Che energia, che gioia, il progetto discografico “Doussoun’gouni” di Roberto Ottaviano, eseguito live a “La Dolce Vita” di Bari per la nuova rassegna dell’associazione “Nel Gioco del Jazz”

Al termine del precedente concerto della nuova rassegna a cura dell’Associazione “Nel Gioco del Jazz“, ci eravamo lasciati con la scommessa su un rapporto tra artisti e pubblico del club, tutto da riscaldare e riallacciare, dopo i molteplici strappi dovuti alle restrizioni pandemiche. Ebbene, quando ci si trova di fronte a un progetto come “Doussoun’gouni”, il minimo che ci si possa aspettare è una scarsa, se non nulla, gradualità in questo processo, perché i musicisti sono andati in scena con il precipuo proposito di riprendersi il palco e il pubblico senza ritegno alcuno, riuscendoci oltre ogni ragionevole precedente dubbio.

Il concerto, come detto, fa parte del ricchissimo programma previsto dall’associazione “Nel Gioco del Jazz”, che ritorna nello storico club barese “La Dolce Vita”, con la direzione artistica del M° Roberto Ottaviano e del M° Pietro Laera, e la presidenza di Donato Romito.
Ed è proprio Ottaviano, scommettendo ancora una volta su una formazione di giovani e giovanissimi (indimenticato in tal senso, ad esempio, il concerto a Masseria Montepaolo del luglio 2020), a fare da mattatore della serata, anzi, del viaggio, come ama definirlo, presentando il progetto “Doussoun’gouni”, del cui disco, prodotto dalla stessa Associazione barese in collaborazione con PugliaSounds, è stato omaggiato il pubblico. Il sestetto prevede, oltre al band leader al sax soprano e sax alto, Giuseppe Todisco alla tromba e flicorno, Francesco Schepisi alle tastiere, Gianluca Aceto al basso elettrico, Dario Riccardo alla batteria e Cesare Pastanella, con il suo speziario di percussioni.

Proprio all’interno delle percussioni trova spazio il doussoun’gouni, strumento semirituale dei Griot, i portatori della canzone tradizionale dell’Africa occidentale. Pastanella, con la sua conoscenza delle ricette compositive dell’album, riesce a trovare la pozione giusta. E il sound – e che sound! – sul palco pareva scaturire direttamente dall’incisione, segno di una formazione rodata e di un lavoro poderoso che oltrepassa l’importanza delle singole parti.
Ottaviano, captando nell’immediato la temperatura del pubblico, si spinge in un pazzesco lavoro in presa diretta di direzione dei musicisti, incoraggiandoli e traendo egli stesso (“li ho vampirizzati” si schermirà al termine) un’energia notevole che ha reso il concerto energico e divertente, con una risposta di pubblico a dir poco entusiastica.

Prendono così vita i componimenti originali di “Joy”, con un robusto groove tra la linea di basso e una tastiera che può essere tranquillamente un hammond, o anche “Black rain” e “River of our ancestors”, ricercate e incentrate sui fiati.
Molto affascinanti anche le esecuzioni di “Wight waits for weights” e “I got rock”, rispettivamente di Steve Coleman e Massimo Urbani, sempre incluse nell’album.
Il tributo più sincero è quello rivolto a Miles Davis e alla sua “Right off”, che a sua volta si riallaccia a Jack Johnson, ma qualcuno può spergiurare su un forte sentore dell’intera gamma di “Bitches Brew” sull’intero concerto.
Qualora non bastasse, “Mopti” di Don Cherry colpisce al cuore, sostenuta da una bellissima batteria.

Il prossimo appuntamento con i concerti di “Nel Gioco del Jazz” è per mercoledì 24 febbraio al Teatro Forma di Bari, con un viaggio che riporta in Africa, con Byron Wallen e il progetto “African flowers”.

Beatrice Zippo
Photo credits Gaetano De Gennaro

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