La settimana sportiva: l’analisi di Cosenza – Bari

Stadio “San Vito-Gigi Marulla” di Cosenza crocevia di ansia, speranza e disperazione nel confronto diretto tra il Cosenza e il Bari. Un viaggio estremo, quello della speranza, quasi un pellegrinaggio verso località religiose (Lourdes, Medjugorje, Santiago di Compostela, Padre Pio, Assisi, Padova) perché questo era sabato la trasferta del Bari e dei suoi tifosi, non una trasferta qualsiasi. Entrambe le squadre erano avvolte nella nebbia della lotta per non retrocedere, con il Bari che si trovava in una situazione particolarmente critica, avendo già un piede nella categoria inferiore o quantomeno con un piede e mezzo nei playout grazie anche all’inaspettata vittoria dell’Ascoli a Terni al 90′. Per i biancorossi non c’era altra scelta se non quella di vincere: ogni altro risultato avrebbe potuto condannarli irrevocabilmente ai playout o, peggio, alla retrocessione diretta. Tuttavia, la squadra è arrivata a questo incontro crucialmente indebolita, priva non solo dei suoi attaccanti titolari ma anche di Maiello anche se ultimamente il suo impiego è stato ridotto al lumicino, rendendo la sfida ancora più ardua.

Lo spartito, purtroppo, non è cambiato. Solito Bari, solito gol beccato nei primi minuti, solita sofferenza, solito avversario che col Bari si trasforma in Real Madrid quando invece, di fatto, è una squadretta da bassifondi anche se ultimamente è apparsa parecchio in forma, solita reazione irritante (si irritante perché il Bari non deve cominciare a giocare su reazione, deve dettare, sin dall’inizio, lo stesso gioco visto dopo il 2-0, non dopo aver preso ceffoni), soliti cambi inutili, solita vulnerabilità, soliti limiti e lacune, andiamoci ad aggiungere le espulsioni dopo tre minuti dal subentro, le liti tra giocatori in campo, insomma, solito Bari. Scrivevo nel mio articolo precedente, un po’ sarcasticamente, che, forse, era il caso di cambiare il quarto allenatore, visto che, ormai, siamo alla farsa totale e il fondo del barile, attenzione, deve ancora essere raschiato, tanto vale chiamarne un altro.

Ora il Bari giace al terzultimo posto nel posto della retrocessione diretta dopo un’altra gara da incubo. Da vergogna. Dopo il primo gol subito da tutte le squadre ci si aspetta una reazione, ed invece questo Bari non solo non ha reagito ma, anzi, ha dato l’opportunità ad un Cosenza della parte sinistra della classifica, di dilagare tanto che la premiata ditta di “ex” Marras e Tutino gli hanno confezionano un “uno-due” terribile e mortificante per i duemila tifosi baresi che con coraggio e sentimento erano accorsi lì al “San Vito-Marulla” per sostenerli ed invece ancora una volta sono stati umiliati da chi avrebbe dovuto portare alto il vessillo biancorosso. Ancora vergogna. Vergogna, si.

Poi sul due a zero il Bari ha cominciato a reagire, un motivo in più per essere incazzati andando vicino al gol in un paio di occasioni e segnando il gol del 2-1 con Nasti su assist di Sibilli. Poi nel secondo è stato sempre il Bari a dettare legge facendo ancora di più incazzare i tifosi per il suddetto motivo, prendendo un palo con Nasti. Poi ancora illusione Bari per pochi minuti finché la reazione si è smorzata lasciando al Cosenza la possibilità non solo di rifiatare ma anche di provare a dare il colpo di grazia, cosa che puntualmente è avvenuta con altri due gol, un paio di occasioni sprecate per imprecisione e per una parata di Pissardo, fino all’umiliazione del torello negli ultimi minuti di recupero. Vergogna ancora. Vergogna.

In sala stampa non si è visto nessuno, nessuno che ha voluto metterci la faccia, dopo il netto segnale di resa. Una umiliazione per tutta la città che di questi tempi lo scorso anno viveva un sogno e che ora si trova in modo disarmante e, purtroppo, cassata, senza possibilità di appello in una situazione da incubo con le porte dell’inferno della C oramai spalancate pronte a far accomodare la società e tifosi.

Troppe prese in giro, troppe parole ad mentula canis dette in conferenza stampa, troppe promesse rimaste tali e disattese, forse è giusto che le cose siano andate così, inutile e sbagliato stare a recriminare: il Bari merita di retrocedere anzi, dirò di più, questa squadra senza un briciolo di anima e dignità, meriterebbe l’ultimo posto per come gioca, anzi per come non gioca, perché oggi sono assolutamente certo che il Lecco e la Feralpi, nella loro inconsistenza tecnica batterebbero il Bari perché loro un’anima ed una dignità ce l’hanno, loro giocano fino al 100′, mica impostano la gara come il Bari. La Feralpi, con un piede e mezzo in C, ha pareggiato al 94′ a Cittadella. Queste sono squadre, altro che il Bari.

De Laurentiis aveva detto urbi et orbi che l’obiettivo, visti i chiari di luna nebulosi di ottobre, che acciuffare i playoff sarebbe stato l’obiettivo prefissato, Polito, invece, che questo sarebbe stato un anno di transizione facendo scoraggiare tutti i giocatori che, badateci bene, da quel momento hanno perso lucidità, carattere, determinazione. Il “la” lo ha dato la gara di Piacenza dove sullo 0-2 il Bari si è fatto rimontare stranamente dalla Feralpi, anch’essa diventata improvvisamente un fenomeno calcistico pari al Barcellona, fino a quasi superarlo se non fosse stato per un gol regolare annullato. Da lì sono cominciati i tormenti, guarda caso proprio da quando Polito ha ridimensionato gli obiettivi. Davvero snervante, ma soprattutto indicativo, che nessuno sabato si sia affacciato in sala stampa, nemmeno Giampaolo che sappiamo tutti che è messo lì per una questione meramente tecnica perché è chiaro che si è in autogestione. Assurdo che Giampaolo sia stato mandato a parlare solo dopo la gara contro il Pisa senza conferenze stampa pre partite e né post partite. Del resto quali colpe vogliamo addossare a Giampaolo? Credo nessuna.

Il Bari si trova a fronteggiare una stagione che ha preso una piega tragica, culminante in una serie di sconfitte che rendono la retrocessione non solo un’ombra minacciosa, ma una realtà quasi certa. Era un match cruciale, quello che non si doveva assolutamente perdere, ma le cose sono andate storte in modo drammatico.

La scena ricorda la tragica ironia di una “cronaca di una morte annunciata,” come Gabriel García Márquez potrebbe descrivere, dove il destino è segnato e tutti ne sono dolorosamente consapevoli.

La retrocessione appare come una conseguenza inevitabile non solo di una gestione fallimentare ma anche di errori ripetuti, di lotte intestine e di una serie di decisioni sbagliate che hanno svuotato il club di ogni risorsa tecnica e umana. In questo scenario desolante, le parole di Friedrich Nietzsche risuonano con amarezza: “Ciò che non mi distrugge, mi rende più forte.” Tuttavia, per il Bari, rialzarsi da questa situazione sembra un compito titanico, forse impossibile.

Le partite rimanenti sembrano più una formalità che una reale opportunità di redenzione. Squadre come Parma, Cittadella e Brescia, con obiettivi ben più ambiziosi e reali, sembrano pronte a sfruttare la debolezza del Bari per avanzare nei loro rispettivi obiettivi stagionali. Anche il confronto con squadre apparentemente più deboli si trasforma in una dimostrazione di superiorità contro il Bari, come dimostrato dal recente confronto con il Cosenza.

Il calcio, nella sua essenza più pura, è uno sport dove la collettività dovrebbe trionfare sull’individualismo, ma nel caso del Bari, sembra che l’intero tessuto della squadra sia stato lacerato, lasciando solo frammenti di un’unità una volta solida. Gli ultimi rimproveri pubblici tra i giocatori, come quelli di Sibilli a Nasti (ma c’è recidività), sono solo l’ultimo segno di una squadra profondamente divisa e in crisi in uno spogliatoio invivibile perché la retrocessione del Bari sono sicuro che sia partita da laggiù, nella pancia del San Nicola.

Questa stagione sembra segnare non solo un fallimento sportivo ma un vero e proprio tracollo morale e comunitario. Come disse un tempo Jean-Paul Sartre, “Siamo la nostra scelta,” e per il Bari, le scelte fatte in questa stagione avranno ripercussioni che andranno ben oltre il campo di gioco.

Beato Maita che ritiene questa una “squadra forte”. Convinto lui, convinti tutti.

Ah, gli araldi della sventura, quei fantastici profeti da salotto che, ancor prima che il pallone rotoli sul manto verde, già tuonano sentenze di sventura. “Io lo avevo detto”, esclamano con un misto di orgoglio e malcelata soddisfazione dopo ogni passo falso, quasi fossero stati loro a segnare l’inesorabile destino di una stagione che s’annuncia tribolata. Ma permettetemi di chiedere, o cari Cassandra moderni, perché non avete usato la vostra preveggenza per anticipare eventi ben più misteriosi e imprevedibili? Perché non avete, ad esempio, scrutato nella vostra sfera di cristallo il miracoloso gol di Pavoletti al 94′ contro il Cagliari nell’annata passata? O perché non avete predetto con certezza il sorprendente terzo posto del Bari a luglio 2022? E perché non avete previsto l’incrocio dei pali di Folorunsho? E perchè non avete previsto il terremoto in Turchia due anni fa o quello in Emilia sette anni fa? E perchè non mi fornite tre numeri che me li gioco al lotto?

Forse avreste dovuto ricordare la saggezza di Nietzsche, che ironicamente suggeriva: “È difficile vivere con le persone perché tacere è molto difficile”. E invece di tacere, avete scelto di proclamare la vostra presunta saggezza.

Io, per parte mia, preferisco navigare le acque turbolente del campionato di gara in gara, libero da pregiudizi e da condizionamenti societari. Non ho mai chiesto favori né prebende, né ho cercato di ingrassare la mia penna con veleni personali. La mia penna si muove al ritmo dei fatti, non delle ipotesi.

Rispetto e civiltà, nel calcio come nella vita, sono veramente pilastri difficili da erigere e mantenere. Come ci insegna Kant “L’uomo è fatto di legno storto e il design della sua natura non ha mai prodotto nulla di completamente dritto“. Così anche nel mondo del calcio, l’equilibrio tra integrità e passione spesso vacilla.

Ma permettetemi di essere chiaro: la mia analisi lungo questa stagione è stata un riflesso fedele delle prestazioni in campo. Da ottimista nell’ardore dell’avvio, a prudente osservatore nei mesi invernali, fino a un realismo necessario nelle fasi critiche. Non chiedo approvazione, né aspetto riconoscimenti, perché la mia coscienza è pulita. Potranno altri dire altrettanto?

Massimo Longo

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