Una musica privata dell’elemento sonoro: nell’Auditorium Vallisa di Bari sono risuonate le esplorazioni compositive di Francesco Filidei nel concerto evento della XVIII edizione del Festival UrtiCanti

Per la speciale e fortunata partecipazione del compositore italiano di fama internazionale Francesco Filidei, pisano classe 1973, la tappa della diciottesima edizione del festival di musica contemporanea “URTIcanti…a Pablo” si è trasferita eccezionalmente nell’Auditorium Diocesano Vallisa in Bari, abbandonando, solo per l’occasione, la romantica sede del chiostro del Castello baronale di Cellamare, cui tanto ormai ci siamo affezionati.

Le Professoresse Raffaella Ronchi e Fiorella Sassanelli non nascondono la fervida emozione per essere riuscite a rendere il compositore parte integrante della loro creatura ormai maggiorenne, potendogli, tra l’altro, affidare, come già accaduto con altri artisti in ogni edizione, la direzione di una masterclass, formata da giovani e selezionati musicisti e compositori che poi andranno ad esibirsi nel circuito del festival, in una serata ad hoc, dopo un breve, ma intenso, percorso formativo.

Il pluripremiato Filidei è balzato ulteriormente alla notorietà in quanto il Teatro alla Scala di Milano e l’Opera de Paris, in coproduzione con il Teatro Carlo Felice di Genova, gli hanno commissionato una nuova opera sul celebre romanzo “Il nome della Rosa” , che vedrà la luce a Milano nel 2025, seguita dalla Prima della versione francese a Parigi. Altro motivo d’orgoglio, per tutti noi, è apprendere che in un sondaggio d’opinione condotto da Classic Voice nel 2017, consultando cento importanti figure del mondo musicale, è stato nominato come uno dei dieci compositori più interessanti del panorama internazionale, senza dimenticare che è stato tra i pochissimi a ricevere l’ambito riconoscimento francese il “Prix de Rome”, nonché ad essere nominato Chevalier des Arts et des Lettres dal ministero della cultura francese.

In occasione del concerto monografico barese, il Maestro, d’intesa con il Syntax Ensemble, nelle cui fila militano quattro prestigiosi solisti italiani, anch’essi di fama internazionale legati al repertorio contemporaneo – ovvero Anna D’Errico al pianoforte, Fernando Caida Greco al violoncello, Valentina Coladonato alla voce e Francesco D’Orazio al violino – ci ha presentato un repertorio cameristico del tutto “urticante”, per usare quell tema conduttore del festival che strada facendo abbiamo imparato ad apprezzare.

E’ lo stesso Filidei a fornirci una chiave di lettura delle composizioni allorquando, sorridendo, si rivolge al pubblico mettendolo in guardia poiché “qualcuno potrebbe rimanere un po’ sorpreso” da ciò che di lì a poco avrebbe ascoltato.

E questo è ciò che sicuramente ha percepito chi è giunto con altro tipo di formazione musicale e che ha fatto i conti, alla fine del concerto, con una “scrittura” originale, ludica sicuramente, ma che, al tempo stesso, ci induce a riflettere sulla ricerca musicale che parte indubbiamente dalla tradizione, ove per tradizione intendiamo melodie orecchiabili, che, però, viene “aggredita e distorta e spesso canzonata” in modi decisamente grotteschi, come appunto sottolinea lo stesso Filidei.

Ed è con questo approccio che assistiamo alla prima parte del concerto “Due sigle per Riccardo” for piano 6 hands and 3 bottoms, dedicata all’amico paesano e compositore Riccardo Vaglini, su testi di Federico Maria Sardelli, autore di numerosi testi in vernacolo livornese, pur essendo lo stesso un intellettuale e studioso di Vivaldi. La performance, come suggerisce lo stesso testo, vede esibirsi al pianoforte Anna D’Errico, con la straordinaria partecipazione di Raffaella Ronchi e Fiorella Sassanelli che mostrano, qui, diverse abilità e capacità espressive musicali rispetto a quelle cui ci hanno abituati.

La partitura prevede, infatti, al centro del pianoforte la D’Errico suonare (con le mani) una sonata ritmica – direi quasi ossessiva – mentre, ai lati della stessa a ritmo alternato, Ronchi e Sassanelli prestano le loro “dolci terga” all’espressione musicale dell’estro creativo che dà luogo alla prima “Sigla”. Nella seconda, invece, i ruoli, si invertono e con essi anche le doti e le capacità professionali.

Le “Proesie” per voce sola che seguono, su testi di Sardelli, vengono recitate dalla bravissima e simpaticissima Valentina Coladonato, che ci coinvolge, non poco, nella sua inimitabile mimica che diventa un tutt’uno con le sette composizioni le cui rime sono pronunciate ora in italiano, ora in un perfetto tedesco o francese.

Di più chiara decifrazione è la “Berceuse” per pianoforte, che si ispira a quella di Chopin (una sorta di ninna nanna del tutto sperimentale già per l’autore polacco), ove si utilizzano solo le 12 scale maggiori (quelle più semplici) che vengono dapprima suonate non in sequenza e distribuite su tutta la tastiera e poi “tolte” una dietro l’altra. Differente è il “Lied” che, nella tradizione classica sta ad identificare una canzone (lied in tedesco), per musica da camera, per voce solista e pianoforte, ma che nell’occasione, diversamente, viene rielaborata per violino il quale, tra le sapienti mani di D’Orazio, con la sua linea melodica – poco, se siamo ancorati ai repertori classici – esplora lo spazio, a volte sale, a volte si ferma ed altre discende, consegnandoci un messaggio malinconico.

Interessante è il “Trio a corde vuote”, dove il vuoto, ci spiega il Maestro sta a significare che il violoncello ed il violino saranno suonati solo con l’archetto, mentre la mano sinistra, che in genere viene utilizzata per cambiare le altezze, rimarrà ferma. Il trio vede impegnati pianoforte, violino e violoncello, che portano avanti, in principio, un dialogo a tre nel quale solo il violino intesse una sorta di lieson che, solo alla fine, alla morte sonora di quest’ultimo, rimane, quasi fosse un terzo incomodo ma a consolare il “vedovo”.

Il concerto si conclude con l’”Esercizio di Pazzia” ove la pazzia è rappresentata dall’uso di variopinti palloncini che diventano inusuali strumenti suonati sgonfi nella prima parte, e gonfi, invece nella seconda, il cui uso “armonico” richiede una non facile concentrazione ed una ritmica all’unisono non indifferente nelle mani dei sapienti quattro musicisti, seduti in circolo, ciascuno su una propria sedia cui vengono assicurati altrettanti “strumenti” che alla fine esplodono sotto il ritmo voluto dei piedi.

Il plauso degli astanti, alcuni dei quali si lasciano andare all’esclamazione “Geniale!”, e del fantastico ensemble, chiude questa “esperienza” lasciando un senso di stordimento misto ad una certa stuzzicante curiosità verso questo nuovo orizzonte musicale nel quale ritroviamo calzanti ed anche illuminanti le parole del Maestro Sciarrino, del quale FIlidei è stato allievo, secondo cui il suo percorso ci suggerisce che la sua è una musica nella quale “cercare di immaginare una musica privata dell’elemento sonoro, facendone rimanere solo lo scheletro”.

Gemma Viti
Foto di Roberta Giordano

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