Le attese premiano: sette anni dopo, un trionfo per Paolo Nutini in concerto a Trani

And I like large parties, they’re so intimate.
Mi piacciono le feste grandi, sono così intime.
(“The Great Gatsby” – F.S. Fitzgerald)

Se due estati sono state un’epoca per la musica live, figuriamoci sette anni.
Sette anni dacché Paolo Nutini mancava dai live tour.
Ha iniziato con larghissimo anticipo il momento di sospensione dalle performance che a noi tutti è toccato qualche anno dopo. E come a molti di noi, la sospensione gli ha fatto bene, dal momento che oltre ad aver trovato un pubblico che lo aspettava numeroso e affettuoso, Nutini ha pure fatto un disco nuovo, “Last Night in the Bittersweet”.

In un tour che ha toccato Trani come sesta delle otto date previste in Italia, Nutini, provvisto di una band di tutto rispetto (notevolissimo polistrumentista, ai limiti del mostruoso, Gavin Fitzjohn, vero maestro concertatore degli arrangiamenti dell’album e del live), prova a eguagliare la bellezza dei colori del nostro mare col suo concerto, salutato da un tramonto meraviglioso.

La setlist debutta con scelte dedicate ai fan un po’ più addentro al repertorio del cantautore scozzese (che tratta bene le sue origini lucchesi). Le hit, i singoli più radiofonici sono spostati nella seconda metà della scaletta, un po’ più scarna rispetto alle altre date italiane del tour: manca “Last Request”, “New Shoes” è un piccolo frammento alla fine di “Jenny don’t be hasty”, e, complice un cielo in cui la luna latitava, è mancata l’attesa cover di “Guarda che luna” di Buscaglione (ma “Guarda che mare” ce l’avevamo).

In compenso, due bellissimi bolidi, primi messaggeri dello sciame delle Perseidi, hanno graffiato il cielo di Trani, anticipando “Shine a Light” che ha chiuso il concerto, nel tripudio di una festa giovane e gioiosa. Anche un tributo a Amy Winehouse, coverizzata in “Rehab” da Nutini (che ha aperto anche i concerti di Winehouse ai di lui esordi), della cui morte la sera del concerto è ricorso l’undicesimo anniversario, sarebbe stata gradito; accontentandoci abbiamo comunque goduto di una bella esibizione.

Proprio “Jenny don’t be hasty” ha avuto il privilegio di un arrangiamento più cattivello rispetto alle versioni in studio, evidentemente Jenny non ha cambiato idea in tanti anni.
Su tutte, “Iron Sky”, il trip hop blues cucito a punto doppio sulla voce di Nutini, un tesoro di canzone che, se l’Universo vorrà dargli altri venti e più anni di carriera, gli verrà ancora meglio con la lezione del Professor Tempo. E la cover di “Dream a little dream of me”, dritta dall’Orchestra di Ozzie Nelson che avrebbe pagato per suonare davanti a un mare così dopo il Lexington.

Tira il lentone de* numeros* innamorat* tra il pubblico anche “Candy”, dolce, dolcissima, piena delle carie del blues. Linee di basso e poetica dolceamara che sembrano riportare alla West Coast dei Doors e dei Jefferson Airplane, ma anche dissonanze e schitarrate molto brit, d’après Sir Elton John, in un mélange che, in fin dei conti, non ha deluso i fan, e che ha convinto i molti curiosi del ‘supernome’ che si esibiva in Puglia.

We’ll rise over love
And over hate
Through this iron sky
That’s fast becoming our minds
Over fear and into freedom
Freedom!

Ci solleveremo dall’amore e dall’odio
In questo cielo di ferro che sta rapidamente diventando le nostre menti
Oltre la paura e dentro la libertà
Libertà!

(Paolo Nutini – “Iron Sky”)

Beatrice Zippo

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