Un viaggio nel tempo, alla ricerca delle proprie radici: ad Alberobello, Giovanna Carone chiude in bellezza la rassegna “Experimenta 2023”

A chiusura della rassegna Experimenta 2023, si è esibito sul palco di Alberobello il trio formato da Giovanna Carone (voce), Leo Gadaleta (chitarra, violino, elettronica e arrangiamenti) e Vince Abbracciante (fisarmonica) per presentare Dolcissime radici, un progetto registrato su disco nel 2020 con un organico più allargato (con l’aggiunta di Pippo D’Ambrosio alle percussioni, Nando Di Modugno alle chitarre, Guido Morini al clavicembalo e pianoforte, Roberto Ottaviano al sax soprano, Mirko Signorile al pianoforte e Giorgio Vendola al contrabasso).

Undici tracce che riassumono il background artistico di Giovanna Carone, e che spaziano attraverso sette secoli di storia della musica, dal Trecento alla musica barocca per toccare la moderna canzone d’autore. Filo conduttore del disco è il personale percorso ricerca dell’artista pugliese intorno alla lingua italiana e alla sua evoluzione. L’album si muove tra la musica contemporanea, la musica del Seicento italiano e quella cameristica, senza mai trascurare la passione per il jazz. Un affascinante viaggio musicale.

Giovanna Carone, nata a Bari, si diploma in pianoforte con Hector Pell e in canto e musica vocale da camera sotto la guida di Amelia Felle. È voce solista di formazioni specializzate nel repertorio storico e nel 2002 incide per la Tactus, “Il Primo Libro de’ madrigali a quattro voci” di Pomponio Nenna, e per la Dad Records la prima esecuzione moderna della “Missa Adieu mes amour” di Rocco Rodio. Nel 2008 incide Donnamor per DigressioneMusic su musiche del primo Seicento italiano con il tiorbista Sario Conte e le percussioni di Pippo D’Ambrosio. Nel suo percorso non mancano esplorazioni intorno alla musica contemporanea e collaborazioni con la docente Marisa Romano e l’Università di Bari, per il recupero e la diffusione della canzone d’autore in lingua yiddish.

Leo Gadaleta, diplomato in violino, jazz e composizione, si è perfezionato ulteriormente ai corsi della Berkley School presso Umbria Jazz. Ha suonato con Gianluigi Trovesi, Evan Parker, Bruno Tommaso, Pino Minafra, Gianni Lenoci, Roberto Ottaviano, Ernst Reijseger, Paolo Fresu e tanti altri. La sua eclettica formazione musicale gli ha permesso di collaborare alla realizzazione di numerose colonne sonore per film e spettacoli teatrali. Ha registrato tutte le parti di violino e viola per la colonna sonora del film “Mio Cognato” di Alessandro Piva, realizzato come compositore la colonna sonora dei film “La Bomba” di Giulio Base ed i cortometraggi “The Building” di Nicola Barnaba ed “Insoliti sospetti” di Antonello Sammito.

Vince Abbracciante è l’astro nascente della fisarmonica in Italia, dotato di una tecnica invidiabile, con un senso profondo del blues e dello swing. Padroneggia la fisarmonica come pochi e suona con talento qualsiasi genere musicale. Nato a Ostuni nel 1983 Abbracciante ha calcato i palchi di importanti e prestigiose rassegne nei 5 continenti e realizzato tre album da leader. Le sue collaborazioni sono infinite, a cominciare dal maestro dello strumento, Richard Galliano, che non ha esitato a definirlo suo erede musicale.

Lo spettacolo, estremamente variegato, è stato un po’ una corsa nel tempo, presentando brani, molto diversi tra loro, composti in periodi storici e situazioni differenti, ma legati tutti da un sottile filo che li unisce. Si è partiti da fine 1.500, con un brano scritto da Girolamo Frescobaldi, “Se l’aura spira”, per arrivare alla Napoli di Libero Bovio, “Passione” (scritto nel 1934), e arrivare a Luigi Tenco, “Un giorno dopo l’altro” (1966), e ritornare a Napoli della fine del ‘500, con “O vezzosetta dalla chioma d’oro”. Si passa poi alla canzone d’autore, con un brano di Mario Pogliotti, tratto dal romanzo di Cesare Pavese: La luna e i falò. Il brano, scritto nel 1960, dal titolo: “Un paese vuol dire non essere soli”, è perfetto per i nostri giorni, dove l’accoglienza è spesso negata. Legato al gruppo Cantacronache è stato, storicamente, il primo esempio di cantautorato “impegnato” in Italia.

Si ritorna indietro, all’anno 1.600, con la storia amorosa drammatica tre Dafne ed Apollo, con la complicità di Cupido che scaglia una freccia verso Apollo, che lo farà innamorare perdutamente di Dafne, che a sua volta viene colpita da un’altra freccia legata al disinnamoramento, che alla fine costringe Dafne a trasformarsi in un albero di alloro. Titolo del brano: “Lamento d’Apollo, composto da Francesco Cavalli. Dal 1.600 si passa poi ad un a canzone scritta da Zucchero Fornaciari e portata al successo da Giorgia: “Di sole e d’azzurro”. Gli ultimi due brani del concerto sono composizioni di Francesco Landini intorno all’anno 1.300, dal titolo “Giovine Vagha” ed “Ecco la primavera”. Per chiudere lo spettacolo, un gradito omaggio a Max Gazzè ed alla sua “Cristalda e Pizzomunno”. Tutti i brani presentati sono contenuti nell’omonimo album “Dolcissime radici”, e come già detto, gli arrangiamenti sono di Leo Gadaleta.

Inutile sottolineare l’affiatamento tra i tre musicisti, che sono sempre riusciti a creare atmosfere rarefatte tra voce e strumenti, ma anche in incalzanti duetti tra il violino di Gadaleta e la fisarmonica di Abbracciante. Rappresentare i brani in ordine cronologico, partendo dal 1.300 per arrivare ai nostri giorni sarebbe stato banale. Questo excursus, saltando da un periodo all’altro, è servito a mettere in evidenza un legame che forse non sarebbe emerso diversamente.

Il primo set della serata è stato dedicato alla pianista siciliana Elpidia Giardina, con il suo bellissimo omaggio ai Pink Floyd. Ma di questo, ne parleremo in un articolo dedicato (sarebbe troppo riduttivo liquidarlo in due righe). In una serata con un vento gelido, che ha messo a dura prova i tanti spettatori presenti, solo la musica poteva riuscire a scaldare gli animi. Un plauso, sempre, a Gianluigi Trevisi, coordinatore di Experimenta 2023, per le proposte di qualità.

Gaetano de Gennaro
Foto di Gaetano de Gennaro

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