Le Voci dell’Umanità – Capitolo III: LGBTQI+

Per dare il senso di quanto sia importante, per un individuo, identificare il proprio orientamento di genere, relazionale e sessuale, mi gioco subito la bonus track.
Nel programma “Venus Club”, il late show tutto al femminile del giovedì sera su Italia1 (e Mediaset Play), condotto da Lorella Boccia, con le due Regine Mara Maionchi e Iva Zanicchi, è stata ospitata Josephine Yole Signorelli, più nota come Fumettibrutti. Fumettibrutti, nata come disegnatrice dell’amore non convenzionale, ha evoluto la propria opera sempre più verso i rapporti di sesso, amore e amicizia in generale, un linguaggio trasversale, che narra di episodi che succedono a tutt*, nel discioglimento stesso del concetto di relazione, così come era inteso fino a non più tardi di un decennio fa.
Termini, concetti, sentimenti, propri dell’esposizione agli ambienti di comunità ed attivismo LGBTQI+, sono diventati di dominio pubblico e di comprensione più semplice anche grazie a lei.
Nella sua intervista, bellissima ed emozionante, alla domanda “A cosa servono i termini che definiscono l’identità? (Josephine Yole è una donna transessuale che ama principalmente le donne), ha risposto “Se questi termini fossero esistiti prima, io avrei sofferto di meno”. La sua opera, diffondendo la conoscenza di sé e della società, riduce l’ignoranza e la diffidenza, se non proprio l’odio (talora autoinflitto), che ne consegue.

Quella della creatività derivante da una identità non convenzionale è una storia in cui è la consapevolezza stessa ad essere multiforme: dolore, discriminazione, appariscenza, sensibilità, amore, passione, lotta, violenza, leggerezza, protesta e parata sono tutte facce di quel poliedro di cui tanto si parla e poco si conosce, quello che orbita, in generale, attorno al Pride, alla sua storia e alle sue rivendicazioni.
Proprio nel mese del Pride, in questo 2021, in cui ricorre il cinquantaduesimo anniversario dai moti di Stonewall, il tristemente noto evento avvenuto nei bar del “Stonewall Inn” di Manhattan, è tanto più importante adesso, poiché, se una parte della società, manovrata dall’odio istituzionale, sperimenta una recrudescenza xenofoba, una parte considerevole della coscienza pubblica sembra finalmente essersi resa istante di maggiori tutele.

Il mondo del Pride era molto diverso, negli anni Ottanta.
In quel periodo, i Queen hanno appena valicato il massimo del proprio fulgore. Freddie Mercury, col suo ego, coi suoi eccessi, con la sua inesaurita vena creativa, è al centro della scena trasgressiva, in Europa e non solo.
L’omosessualità, unica sponda della cultura LGBTQI+ del tempo, era classificata come affine, se non sovrapponibile, alla promiscuità e alla depravazione. Su quest’aura, già così poco raccomandabile, si abbatte un flagello pesantissimo, l’AIDS. Da essere una malattia trasmessa con l’uso di siringhe infette, essa si diffonde con rapporti non protetti, e di lì arriva a un contagio più ampio. Facile bollarla come “la malattia dei gay”, ancora più facile l’equazione al rovescio, ossia che gay uguale malato.
Freddie non viene risparmiato da questa sciagura, che gli viene diagnosticata nel 1987, e che, essendo la ricerca di una cura in fase embrionale, lo porterà a un lento e doloroso declino, fino alla morte del corpo, sopraggiunta il 24 novembre 1991, quando la sua leggenda ha compiuto da poco i 45 anni di età.
Il punto è che nella verve trasgressiva di Mercury la parte professionale e creativa non può scindersi da quella attinente alla squisita sensibilità personale. Non vi è confine in lui tra l’artista e l’uomo. Lo spettacolo e la vita non hanno quinte, né pareti. Non esiste un inizio, nel racconto del sé, e non esiste una vera fine, per uno show che deve continuare.

Freddie Mercury, crocevia tra glam e prog rock, ha imposto una sua immagine a prescindere da un orientamento sessuale che era poco o per nulla codificato al suo tempo. David Bowie, invece, portò l’art rock, teorizzato già prima di lui, alla massima espressione. Non solo consacrò il suo corpo all’arte, ma arrivò ad inventare personaggi di sana pianta, da Ziggy Stardust, al Thin White Duke. Quanto al rapporto con la sessualità, Bowie, trasformandosi in un’installazione artistica permanente, ha architettato un vero e proprio gioco di specchi, negando la sua bisessualità, marciandoci su, dichiarando, smentendo, alzando il livello di confronto oltre le etichette, fino al punto in cui a nessuno più interessa dare un nome. La stessa omeostasi è avvenuta con la sua musica, priva di ogni convenzione, dagli esordi, in cui addirittura non era compresa, lungo più di mezzo secolo, e fino alla fine, con Blackstar, un album assieme testamentario e seminale, uscito a qualche giorno dalla fine dell’esistenza terrena di Bowie, impossibile da collocare in una scansia di genere, un manifesto da consegnare ai naviganti su questo e su altri pianeti, ovunque ora si trovi una delle sue particelle, ovunque arrivi l’eco di una sua nota.

Il brillare delle stelle nere diventa lustrino, diventa donna, stavolta collocata negli anni Venti del Novecento, ed è la figura di Ma Rainey, tra le prime cantanti blues a raggiungere un successo che le permettesse una certa agiatezza economica (seppur nel segregazionismo in piena vigenza negli Stati Uniti dell’epoca), da un lato sposata a Pa Rainey, da cui divorziò, madre di un figlio adottivo, dall’altro amante e pigmaliona di Bessie Smith. Quest’ultima finirà per oscurarne la fama, ma verrà stroncata da un incidente d’auto, nel 1937, all’età di 43 anni, mentre era col suo fidanzato. Sia Rainey che Smith furono di grande ispirazione per le generazioni di cantanti che le hanno seguite, su tutte Janis Joplin, che nel 1970 pagò per l’iscrizione sulla tomba funeraria di Smith, prima di allora senza nome. Nell’occasione, Dory Previn, altra cantante blues, scrisse la canzone “Stone for Bessie Smith”. Per decenni si è anche sostenuto che Smith sia morta perché, dovendo recarsi all’ospedale per neri, non poté avere le cure necessarie per salvarsi dalle ferite riportate durante l’incidente.

La storia tra Ma Rainey e un’altra donna, Dussie Mae, è narrata nella pièce teatrale “Ma Rainey’s Black Bottom”, scritta da August Wilson nel 1984 e riedita di recente da Netflix, che ha ottenuto gli Oscar 2021 per il miglior trucco e per i migliori costumi, Sempre in questa riedizione, tristemente nota anche per aver goduto dell’ultimo ruolo cinematografico del compianto Chadwick Boseman, l’interpretazione di Viola Davis le è valsa la nomination a Oscar e Golden Globe.

Un altro biopic, un altro scintillio, quello di Elton John in “Rocketman”, un semi-musical dolcissimo e ritmato. Nel film vengono raccontate solo alcune delle ragioni per cui dire grazie all’uomo e all’artista: la sua musica, che ci ha dato sia un rock and roll scanzonato da ballare (guai a chi considera la musica da ballare meno nobile), che regalato ballad eterne e romantiche; la lezione che ci si può rialzare anche dopo qualche caduta, e tornare più forti di prima!
Ciò che manca, al biopic, sono le ragioni di cui Elton è diventato testimonial più o meno consapevole: l’ufficializzazione dell’unione omosessuale, con David Furnish, con cui si è prima unito civilmente e poi sposato; la genitorialità cosiddetta “intenzionale” (in aggiunta, non in contrapposizione, alla genitorialità naturale), con due figli nati da una madre surrogata. Quest’ultima è una battaglia, sia terminologica che sostanziale, molto cara agli attivisti, fondamentale per la costruzione di una famiglia, un arcobaleno che si rifiuta di spegnersi come fosse un Sole qualunque.

Parafrasando Nanni Moretti, dunque, “le parole sono importanti”: le parole sanno essere arma, di offesa e difesa, sanno farsi ponti, sanno diventare cura.
Relegare la definizione alla pura forma è ingrato.
Negare la loro importanza è un’occasione persa.
Per ogni essere umano.

Beatrice Zippo

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