E festa sia! Mario Rosini celebra il trentennale della sua carriera musicale al Teatro Forma di Bari con tutti i suoi amici

Sul palco del Teatro Forma di Bari, per la rassegna “Around Jazz”, si è celebrata una spumeggiante festa musicale ideata e messa in scena dall’ecclettico e portentoso musicista-cantante (nonché docente di canto jazz al Conservatorio Duni di Matera), Mario Rosini, che con la sua innata e spiccata simpatia, ha generosamente condiviso il palco con altrettanti musicisti o, meglio, “amici più stretti” (Friends, appunto), come più volte ama sottolineare, con cui ha condiviso “musica, vita e tante cose belle” e con cui ha voluto celebrare la sua trentennale carriera.

Rosini arriva direttamente sul palco, prende posto sullo sgabello del pianoforte ed il concerto si apre con un breve omaggio a Pino Daniele con la canzone “Quaccosa”, ed una memorabile “Ritornerai” di Bruno Lauzi – che a ben pensare, alla fine del recital ci sembra profetico per il desiderio di rivivere quanto prima un tempo spensierato a suon di musica come quello che si è appena concluso. Compagni inseparabili di questa Kermesse, a completamento del Trio, sono Mimmo Campanale alla batteria e Paolo Romano al basso elettrico, amici con cui è cresciuto e con cui condivide “la gioia di fare musica”, preziosa presenza pressoché costante sul palco e da “un’energia eolica”, a dirla con le parole di Paola Arnesano.

Dopo una breve esibizione al fianco di Gianfranco Manzella, che con il suo sax ci catapulta in una frizzante esibizione jazz, il pubblico viene letteralmente rapito dalle meravigliose melodie che prendono vita dalla fisarmonica del compositore e concertista Pino di Modugno – classe 1934 – che con la sua verve e con un sorriso che sfodera sin dal principio e che non ha pari, trasmette tutto il suo amore per la vita e per la musica che coltiva sin da piccino. Al termine dell’esecuzione del primo pezzo, dal mood melodico e nostalgico, “Vedrai, vedrai”, musicalmente condivisa dai due maestri, Di Modugno ci trascina, incantandoci, in un’atmosfera retrò dal sapore parigino interpretando un repertorio classico che, al termine, lancia tutti in un lungo applauso che porta con sé non solo un fervido ringraziamento ma altresì la voglia straripante di abbracciare – seppur virtualmente – un uomo che, a suo dire “nel 2002 ha cambiato le lire in euro insieme all’età” e che proprio per avere la metà degli anni che l’anagrafe gli attribuisce, ha ancora tanta energia e voglia da dedicare alla musica.

Per ciascun amico-musicista che si avvicenda sul palco, Rosini, nelle vesti di presentatore, un po’ simpaticamente impacciato quanto tenero, racconta aneddoti sempre esilaranti sul come e quando del primo incontro, come quello relativo a Guido Di Leone, chitarrista jazz, cui chiese in occasione di una sua incisione di eseguire solo quattro battute, confessa mortificato ma sorridendo, “ma sbagliai tantissimo”. Errore sicuramente emendato nel tempo, considerando l’armonia dagli stessi resa nell’eseguire un romantico “Alone together”. Il concerto continua diventando ancor più accattivante per via del diverso sound selezionato con i nuovi protagonisti della scena. Si passa, infatti, alla seducente musica popolare brasiliana che Rosini canta con Francesca Leone (dalla “voce dolcissima”), accompagnati da Guido di Leone alla chitarra e Vito di Modugno, per l’occasione al pianoforte. “Corcovado” e “Samba de uma nota so” a firma dell’inventore della bossa nova, Carlo Antonio Jobim, ci lasciano senza fiato e con occhi sognanti per la delicatezza con cui tutti ci restituiscono le note partiture, grazie anche all’apporto delle percussioni nelle sapienti mani di un veterano della musica barese, Lino Musso.

Uno spazio musicale non poteva che essere condiviso con il fratello Gianni Rosini, anch’egli pianista, compositore e cantante che, come il di lui germano, respira in famiglia sin da piccolo un’aria musicale grazie alla madre, cui le dedicano il canto d’amore per eccellenza “Feelings”, al quale affidano tutta la loro dedizione, dividendosi il pianoforte e la tastiera elettrica, non prima di aver scherzato sull’uso improprio che ne faranno di lì a poco della lingua inglese, più vicina allo slang barese. Particolarità che nessuno nota dinanzi alla dolcissima e sentita interpretazione che ne fanno in chiave jazz, che lascia in tutti un condivisibile sentimento nostalgico.

E’ la volta di Andrea Savino, alla tromba, giovane interprete, nato musicalmente dalle fila del noto maestro Fabrizo Bosso, come tiene ad esaltare il Mario mattatore. In questa combinazione viene narrata una storia che vede come minimo comune denominatore il Maestro Rosini e la gioia e la sorpresa che quest’ultimo e, parallelamente, Savino, hanno provato a seguito di una telefonata ricevuta, il primo da Pino Daniele ed il secondo dallo stesso Rosini, con le quali venivano entrambi invitati a suonare dai rispettivi musicisti, da sempre ammirati e stimati. Con Savino e con Francesco Menzella che richiama per l’occasione, Mario Rosini omaggia Rosanna Casale con la quale ha condiviso numerosi tour, cantando e suonando un brano poco conosciuto ai più, dal titolo “Amnesia” dal ritmico e brioso spartito in cui vengono amplificate le capacità dei due strumenti a fiato, del sax e della tromba, oltreché del canto jazz nel quale Rosini si destreggia egregiamente.

Con Paola Arnesano, che non fa mistero della consuetudine di non provare mai alcun pezzo con Rosini ma di affidarsi all’improvvisazione (ma davvero sarà cosi?) tutte le volte in cui i due amici si incontrano artisticamente dal lontano 1989, si continua amabilmente a passeggiare con mood jazzistico, cui viene invitato l’amico Niky Maffei che, dichiarando di essere un musicista col cuore, posa le sue ben istruite mani sul pianoforte invocando un (sicuro scaramantico) “abbiate pietà di me”, mentre le due voci brillantemente intonano un intimo “Piccolo uomo”.

Il momento più esilarante, indubbiamente, si tocca con l’arrivo dell’amatissimo artista barese Renato Ciardo, che, sicuramente intuendo il primo pensiero degli spettatori, esordisce dapprima, con l’ormai noto e nazionale ritornello di “Oh taffà, ciaddì, tappò?”, e poi con l’altrettanto nota tarantella (e qui si raggiunge l’apoteosi del divertimento) “Nu sim baris…l megghj du condinend”, cui non si sottrae, naturalmente, lo stesso Rosini che, insieme al pubblico, si lancia in un canto divertito e catartico.

La festa musicale, voluta, come comprendiamo nel corso della serata, per festeggiare anche il prossimo compleanno di Mario Rosini al raggiungimento dei suoi 60 anni (il 6 novembre prossimo) cambia genere; si passa al pop con l’arrivo di un’altra voce portentosa, quella di Elio Arcieri che apre la sua esibizione canora con l’esecuzione di “Versace on the floor” di Bruno Mars, del quale “condivide”, sorprendentemente, la stessa timbrica vocale.

L’arrivo, invece, del maestro Francesco Lammana, compaesano gioiese dell’eccellente padrone di casa, ci conduce, insieme al suo violino ed al prestigioso accompagnamento al pianoforte di Rosini, nell’emotiva produzione musicale di Ennio Morricone, conducendo con maestria l’immaginario collettivo nelle commoventi scene tratte dai capolavori assoluti della cinematografia: “Nuovo Cinema Paradiso” e “C’era una volta in America” che lascia tutti in un religioso e riconoscente silenzio.

Nello stesso istante in cui abbiamo la sensazione che la kermesse stia per finire, ecco che sul palco prende vita una diversa atmosfera – questa volta latina – grazie al contributo del bravissimo cantante Miguel Enriquez, cubano di nascita ma italiano di adozione, che, sempre in generosa compagnia di Rosini, con voce suadente, fa apprezzare la musica tradizionale cubana al ritmo di son che ingenera una prepotente voglia di ballare.

La serata, ahinoi, volge al termine, dopo oltre 2 ore di ininterrotto puro spettacolo a tutto tondo, che ben passano con qualitativa leggerezza, con la canzone “Overjoyed” di Stevie Wonder che Rosini canta insieme a Fabio Lepore. Oltre ad essere di una struggente bellezza per musicalità e parole, quest’ultima esecuzione ben rappresenta il sentimento che di tutta evidenza ha voluto esprimere (quasi stesse implodendo per questo) il Mario-mattatore. Ciò che si porta dentro, per sua stessa ammissione, ovvero ”la gioia di fare musica” è stata brillantemente resa con capacità strumentali e vocali fuori dal comune, anche per varietà di stili, e che vengono sugellate dall’ultimo pezzo in scaletta “Sei la vita mia” che ha segnato il suo successo sanremese del 2004 e che continuiamo a canticchiare uscendo dal teatro più che felici e soddisfatti (d’altra parte il sold out ne è la prova provata), con un solo pensiero per chi non era presente: ”Spiace!”

Gemma Viti
Foto dalla pagina Facebook del Teatro Forma

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