La settimana sportiva: l’analisi di Bari – Sudtirol

Diciamocelo francamente: di questi tempi, questo Bari senza quel gol del Capitano, non avrebbe vinto, anzi, con ogni probabilità avrebbe pure perso in casa pur in superiorità numerica. Perché il Bari, per definizione, raschia spesso il fondo del barile. E’ capitato nella sua storia ultracentenaria, e se non fosse stato per quell’impulso, quel moto d’orgoglio di Cesarone, a quest’ora staremmo a parlare d’altro, probabilmente di esoneri, di purghe, di ulteriori ritiri, di giocatori messi fuori squadra, di dimissioni, e chi più ne ha più ne metta; insomma, l’ambiente sarebbe stato molto pesante.

E già, perché a vedere, anzi non vedere, il Bari giocare per più di un’ora ti vengono in mente certi scenari inquietanti, nati a Piacenza dopo lo 0-2 e che stavano per riaffiorare sabato, ed invece si sa, il calcio è davvero imprevedibile, quando meno te lo aspetti tutto può cambiare, magari senza meriti, ma dal letame può nascere un fiore perché dai diamanti, dice De André, non nasce niente. E mai questo stralcio di canzone è quanto mai azzeccata alla gara di sabato.

Tra venti bellici che spiravano dalla “Nord” contro De Laurentiis invitato calorosamente a togliere il disturbo, e contro i giocatori invitati a mostrare gli attributi, la gara è scivolata via, come sempre, nel nulla cosmico, quasi quei cori fossero risultati inutili: Bari senza idee, senza gamba, senza spirito bellico, senza concentrazione, senza atteggiamento, senza un briciolo di gioco, insomma il nulla e, come scriveva Lucrezio, “non può nascere nulla dal nulla”, addirittura con l’opportunità di giocare con un uomo in più dopo l’espulsione sacrosanta di Cuomo. Ad un tratto mi son detto “addio, adesso perdiamo pure questa gara e sarà crisi nera”, e sono certo di non essere stato l’unico a pensarla così.

Oltre ai limiti tecnici di cui eravamo tutti al corrente, si sono manifestati quelli mentali perché vedere Acampora sbagliare tutto, vedere Koutsoupias vagare come un cane vagabondo, Benali fare il compitino a ritmi da treno regionale accelerato, Maita che, ormai, a prescindere dal tempo impiegato, non è più lo stesso da tempo immemore, con Bellomo che se gioca 5 minuti a gara un motivo ci sarà, con Faggi che inspiegabilmente non ci viene mai proposto pur per vederlo almeno giocare, con Brenno che ancora crea qualche patema d’animo nelle uscite e coi piedi nonostante qualche buona parata, con Achik che quando ha la palla fa ammattire la difesa avversaria ma alla fine è inconcludente, con Ricci che non azzecca un cross da tempo anche se sabato in difesa ha giocato bene, con Pucino che al di là del cross vincente non punge mai, con Aramu che continua ad essere un mistero al pari di Edjouma nonostante il pregevole colpo di tacco effettuato a centrocampo, insomma, non regala molte speranze. E, diamine, non si può mica campare sulle prestazioni di Sibilli che, però, deve imparare ad essere meno egoista (non è la prima volta che si mette in proprio come ha fatto sabato), e sul cuore pulsante di Di Cesare, in campo si va in undici, in quindici coi cambi, e tutti devono dare il proprio contributo.

Il Bari di sabato è stato inguardabile per un’ora, confuso, irritante e disarmante. E non credo che le assenze di Diaw e di Nasti abbiano contribuito più di tanto perché abbiamo assistito a gare inguardabili anche con loro, anzi, forse più con loro che senza. E nemmeno il gol su rigore di Sibilli è riuscito a dare lo slancio, né ha rotto l’equilibrio, anzi, i sudtirolesi, hanno dominato il campo, erano sempre primi sui palloni, aggredivano (ricordo che erano in dieci), si son procurati almeno tre occasioni da gol facendo davvero ammattire i biancorossi che, puntualmente, sono andati nel pallone completo. Siccome credo di essere intellettualmente onesto, nonostante i miei limiti, le mie lacune e i miei difetti, non credo di dire un’eresia se affermo che il Sudtirol non avrebbe meritato di perdere. Per il Bari solo giri di palla noiosissimi e inutili finché Vinetot, meritatamente, ha pareggiato le sorti dell’incontro con la difesa del Bari come sempre ferma a guardare chissà cosa, forse qualche renna natalizia sorvolante il cielo del San Nicola.

L’ingresso di Dorval (soprattutto) e quella di Edjouma, nonostante i limiti di quest’ultimo, hanno alzato leggermente l’intensità tanto che finalmente abbiamo visto un Bari diverso, più caparbio, meno remissivo, a tratti anche tambureggiante fino al 26′ quando la rabbia di Di Cesare ha caricato il suo sinistro che non ha dato scampo a Poluzzi. E’ stata l’apoteosi sugli spalti, non si è sentita gioia ma solo urla liberatorie senza sorrisi, è stata la fine di un incubo, la fine della paura di vedere a breve la beffa tipica di questa gare, anche perché il Bari ha chiuso la gara sempre col pallino del gioco sbagliando anche un paio di gol, e questo è un altro dei tanti limiti dei biancorossi perché le gare vanno chiuse quando capita la possibilità, altrimenti il rischio concreto è veder vanificare ogni sforzo che diventa inutile.

Prendiamoci questi tre punti come un antinfiammatorio, nulla più, speriamo di non vedere in campo per un po’ Acampora, Koutsoupias, Aramu e qualche altro dalla resa deficitaria, magari facendoli accomodare in panchina che spesso e volentieri è terapeutica, e vedere finalmente Faggi e qualche altro giocatore in naftalina che sarà sicuramente più motivato, e Marino mostrasse più coraggio nelle scelte e possibilmente non stravolgesse quelli che sono i veri ruoli dei giocatori evitando di adattarli altrove, possibilmente insistendo col 4-3-3 senza stravolgerlo ogni santa partita.

Occorre quanto meno stringere i denti fino alla gara di Genova del 26 dicembre, dopo di che i De Laurentiis si mettano una mano sulla coscienza ed un’altra al portafogli per irrobustire la squadra, mandando via la gente incapace di reggere la pressione barese (che c’era, c’è e ci sarà sempre a Bari, sarà bene informarsi, per chiunque, prima di accettare Bari come meta. Bari non è Cittadella, Lecco, Bolzano o Salò) e dotarsi di giocatori pronti, di qualità e di esperienza che, si sa, costano, evitando di far venire giocatori rotti, in convalescenza, fuori condizione, fuori rosa e prime donne. Ma niente illusioni, però, sappiamo tutti che il mercato di gennaio, salvo colpi alla Guberti che capitano una volta ogni 30-40 anni, non ha mai regalato nulla di buono soprattutto se si va al mercato senza soldi. “C’est l’argent qui fait la guerre”. Occorre salvare il Bari dalla capitolazione perché con questo modulo di gioco non si va da nessuna parte, anzi si indietreggia e non sempre si potrà trovare il Sudtirol e l’orgoglio di Di Cesare.

E speriamo di non dover scrivere che oggi non hanno fatto nulla, ieri non hanno fatto niente, ma non avevano ancora finito.

Massimo Longo

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