Franco Battiato: il rivoluzionario gentile e delicato

Scrivere di Franco Battiato (all’anagrafe Francesco), cioè del Maestro, è una cosa facile e difficile nello stesso tempo.
Lui, nato a Ionia il 23 marzo 1945 ed andato via solo un mese fa, quel maledetto 18 maggio 2021, è stato un grande cantautore, compositore, musicista, regista e, finanche, pittore. E tra la sua data di nascita e la sua morte ci siamo noi, ci sono io, “ragazzo” degli anni ’40, proprio come lui.

Nel ricordarlo sulle pagine social, tra tante parole spesso inutili anche se veramente e non banalmente celebrative, credo di aver già detto quello che si doveva dire: “Silenzio. Canta e recita Battiato: lui, anima gentile e delicata, è stato la “Guernica” della vocalità e della poesia. Già prima del suo tempo era andato “oltre”, nel luogo “altrove”, nel “posto dell’anima”, nelle “grandi vie del silenzio”. Ha fatto, anzi tempo, la rivoluzione che noi, ragazzi degli anni ’40 come lui, non abbiamo saputo e potuto fare”.
Sulla stampa, tra i ricordi più ricorrenti, riaffiorava la sua rivoluzione musicale del 1982, come ha fatto notare a Michele Serra un lettore del Venerdi di Repubblica del 28 maggio, un certo Marco Lombardi che dice: “Caro Serra, correva l’anno 1982, l’Italia di Bearzot avrebbe vinto i mondiali, la mafia si prendeva la sua rivincita di sangue sullo Stato, Rambo diveniva l’incubo peggiore per molti e il sogno tintinnante per i produttori e Michael Jackson una stella globale. Mentre accadeva tutto questo un giovanotto di origine catanese, filosofeggiando in melodia sulla voce del padrone e l’eterna ricerca di un centro di gravità permanente, conquistava gli orecchi e il cuore di milioni di italiani. Se non fu quella vera rivoluzione …”. A tale valutazione del lettore, che corrispondeva alla mia, fatta precedentemente, Michele Serra rispose: ”Lo fu. Secondo me lo fu perché l’eleganza è, ed era, soprattutto negli anni ’80, rivoluzionaria”.
Ma le parole più penetranti, più sentite, che raccolgono il Battiato-Pensiero, le ha dette un Marco Travaglio molto commosso, amico del cuore e dell’anima del Maestro, ospite della trasmissione condotta da Lilli Gruber su La7: “Sono un po’ scosso devo dirti. Lui era un’anima talmente delicata, un po’ come quei fiori che appena li tocchi si disfanno. Quindi ho pudore a dire delle cose su di lui a caldo. Scrisse, nel 1991, Povera Patria, canzone cara a noi tutti.La scrisse nel 1991, prima delle stragi dal 1992 in poi. E non so da dove gli sia venuta questa visione profetica. Lui ha sempre vissuto in tanti mondi. E già da parecchio tempo era andato via in uno di questi mondi a lui tanto cari. Ora si è distaccato definitivamente dal nostro mondo”.

Ho parlato a proposito del Maestro, del luogo “oltre, del “luogo altrove”, del “posto dell’anima” e delle “grandi vie del silenzio” a cui Franco Battiato era approdato, avendo vissuto – credo nel 2015 – l’esperienza del suo straordinario concerto tenutosi nel nostro Teatro Petruzzelli (quello in cui Battiato cadde, fratturandosi una gamba) dove un pubblico fatto soprattutto di giovani era letteralmente impazzito per lui e per quello che “diceva”, “sussurrava” con i suoi testi e la sua melodia.

E allora facciamo parlare il Maestro solo con le sue perle, ricordando che lui ha avuto come coautori prima, per le musiche, Giusto Pio, violinista, compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra, mentre per i testi ha goduto della penna di Manlio Sgalambro, anche lui siciliano di Lentini, filosofo, scrittore, poeta e cantautore, entrambi andati via prima del Maestro.

E quindi cominciamo con “suo originale” Testamento e con altri testi, senza riportare una suddivisione tra chi abbia scritto i testi e chi la musica, perché nel trio Battiato – Pio – Sgalambro, più che mai, vale il monito di Frida Khalo: ”fondersi senza confondersi”.

Testamento
Lascio agli eredi l’imparzialità,
La volontà di crescere e capire,
Uno sguardo feroce e indulgente,
Per non offendere inutilmente.
Lascio i miei esercizi sulla respirazione,
Cristo nei Vangeli parla di reincarnazione.
Lascio agli amici gli anni felici,
Delle più audaci riflessioni,
La libertà reciproca di non avere legami
E mi piaceva tutto della mia vita mortale,
Anche l’odore che davano gli asparagi all’urina
Il tempo perduto chissà perché,
Non si fa mai riprendere
I linguaggi urbani si intrecciano
E si confondono nel quotidiano.
Fatti non foste per viver come bruti,
Ma per seguire virtude e conoscenza
L’idea del visibile alletta, la mia speranza aspetta.
Appese a rami spogli, gocce di pioggia si staccano con lentezza,
Mentre una gazza, in cima ad un cipresso, guarda.
Peccato che io non sappia volare,
Ma le oscure cadute nel buio mi hanno insegnato a risalire.
E mi piaceva tutto della mia vita mortale,
Noi non siamo mai morti, e non siamo mai nati.

E cosa sono i versi “e mi piaceva tutto della mia vita mortale, Noi non siamo mai morti, e non siamo mai nati”, se non un vero groppo alla gola e una fermata dei battiti del nostro cuore?

Prospettiva Nevski
(di Franco Battiato e Giusto Pio)
Un vento a trenta gradi sotto zero
Incontrastato sulle piazze vuote contro i campanili
A tratti come raffiche di mitra
Disintegrava i cumuli di neve
E intorno i fuochi delle guardie rosse accesi per scacciare i lupi
E vecchie coi rosari
E intorno i fuochi delle guardie rosse accesi per scacciare i lupi
E vecchie coi rosari
Seduti sui gradini di una chiesa
Aspettavamo che finisse messa e uscissero le donne
Poi guardavamo con le facce assenti
La grazia innaturale di Nijinsky
E poi di lui s’innamorò perdutamente il suo impresario
E dei balletti russi
E poi di lui s’innamorò perdutamente il suo impresario
E dei balletti russi
L’inverno con la mia generazione
Le donne curve sui telai vicine alle finestre
Un giorno sulla prospettiva Nevski
E studiavamo chiusi in una stanza
La luce fioca di candele e lampade a petrolio
E quando si trattava di parlare
Aspettavamo sempre con piacere
E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire

La stagione dell’amore
La stagione dell’amore viene e va,
i desideri non invecchiano quasi mai con l’età.
Se penso a come ho speso male il mio tempo
che non tornerà, non ritornerà più.
La stagione dell’amore viene e va,
all’improvviso senza accorgerti, la vivrai, ti sorprenderà.
Ne abbiamo avute di occasioni
perdendole; non rimpiangerle, non rimpiangerle mai.
Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore.
Nuove possibilità per conoscersi
e gli orizzonti perduti non ritornano mai.
La stagione dell’amore tornerà
con le paure e le scommesse questa volta quanto durerà.
Se penso a come ho speso male il mio tempo
che non tornerà, non ritornerà più
.

L’oceano di silenzio
Un oceano di silenzio scorre lento
senza centro né principio
cosa avrei visto del mondo
senza questa luce che illumina
i miei pensieri neri.
Quanta pace trova l’anima dentro
scorre lento il tempo di altre leggi
di un’altra dimensione
E scendo dentro un oceano di silenzio
sempre in calma.

L’ombra della luce
Difendimi dalle forze contrarie,
la notte, nel sonno, quando non sono cosciente,
quando il mio percorso, si fa incerto,
E non abbandonarmi mai…
Non mi abbandonare mai!
Riportami nelle zone più alte
in uno dei tuoi regni di quiete:
È tempo di lasciare questo ciclo di vite.
E non abbandonarmi mai…
Non mi abbandonare mai!
Perché le gioie del più profondo affetto
o dei più lievi aneliti del cuore
sono solo l’ombra della luce.
Ricordami come sono infelice
lontano dalle tue leggi,
come non sprecare il tempo che mi rimane.
E non abbandonarmi mai…
Non mi abbandonare mai!
Perché la pace che ho sentito in certi monasteri,
o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa,
sono solo l’ombra della luce.

Secondo imbrunire
Quei muri bassi
di pietra lavica
arrivano al mare
e da qui
ci passava ogni tanto
un bagnante in estate.
Sciara delle Ginestre
esposte al sole
passo ancora il mio tempo
a osservare i tramonti
e vederli cambiare
in Secondo Imbrunire.
E il cuore
quando si fa sera
muore d’amore

non ci vuole credere
che è meglio
stare soli.
Cortili e pozzi antichi
tra i melograni
chiese in stile normanno
e una vecchia caserma
dei carabinieri.
Passano gli anni
e il tempo delle ragioni
se ne sta andando
per scoprire che non sono
ancora maturo
nel Secondo Imbrunire.
E il cuore
quando si fa sera
muore d’amore
non si vuol convincere
che è bello
vivere da soli.

Torneremo ancora
Un suono discende da molto lontano
assenza di tempo e di spazio
nulla si crea, tutto si trasforma
la luce sta nell’essere luminoso
irraggia il cosmo intero
cittadini del mondo cercano una terra senza confine
la vita non finisce è come sonno
la nascita è come il risveglio
Finché non saremo liberi
torneremo ancora
ancora
e ancora
Lo sai
che il sogno è realtà
un mondo inviolato
ci aspetta da sempre
i migranti di Ganden
in corpi di luce
su pianeti invisibili
Molte sono le vie
ma una sola
quella che conduce alla verità
Finché noi saremo liberi
torneremo ancora
ancora
e ancora

Tutto l’universo obbedisce all’amore
(di Battiato e Sgalambro)
Rara la vita in due
Fatta di lievi gesti,
E affetti di giornata,
Consistenti o no
Bisogna muoversi
Come ospiti pieni di premure
Con delicata attenzione
Per non disturbare
Ed è in certi sguardi che
Si vede l′infinito
Stridono le auto
Come bisonti infuriati,
Le strade sono praterie
Accanto a grattacieli assolati,
Come possiamo
Tenere nascosta
La nostra intesa
Ed è in certi sguardi
Che s’intravede l′infinito
Tutto l’universo obbedisce all’amore,
Come puoi tenere nascosto un amore.
Ed è così che ci trattiene nelle sue catene,
Tutto l′universo obbedisce all′amore
Come possiamo
Tenere nascosta
La nostra intesa
Ed è in certi sguardi
Che si nasconde l’infinito
Tutto l′universo obbedisce all’amore,
Come puoi tenere nascosto un amore.
Ed è così che ci trattiene nelle sue catene,
Tutto l′universo obbedisce all’amore

La porta dello spavento supremo
Quello che c’è ciò che verrà
ciò che siamo stati
e comunque andrà
tutto si dissolverà
Nell’apparenza e nel reale
nel regno fisico o in quello astrale
tutto si dissolverà
Sulle scogliere fissavo il mare
che biancheggiava nell’oscurità
tutto si dissolverà
Bisognerà per forza
attraversare alla fine
la porta dello spavento supremo

Tra sesso e castità
(di Battiato e Sgalambro)
Andando a caso consideravo girando per strade vuote
che l’equilibrio si vede da sè si avverte immediatamente
Ribussa ai miei pensieri un desiderio di ieri
ed è l’eterna lotta tra sesso e castità
Chissà com’è la tua vita oggi
e chissà perché avrò abdicato
Scorrono gli anni nascosti dal fatto che c’è sempre molto da fare
e il tempo presente si lascia fuggire con scuse condizionali
Ribussa ai miei pensieri un desiderio di ieri
ed è l’eterno scontro tra sesso e castità
Chissà com’è la tua vita oggi
e chissà perché avrò abdicato
Tra i sussurri l’indolente ebbrezza di ascendere e cadere qui
tra la vita e il sonno, la luce e il buio dove forze oscure
da sempre si scatenano
Felici i giorni in cui il fato ti riempie di lacrime ed arcobaleni
della lussuria che tenta i papaveri con turbinii e voglie
… chissà perché avrò abdicato con te riproverei …
Per capriccio gioco per necessità
Mi divido così tra astinenza e pentimenti
tra sesso e castità

Lode all’Inviolato
Ne abbiamo attraversate di tempeste
E quante prove antiche e dure
Ed un aiuto chiaro da un’invisibile carezza
Di un custode
Degna è la vita di colui che è sveglio
Ma ancor di più di chi diventa saggio
E alla Sua gioia poi si ricongiunge
Sia Lode, Lode all’Inviolato
Lode all’Inviolato
E quanti personaggi inutili ho indossato
Io e la mia persona quanti ne ha subiti
Arido è l’inferno
Sterile la sua via
Quanti miracoli, disegni e ispirazioni
E poi la sofferenza che ti rende cieco
Nelle cadute c’è il perché della Sua assenza
Le nuvole non possono annientare il Sole
E lo sapeva bene Paganini
Che il diavolo è mancino, e subdolo
E suona il violino

Povera Patria
Povera patria!
Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos’è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore…
Ma non vi danno un po’ di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
non cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
sì che cambierà, vedrai che cambierà.
Si può sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po’ da vivere…
La primavera intanto tarda ad arrivare.

Fisiognomica
Leggo dentro i tuoi occhi
da quante volte vivi
dal taglío della bocca
se sei disposto all’odio o all’indulgenza
nel tratto del tuo naso
se sei orgoglioso fiero oppure vile
i drammi del tuo cuore
li leggo nelle mani
nelle loro falangi
dispendio o tirchieria.
Da come ridi e siedi
so come fai l’amore
quando ti arrabbi
se propendi all’astio o all’onestà
per cose che non sai e non intendi
se sei presuntuoso od umile
negli archi delle unghie
se sei un puro un avido o un meschino.
Ma se ti senti male
rivolgiti al Signore
credimi siamo niente
dei miseri ruscelli senza Fonte.
Vedo quando cammini
se sei borioso fragile o indifeso
da come parli e ascolti
il grado di coscienza
nei muscoli del collo e nelle orecchi
il tipo di tensioni e di chiusure
dal sesso e dal bacino
se sei più uomo o donna
vivere venti o quarant’anni in più
è uguale
difficile è capire ciò che è giusto
e che l’Eterno non ha avuto inizio
perché la nostra mente è temporale
e il corpo vive giustamente
solo questa vita.
Ma se ti senti male
rivolgiti al Signore
credimi siamo niente
dei miseri ruscelli senza Fonte.

Come un cammello in una grondaia
Vivo come un cammello in una grondaia
in questa illustre e onorata società!
E ancora, sto aspettando, un’ottima occasione
per acquistare un paio d’ali, e abbandonare il pianeta,
E cosa devono vedere ancora gli occhi e sopportare?
I demoni feroci della guerra, che fingono di pregare!
Eppure, lo so bene che dietro a ogni violenza esiste
il male… se fossi un po’ più furbo, non mi lascerei tentare.
Come piombo pesa il cielo questa notte.
Quante pene e inutili dolori.

L’animale
Vivere non è difficile potendo poi rinascere
Cambierei molte cose un po’ di leggerezza e di stupidità.
Fingere tu riesci a fingere quando ti trovi accanto a me
Mi dai sempre ragione e avrei voglia di dirti
Che è meglio se sto solo…
Ma l’ animale che mi porto dentro
Non mi fa vivere felice mai
Si prende tutto anche il caffè
Mi rende schiavo delle mie passioni
E non si arrende mai e non sa attendere
E l’ animale che mi porto dentro vuole te.
Dentro me segni di fuoco è l’acqua che li spegne
Se vuoi farli bruciare tu lasciali nell’aria
Oppure sulla terra.
Ma l’ animale che mi porto dentro
Non mi fa vivere felice mai
Si prende tutto anche il caffè
Mi rende schiavo delle mie passioni
E non si arrende mai e non sa attendere
E l’ animale che mi porto dentro vuole te

La cura
(di Battiato e Sgalambro)
Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
Come vi ero arrivato, chissà
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te

Un’altra vita
Certe notti per dormire mi metto a leggere,
e invece avrei bisogno di attimi di silenzio.
Certe volte anche con te, e sai che ti voglio bene,
mi arrabbio inutilmente senza una vera ragione.
Sulle strade al mattino il troppo traffico mi sfianca;
mi innervosiscono i semafori e gli stop,
e la sera ritorno con malesseri speciali.
Non servono tranquillanti o terapie
ci vuole un’altra vita.
Su divani, abbandonati a telecomandi in mano
storie di sottofondo Dallas e i Ricchi Piangono.
Sulle strade la terza linea del metrò che avanza,
e macchine parcheggiate in tripla fila,
e la sera ritorno con la noia e la stanchezza.
Non servono più eccitanti o ideologie
ci vuole un’altra vita.

Dai testi che ho sopra riportato avrete notato che non ho trascritto tutti quelli più noti anche musicalmente. Mi sono limitato a evidenziare e sottolineare alcuni passaggi che a me appaiono sublimi nella loro singolarità ed eternità. Infatti, il testo e la melodia, nel fondersi senza confondersi, dicono tutto sul connubio che ha visto la fraterna e sublime collaborazione tra il Maestro e gli altri due maestri come Giusto Pio e Manlio Sgalambro.

Effettivamente, ha ragione Marco Travaglio: Franco Battiato ha sempre vissuto in uno dei suoi mondi e in uno di essi se ne era andato via già da parecchio tempo; il 18 maggio di questo anno c’è stato il definitivo distacco dal nostro.

Descrivere la grandezza di Battiato è difficile. Tanto lo si ricava da una elementare constatazione: i suoi versi, le sue melodie non hanno avuto delle vere e proprie “cover”, se si escludono le sublimi versioni di Alice e della compianta Giuni Russo, che tuttavia restano lontane, lontanissime da loro Maestro.
Mentre Franco Battiato è stato perfetto anche in questo: ha chiamato “Fleurs” il suo progetto di cover, tre compact-disc in cui ha interpretato in maniera struggente tutto, veramente tutto: dalla immortale melodia napoletana (“Era de maggio”) , a quella francese (“La canzone dei vecchi amanti – Que reste-t -il de notre amour) per arrivare a Sergio Endrigo e a Paolo Conte/Caterina Caselli (“Insieme a te non ci sto più), fino all’intoccabile e sacro Fabrizio De Andrè in “Amore che viene amore che vai”. E’ da ricordare, a tale proposito, la commossa interpretazione fatta a Genova per ricordare Faber, quando interruppe il brano dinanzi a un pubblico che comprese il suo dolore e la partecipazione al ricordo di Fabrizio che considerava uno dei suoi maestri.

Certo, lui, con il suo animo gentile, con la sua delicatezza, anche con le sue invettive (“Povera Patria”, “Inneres auge” tra le altre) ha fatto quella “dolce rivoluzione” che noi/io, ragazzi degli anni ’40 come lui, non abbiamo saputo o potuto fare. Ma quella rivoluzione culminata nel lontano 1982, noi oggi la teniamo come patrimonio del nostro cuore e della nostra anima, grazie ai suoi testi e alle sue struggenti melodie.
Per sempre.

Nicola Raimondo

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