“Heritage Live”: un progetto per salvare le tradizioni musicali millenarie del Pakistan – Il reportage da Islamabad e Lahore di Dinko Fabris – Capitolo III

Dinko Fabris insegna Storia della musica e musicologia all’Università della Basilicata (Matera) e all’Università di Leiden in Olanda. È stato il primo italiano Presidente dell’International Musicological Society, di cui è attualmente Past President. Dal 2020 è responsabile del Dipartimento di ricerca editoria e comunicazione del Teatro di San Carlo a Napoli.
Il Cirano Post è onorato di pubblicare, a cadenza settimanale, le puntate del reportage del suo magnifico viaggio in Pakistan per dare vita ad un progetto dall’alto valore sociale ed umanitario.
A lui vanno i sentiti ringraziamenti di tutta la nostra Redazione per la straordinaria opportunità che ci offre con questa collaborazione, sperando che possa essere la prima di una lunga serie.

I confini del Pakistan rendono conto dell’eterogeneità delle musiche nelle varie province: dalla Cina, all’Afganistan, dall’India all’Oceano Indiano e all’Iran. Con l’antica Persia, il territorio degli odierni Afghanistan e Pakistan condividono l’origine e la prima diffusione dei grandi poeti e teorici Sufi, a partire da Rūmī.
Per questo ci è sembrato molto simbolico che il primo incontro con musicisti a Islamabad fosse con un gruppo di giovani iraniani di seconda generazione (nati in Pakistan) che hanno riscoperto e praticano con successo un genere di musica classica persiana con gli strumenti tipici di quella terra.
Il loro nome è Parvaaz (che significa “Voli”) e sono guidati da Maez Alì, cantante e suonatore di tar, setar, tambura e rubab, che ha raccolto nel tempo una meravigliosa collezione di strumenti tutti in grado di suonare.

Nei giorni successivi è partito il progetto vero e proprio di “Heritage Live” che ha consentito ai musicisti di tutto il Pakistan e ai nove invitati europei di convivere e condividere le loro esperienze musicali. Si sono create continue jam sessions di musicisti con i loro caratteristici costumi orientali e i loro strumenti cui partecipavano a turno i musicisti europei, fino a creare dei gruppi stabiliti che hanno preparato dei brani concordati per i due concerti finali, nell’arena dell’Heritage Museum di Lok Virsa ad Islamabad e poi all’Institute for Arts and culture di Lahore.

Mentre i musicisti pakistani seguivano nei primi giorni corsi di management ed introduzione ai social media (ciascuno ha avuto in regalo un apposito telefonino), è stato molto utile per noi europei, proprio all’inizio della settimana-laboratorio di lavoro insieme, la visione del film documentario Indus blues di Jawad Sharif, prodotto da Face: la narrazione, oltre che su una splendida fotografia, è basata su interviste agli ultimi anziani maestri di musica, virtuosi e costruttori di strumenti, ripresi nei loro luoghi a volte sperduti nel vasto territorio pakistano, che ricostruiscono una situazione drammaticamente vicina al punto di non ritorno.
I giovani non vogliono più seguire le orme di questi maestri perché l’apprendistato costa anni di sacrifici ed investimenti che non producono più sicurezza economica e benessere per i musicisti, come un tempo, ma sono visti come una inutile perdita di tempo. Soprattutto la parte maschile del paese, infatti, impara fin dall’adolescenza che la cosa più importante è trovare un lavoro che consenta di guadagnare più danaro possibile, oppure arrivare al successo e alla popolarità, non con la fatica e l’impegno, ma attraverso i mezzi di comunicazione di massa.
Per questo i giovani che fanno musica in Pakistan preferiscono il pop-rock e si mettono subito in gioco su Youtube, Instagram e soprattutto TikTok.

Per una piccola parte le difficoltà per i musicisti sono incrementate dai fondamentalisti religiosi, che hanno dimenticato come il sufismo pakistano avesse invece esaltato per secoli la musica come mezzo per elevare la coscienza della spiritualità (si legga su questi temi il poetico libro di Jürgen Wasim Frembgen Nocturnal Music in the Land of the Sufis. Unheard Pakistan, stampato da Oxford University Press in Pakistan nel 2012).
Ma sorprendentemente non è questa la causa principale della graduale scomparsa della musica tradizionale.

Ho potuto commentare questi punti, dopo la visione del film, con il consulente scientifico del documentario, Arieb Azhar, che è l’unico vero “musicologo” che ho potuto incontrare in Pakistan. Arieb ha studiato a fondo il patrimonio della musica tradizionale del suo paese, ma ha anche avuto una stimolante esperienza di studio e ricerca in Europa (etnomusicologia in Croazia) che lo ha reso ancora più aperto e disponibile al dialogo. Per inciso, nella sua minuscola libreria nell’area del museo di Lok Virsa abbiamo conosciuto Saeed Ahmad Farani, studioso e traduttore di Rumi e altri classici sufi con amici anche in Italia, un incontro che mi ha fatto capire che il sufismo è tuttora diffuso in Pakistan ma va cercato, e questo pone ancora speranze per il futuro della musica.

Tornando alla settimana del progetto di “Heritage Live”, fin dall’inizio è apparso che tutti avevano accettato con gioia la sfida di una convivenza musicale intensiva. La provenienza territoriale dei musicisti pakistani, uomini e donne in numero uguale, era identificabile dai variopinti costumi tradizionali indossati con grande cura ed eleganza. Un gruppo familiare Sikh, ad esempio, proveniva dal Sindh nei dintorni di Karachi e includeva Jay Ram, un incantatore di serpenti con il suo bīn o murli, caratteristico doppio clarinetto molto stridente e con laghi ornamenti colorati, accompagnato da una vigorosa suonatrice di tamburo a doppia membrana, e le altre donne con voci sicure ed acutissime. Una ragazza Sindh appena quindicenne (la più giovane partecipante), Amar Bai, ha impressionato per la sicurezza della sua voce ancora infantile, che accompagnava da sola suonando con la mano sinistra l’harmonium. Ancora dal Punjab giungeva quello che si è rivelato il personaggio più empatico e coinvolgente dell’intero gruppo, Wahid Baksh, che abbiamo rinominato “Sandokan” per il suo aspetto da pirata e i suoi coloratissimi costumi. Il suo aspetto festoso maschera in realtà una discendenza illustre, in quanto allievo del mitico cantore sufi di  Jamshoo Allan Faquir. Folksinger scatenato nel danzare su qualsiasi melodia o ritmo, ha agito in coppia col giovane figlio Sajid Alì, suo allievo replicante dal volto gentile e voce molto bella.

(continua)

Dinko Fabris

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