All’Auditorium Vallisa di Bari debutta “Il lungo viaggio verso la notte” di Eugene O’Neill nella versione della Compagnia Diaghilev con la regia di Giuseppe Marini

Nuova produzione per la Compagnia Diaghilev, che per la rassegna Teatro Studio sostenuta da Ministero della Cultura, Regione Puglia e Comune di Bari mette in scena all’auditorium Vallisa di Bari «Lungo viaggio verso la notte», l’opera più segretamente intima e nota del premio Nobel Eugene Gladstone O’Neill (1888-1953). «Le vicende personali dell’autore fanno da sfondo a questo dramma fortemente autobiografico, enucleando l’annoso, affascinante e forse irrisolvibile problema della relazione tra fatto biografico e finzione scenica e, più in generale, tra vita e arte», spiega il regista Giuseppe Marini, introducendo lo spettacolo interpretato da Carla Guido, Francesco Lamacchia, Paolo Panaro e Andrea Simonetti al debutto venerdì 5 aprile (ore 21) e in replica sino al 25 aprile con questi orari: martedì e mercoledì ore 20, giovedì e domenica ore 19, venerdì e sabato ore 21 (biglietti 10 euro, sabato, domenica e 25 aprile 15 euro, acquistabili online sul circuito vivaticket. Info e prenotazioni 333.1260425).

Scritto tra il 1939 e il 1941, ma rappresentato soltanto nel 1956, «Lungo viaggio verso la notte», che Diaghilev propone con i costumi di Michele Giannini, le luci di Gianni Colapinto e le musiche originali di Paolo Coletta, non doveva essere pubblicato né messo in scena prima che fossero trascorsi venticinque anni dalla morte dell’autore. Ma la terza moglie, Carlotta Monterey, diede l’autorizzazione per l’allestimento a tre anni dalla scomparsa del drammaturgo, vincitore del Nobel per la letteratura nel 1936 e di quattro Pulitzer per la drammaturgia.

Il dramma è ambientato in una casa del Connecticut nell’agosto 1912. I membri di una famiglia disfatta da miserie fisiche e morali, nell’arco di un’intera giornata, si urlano in faccia l’uno contro l’altro la propria disperazione e la propria solitudine, scontrandosi con i loro demoni interiori, le loro debolezze, la lotta per la sopravvivenza, la fragilità dell’animo umano. Le passioni, le frustrazioni e i sogni si annebbiano in un vortice spettrale di speranze disilluse, si aggrappano a squarci di comprensione e di affetto, a fili slabbrati, per un perturbante attraversamento della notte.

Nella propria residenza estiva, la famiglia Tyrone si confronta, dal mattino a notte fonda della stessa giornata, col proprio passato e con i propri fallimenti e rimpianti, in una convulsa alternanza tra viscerali confessioni e struggente ricerca di possibili riconciliazioni. La madre Mary è schiava della morfina, il padre James è un attore di teatro ossessionato dal denaro. I due figli, Jamie, il maggiore, attore e puttaniere ed Edmund, scrittore in erba affetto da tubercolosi, entrambi a un passo dall’alcolismo. «O’Neill – spiega Marini – trasforma gli anni della propria formazione giovanile in materiale per una dolente tragedia familiare e, come già in altre sue opere, il modello greco informa temi e linee di rappresentazione: rapporti conflittuali tra padri e figli, madri morbose, risonanze freudiane, ambivalenze emotive e sconfitta predestinata sono gli ingredienti di questa lunga giornata verso una notte ormai nebbiosa e incupita dal suono di una triste sirena e di campane di un porto lì vicino».

          Ingredienti di un’opera toccante per il suo impatto emotivo e spietata per il suo crudo realismo. Un autentico capolavoro della letteratura americana del Novecento, che ha ispirato alcune celebri trasposizioni cinematografiche, in primis quella del 1962 diretta da Sidney Lumet con Katharine Hepburn, Dean Stockwell, Jason Robards e Ralph Richardson, cui sono poi seguite le versioni del 1972 di Peter Wood con Laurence Olivier e Constance Cummings e del 1987 di Jonathan Miller con Peter Gallagher e Jack Lemmon.

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