La lezione di Amy, dieci anni dopo

Non è semplice, per chi era nella storiografia della gloria di un’artista come Amy Winehouse, riguardare agli eventi e a ciò che ne è conseguito con gli occhi della storia.
Amy, classe 1983 come me, dopo due dischi uno più bello dell’altro (“Frank” e “Back to Black”), e una scia di concerti accesa come la cometa del Messia, che andava spegnendosi alla stessa velocità, era stata risucchiata dal buio dell’Universo, ed era finita chissà dove, chissà in che forma, senza che nessuno si rendesse conto fino in fondo che probabilmente non avrebbe vissuto abbastanza da vedere un’altra cometa così bella, così luminosa, così straordinaria e così umana.

Era il 23 luglio del 2011, personalmente, ero sul mio letto da ragazza, quando ho appreso la notizia, arrivata nel tempo pneumatico di una domenica pomeriggio, e sono restata in silenzio per il resto della giornata. Sono rimasta in silenzio anche quando sono uscita dalla visione del docufilm “Amy” di Asif Kapadia, in silenzio quando ho visto la mostra dedicatale dal fratello al Jewish Museum di Camden Town, London, nel 2017.

Quella di Amy Winehouse è una vicenda che nessuno, specialmente un musicista, dovrebbe subire, ossia, di base, una storia di silenzio.
Silenzio e solitudine.
Una solitudine causata da chi doveva starle più vicino, suo padre e suo marito, che invece hanno pensato che un’icona malsana facesse fare più soldi, per non parlare di un’icona morta, finanche rimpiazzabile da un ologramma, secondo un’idea strampalata ai limiti del disgustoso, che lo stesso Mitch Winehouse è riuscito a concepire.
Solitudine di chi non poteva starle accanto, come le amiche di gioventù che cercavano di aiutarla a tirarsi fuori dal carrozzone da cui Amy stessa voleva uscire.

Amy avrebbe voluto restare un altro po’, sull’isola di Mustique, prima di finire il terzo disco (“The Lioness: Hidden Treasures”), voleva scoprire lì, con calma e con amore, sotto la luce del Sole dei Tropici, i tesori che invece sono stati venduti come nascosti, nell’album postumo, registrato in tutta fretta mentre una ragazza di ventisette anni, ridicolizzata dai tabloid e da un marito che solo sulle carte delle nozze era tale, imboccava l’ultimo tunnel.

Nessuno può sapere quanti capolavori Amy avrebbe potuto ancora regalarci, se le fosse stato consentito di splendere ancora, se le sue lacrime, invece che asciugarsi da sole, fossero diventate un distillato di salvezza per la sua vita e la sua arte.

Oltre alla sua voce, alle persone sole, specialmente alle donne che vengono lasciate sole per comodità e convenienza, cui viene insegnato da piccole che l’amore è un gioco in perdita, Amy lascia una lezione importante.
Senza bisogno di santificazioni di comodo, Amy ci insegna che il prezzo che rischiamo di pagare per credere e restare accanto a chi sciorina l’amore come merce di scambio è la vita stessa; Amy ci spinge a non negoziare, in nome di un indotto bisogno di accettazione, sulle peculiarità del nostro talento e della nostra affermazione.

Ciao Amy.
Ci mancavi già da viva, ci mancherai per sempre.

Beatrice Zippo
Dipinto in copertina: Ketty Martiradonna
Photo credit: Andy Willsher

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