Musica, Anima e Poesia: nella cavea del Teatro Grande di Pompei riecheggia la voce della divina “Sacerdotessa” Patti Smith

Nei giorni scorsi ho avuto la fortuna di assistere e partecipare ad un autentico rituale celebrato proprio da colei che, non a caso, è nota ai più come “la sacerdotessa del rock”, la divina Patti Smith.
Ed è così che è apparsa, ieraticamente, questa ragazza di 75 anni dai lunghi capelli bianchi, nella sua più essenziale semplicità, con indosso una t-shirt bianca e un gilet nero, scusandosi di non aver indossato la sua distintiva giacca a causa del caldo e della umidità che le appannava di occhiali da lettura.

È apparsa così, dunque, senza bisogno di presentazioni, nella sua scarna perfezione, su un palco allestito in uno dei posti più magici del mondo, il Teatro Grande degli scavi di Pompei, un luogo dove è possibile abitare la Storia immaginando tutti coloro che, secoli prima, popolarono quella cavea ancor oggi brulicante di persone in attesa di lei, poetessa contemporanea ma senza tempo, che si è donata a noi affiancata unicamente dai suoi musicisti, il batterista Seb Rochford, il bassista nonché tastierista Tony Shanahan e da suo figlio Jackson, che accarezzava una chitarra, strumento che suonava anche suo padre, l’amatissimo Fred “Sonic” Smith – destinatario dell’indimenticabile “Frederick”- con cui Patti compose alcuni dei suoi immortali successi.

Tutti eravamo pervasi da un’aura di bellezza e gratitudine, uno stato di grazia che si è palesato sin dalle prime note della canzone inaugurale “Grateful”, cantata con una semplicità quasi destabilizzante proprio perché non ha nulla a che fare con i virtuosismi e con gli orpelli vocali e performativi ai quali siamo ormai abituati: a Patti Smith basta solo la sapienza, che le permette di toccare profondamente l’intimità di coloro che hanno la fortuna di ascoltarla e di osservarla dal vivo, comprendendo le infinte sfaccettature di una donna autentica, che sa di poter esser tutto e che tutto è.
E’ una madre dolente che commemora i bambini rimasti uccisi in seguito alle indicibili stragi che si reiterano nelle cronache statunitensi e che accusa l’accessibilità sconsiderata delle armi; è “un’allieva” che ricorda il Maestro Allen Ginsberg declamandone i versi; è una ragazzina di 15 anni che ascolta per la prima volta la musica di Bob Dylan e che, quasi incredula, si ritrova sessant’anni più tardi a ricantare quelle melodie accompagnata da un figlio ormai adulto; ed è la cittadina di un Mondo che deve prescindere dalle geografie e che deve essere protetto e amato perché scrigno di un patrimonio che non ha padroni, ma che appartiene a tutti, un mondo fatto di arte, bellezza e condivisione.
In questo senso, forse la lettura della traduzione in inglese de “L’infinito” potrebbe apparire quasi poco ortodossa, ma il pathos e la sincerità che trasparivano dalla voce di questa donna magnifica hanno onorato il senso del sacro che secoli addietro animò Leopardi, consentendogli di manifestare il suo genio poetico, ed è così che Patti ha dimostrato a tutti, senza sofismi, che la sostanza delle cose belle, buone e giuste non dipende mai unicamente dalla forma adoperata, ma che esiste senza sforzo ed è in sé compiuta con fluidità e naturalezza, quella stessa naturalezza che ha ispirato Jackson e Tony Shanahan a improvvisare estemporaneamente le prime battute di “Money” dei Pink Floyd, facendo riecheggiare nel medesimo luogo dopo più di cinquant’anni uno dei live più memorabili della storia della musica, avvenuto sempre lì, tra le rovine viventi di Pompei.

Mi rammarica il non riuscire a conservare un assetto cronachistico senza smarginare, ma vorrei raccontare e trasmettere con grande onestà la morale, se così si può dire, di questo concerto e la necessità di amare queste leggende viventi, acquisendone il paradigma; in un’epoca in cui spadroneggiano le sovrastrutture, la costruzione squilibrata di quel che si vede e l’artificio sfrenato, Patti Smith è un richiamo, un ritorno alle origini, una voce davvero straordinaria e ribelle che ci insegna a non preoccuparci troppo di quel che si vede, a “pisciare nel fiume” (“Pissing in a river“) quando il dolore diventa insopportabile, a essere liberi di ballare a piedi nudi quando quella strana musica imperversa dentro come una droga (“Dancing Barefoot“), a sperimentare una sensualità senza eguali che può manifestarsi con un’immediatezza quasi violenta, semplicemente allentando l’ultimo bottone di quel gilet nero già descritto qualche riga fa, mentre tutti cantiamo “Because the night”, il capolavoro donatole dal Boss Bruce Springsteen, godendo di ogni singola parola.

Ogni istante di questo concerto è stato un inno alla libertà, alla verità, al rispetto, un invito a celebrare il potere più importante che ci sia, un potere costantemente ignorato e, nella peggiore delle ipotesi, addirittura dimenticato: il potere che hanno le persone.
I awakened to the cry that the people have the power”.
Spero tanto che qualcuno se ne ricordi.
Noi per primi.

Alessandra Turi Tasselli

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