bari? Ma perché ci avete ridotto così? E pensare che la nuova proprietà ci aveva illuso tutti – e ribadisco tutti anche i diffidenti e i famosi talebani che per definizione criticavano a prescindere per privilegi mancati o perchè tifosi di strisciate a cui Don Aurelio si è permesso, vincendo lo scudetto, di levarlo a loro – per sposare progetti virtuosi e ambiziosi, ed invece ci siamo trovati con una serie D vinta perché, proprio, non era possibile non vincerla, con tre anni di C col terzo dei quali promossi in B, con un anno di B fortunosamente terminato in finale playoff, senza particolare programmazione, ed un secondo anno quasi in C. Siamo passati, praticamente, dalla padella matarresiana alla brace filmauriana. Ma chi ce lo doveva dire?

Ma perché nessuno crede alle potenzialità di questa piazza? Perché Bari deve essere relegata calcisticamente ad una piazza di provincia che deve galleggiare in B, lottare per la promozione in A un anno sì e 15 no, con retrocessione in C ogni quindici anni? E ultimamente anche coi vergognosi fallimenti? Con uno stadio da 60mila posti? Non sempre può farci posto una società fallita, non sempre si può essere ripescati. Perché?

Al rientro dalla partita a Cittadella, pare si sia verificato un episodio molto grave: l’aggressione al Direttore Sportivo Polito da parte di qualche delinquente. Tali atti di violenza non trovano giustificazione alcuna e devono essere fermamente condannati. È essenziale ricordare che il dialogo è sempre la strada maestra per risolvere i conflitti e le divergenze di opinione. A tal proposito, è importante riconoscere e scusarsi per gli errori commessi nella gestione e nella costruzione della squadra del Bari quest’anno, che purtroppo sta affrontando serie difficoltà anche per ristabilire una fiducia con la tifoseria. Queste scuse non sono solo un gesto di umiltà ma anche un passo necessario per ricostruire un eventuale rapporto sano e costruttivo con i tifosi e per pianificare un futuro migliore per il club a prescindere da chi ne prenderà le redini. Ribadisco con forza: la violenza non deve mai essere la risposta. Invito tutti a privilegiare il dialogo con l’inevitabile critica, anche dura, e a lavorare insieme per superare le sfide, sempre nel rispetto reciproco. La passione per il calcio deve unire, non dividere. È fondamentale sottolineare l’importanza di una comunicazione chiara e trasparente riguardo il futuro del Bari, indipendentemente dalla categoria in cui giocherà il prossimo anno. È essenziale che la dirigenza del club fornisca una dichiarazione seria e veritiera che delinei con precisione gli obiettivi e le strategie future, sia che la squadra rimanga in Serie B sia che, malauguratamente, retroceda in Serie C.

Massimo Longo

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