Il guaito senza speranza di un’Europa senza vagito: “Tutto brucia”, la versione de “Le Troiane” di Euripide partorita dai Motus, coinvolge e sconvolge il pubblico del Teatro Kismet di Bari

Ed eccolo il figlio
Che ti scaccerà
Che ti ucciderà
Che si prenderà
Il tuo posto nel mondo
Come ora si è preso
La carne di lei
Come ora ha rubato
L’amore di lei

(“Brucia Troia” – Vinicio Capossela)

Il Vecchio Continente è una famiglia le cui figlie e figli hanno provato a far pace dopo quasi duemila anni di dispetti e vendette, instaurando la zona transnazionale di pace più grande, longeva e popolosa del mondo. Sembra tutto bello e perfetto, peccato che nessuna pace (r)esista senza convivenza con le altre famiglie di questa pallina chiamata Pianeta Terra. Il grembo del Mediterraneo diventa la trappola mortale di chi un Continente non ce l’ha più. Il vicino Oriente, da Nord e da Sud, affascina con i suoi metodi educativi repressivi i figli masochisti dell’Europa.

Può la pace bruciare? La storia ci insegna di sì, il teatro ce lo racconta. “Le Troiane”, capolavoro di Euripide rappresentato per la prima volta nel 415 a.C., conosce una serie infinita di modernizzazioni, a ribadirci, qualora non ci bastasse, che la tragedia della guerra, continuando a ripetersi, non diventa mai farsa, né un’assuefazione cui ci fa comodo credere.

Tutto brucia” è una produzione della Compagnia riminese Motus, insieme a Teatro di Roma e a Kustencentrum Viernvulvier (Belgio), col sostegno del MiC, della Regione Emilia Romagna, in collaborazione con AMAT e Consorzio Marche Spettacolo. L’ideazione e la regia di Daniela Nicolò e Enrico Casagrande con Silvia Calderoni, Stefania Tansini e R.Y.F. (al secolo Francesca Morello) alle creazioni musicali, nomine agli Ubu 2022 insieme alle luci di Simona Gallo. Ilenia Caleo cura la drammaturgia e i lyrics, menzione speciale per le sculture sceniche di _vvxxii.

Lo spettacolo segue la spedita traiettoria della stagione teatrale 2022.23 del Teatro Kismet di Bari denominata “Sconfinamenti”, a cura di Teresa Ludovico.

La scenografia ha l’impatto di un mondo finito, lancinato dalla fame, dalla distruzione e da montagne di cenere (come non sentire echeggiare la Stella Nera che ci ha lasciato David Bowie?). La luce del giorno, la Luna e il fuoco sono anaerobe piste al neon. Qui una Ecuba dai paramenti caprini piange a una a una la morte delle sue figlie, attendendo di essere deportata insieme alle superstiti. I costumi beige recano le simbologie da un lato dell’annientamento della persona tipica dei lager, dall’altra di una desolazione post traumatica (richiamando ad esempio “Dune”). L’attesa si fa peggiore della morte, allorquando le figlie, danzate una ad una da Stefania Tansini, portano sui propri corpi, e nelle proprie voci, i segni dello stupro su di esse, sulla propria città, sui bambini, sulla natura, rivivendoli come in un dannato infinito rewind. Neppure la lungimiranza di Cassandra, che catalizza su di sé i miti maschili di Prometeo e di Atlante, finendo infine crocifissa al fuoco che grava sulle sue spalle, servirà a evitare il peggio. Neppure invocare il volto e il perdono delle donne e degli uomini morti per la furia machista, dall’Ucraina al Mediterraneo, da Roma a Kabul, restituirà la vista e la pietà agli dèi. Immancabilmente, il piccolo Astianatte, vittima ultima della tragedia, verrà consegnato a chi si straccerà le ipocrite vesti, un’iconografia molto, troppo simile a quella del piccolo Alan Kurdi, curdo siriano di tre anni, trovato morto con la sua maglietta rossa e i suoi pantaloncini azzurri sulla spiaggia di Bodrum, Turchia.

A cosa ci è servito costruire grandi templi per i nostri dei, se non riusciamo a riscaldarli per i fratelli e le sorelle? Cosa difendiamo, se di fronte alla guerra, siamo tutte e tutti carne da cannone, e le nostre case altro non sono che futura cenere senza memoria? Davvero siamo convinte e convinti che la guerra porti più vita della pace?

Nella tragedia non è dato di sapere se il nuovo a una certa si palesa, ma, per come la storia si ripete all’infinito, identica a se stessa, sempre più stancamente, è lecito chiedersi se farà prima il nuovo ad arrivare o la nostra specie ad autodistruggersi.

Beatrice Zippo
photo credit pagine facebook Teatro Kismet e Motus

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