Le Voci dell’Umanità – Capitolo IV: Corpi non convenzionali

Il mondo, specialmente quello occidentale, vive il mito della standardizzazione.
Dietro di essa, vi è un’apparente assenza di sforzo: assomigliare tutti allo stesso modello è comodo e rende riconoscibili e, dunque, accettati.
A questo fine servono gli strumenti che alterano una realtà di diversità, fino ad appiattirla.
Ci sono i filtri di Instagram, che cancellano, levigano, mostrano un’altra faccia; c’è l’autotune, che corregge, modula, restituisce un’altra voce; ci sono le case discografiche, che in nome della vendita, semplificano, schiacciano, rendono la musica un prodotto di consumo, un altro prodotto, finanche diverso da quello pensato, ipotizzato, progettato dall’autore di turno.

Quando si arriva all’aspetto fisico per un musicista, che, a nostro parere, non dovrebbe rilevare, da un lato i nuovi imperativi dell’inclusività, non scevri da meccanismi di washing simili a quelli che si fanno per l’inclusività femminile, etnica e di orientamento sessuale, scatenano la caccia al diverso, al sensazionale, al fenomeno da baraccone da masticare e sputare, alla ricerca del prossimo, mentre, dall’altro lato, l’imperativo è spingere il più fico di tutti, il modello da seguire oggi per vestirsi, cantare, suonare così.
Ma giacché il meccanismo è disegnato affinché domani il più fico di tutti sia un altro, riteniamo che tanto varrebbe conservare le peculiarità del proprio corpo, piccole e grandi, ed esprimerci come esse ci ispirano.
Sempre parlando di ispirazioni, le imprese dei grandi sportivi italiani riecheggiano ancora dai grandi annunci social, e una simile incetta di medaglie stanno mietendo le nostre atlete e i nostri atleti delle Paralimpiadi di Tokyo. Lo sport, come la musica, è la sentinella di un’inclusione pulita e senza retorica, dove il talento va oltre ogni situazionismo.

Attenendosi agli appellativi standard, Django Reinhardt avrebbe dovuto darsi a tutt’altro, invece che alla chitarra jazz. Nato sinti, e quindi “zingaro”, per la tassonomia popolare, vittima, appena diciottenne, di un incidente che gli aveva bruciato e invalidato una gamba e buona parte della mano sinistra, tanto avrebbe dovuto bastare per essere fuori dal gotha del jazz. Invece Reinhardt non solo ha rivisto la tecnica, facendo assoli funambolici a due dita, ma ha portato la sua chitarra, di stampo classico e gitano, e un’intera tradizione, quella manouche, da stile minore del folk europeo a una cifra jazz importante, di rilevanza anche odierna, con influssi dalla musica ambient alle colonne sonore per il cinema.

Un altro che avrebbe dovuto lasciar perdere era Chet Baker, il quale effettivamente più di una volta è stato tentato dal lasciar perdere per sempre, per colpa della stramaledetta eroina. Ora vendendo la tromba al banco dei pegni, ora finendo in galera, ora perdendo i due denti anteriori, per cause tra il medico e il leggendario, tra la rissa e il deperimento per la tossicodipendenza. Reimparare a suonare la tromba ha significato per lui scrivere un ultimo, importante pezzo della carriera, prima che con un ultimo volo lasciasse perdere la sua musica, di cui noi tutti ci prendiamo cura.

La cura non ha potuto salvare Ezio Bosso dalla malattia, una polineuropatia degenerativa che ha sorpreso il corpo di un compositore, di un pianista e di un direttore d’orchestra di somma caratura a soli trent’anni. Anche in questo caso, la potente portata dell’artista è stata resa unica dalla sua peculiarità, permettendogli di scandagliare gli stati d’animo da un punto di vista unico e niente affatto privilegiato. Di più, forse la musica, più della medicina, ha salvato l’anima del Maestro, che ha trasposto il suo osservatorio nell’album “The 12 th Room”, che senza peccare di esagerazione, consacra Bosso come un odierno Vivaldi, unico nel comporre le temperie dell’anima come se fossero movimenti, sinfonie, stanze, stagioni.

Che succede quando diversi si nasce e non si diventa? Michel Petrucciani è nato con la “Sindrome delle ossa di cristallo”, una malformazione di natura genetica che si definisce come “Osteogenesi imperfetta”, una diversità che almeno fisicamente avrebbe dovuto distanziarlo dalla musica, della misura in cui i suoi piedi erano lontani dai pedali del piano. E invece, con un adattamento, il corpo ha potuto raggiungere le altezze della mente, regalandoci bellezza ed eleganza. Peraltro, oltreché un prolifico compositore, Petrucciani era un fine tessitore di relazioni amorose, le più significative nei trentasei anni del suo passaggio su questo pianeta sono state ben cinque.

Anch’egli conosciuto per la sua spiccata passione per le donne, tanto da valergli il titolo di “Segugio” finanche nel nome d’arte: era Hound Dog (segugio, per l’appunto) Taylor, bonus track di questa tappa. Chitarrista esadattilo, di stile blues e rock, per forza di cose ha imposto la sua tecnica unica sui suoi componimenti, tanto da far pensare che sarebbe una bella invenzione se tutti coloro che si approcciassero allo slider avessero sei dita. Magari Hound Dog Taylor non è vissuto abbastanza, o non ha avuto abbastanza contatti, per scrivere pezzi memorabili per il grande pubblico oltreché per la critica; ma è bello immaginare un universo dove vi siano principalmente chitarristi che hanno più o meno di cinque dita per mano, e chiedersi che musica farebbero.

Spesso la difformità dallo standard non è nemmeno una diversabilità, ma le deviazioni dallo standard sono viste tutte come un elemento di derisione, e sulla carta ne sarebbe vittima anche Beth Ditto, leader delle Gossip, ma anche solista. Togliendo l’inflazione da un termine spesso abusato (proprio per connotare quelle che sono semplicemente forti personalità), Ditto è iconica. La sua immagine e la sua voce caricano il pubblico in una maniera unica, una cifra mista di sfrontatezza, outfit estremi, suono feroce. Più di una volta, Ditto ha detto che la sua obesità è fonte di ispirazione per i suoi look, che effettivamente sono caldissimi, anzi infuocati!

Beatrice Zippo

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