Franco Califano: il genio maledetto

La vita.
Franco Califano nasce in Libia a Tripoli il 14 settembre 1938 e muore a Roma il 30 marzo 2013. E’ stato soprannominato Il Califfo durante la sua lunga carriera di cantautore, paroliere, produttore discografico,  compositore, poeta, scrittore e attore. Pubblicò ben 32 album e scritto complessivamente, tra poesie e canzoni, oltre 1.000 opere, nonché  numerosi testi composti  per altri artisti, molti dei quali diventati veri capolavori in testa in hit parade nazionali e internazionali.
Artista vero e prolifico, ha avuto una vita privata molto movimentata, sregolata ed eccentrica che non ha impedito, a lui e agli artisti con i quali ha collaborato, di vendere oltre 20 milioni di dischi. Tra questi soprattutto Mia Martini, Patty Pravo, Mina, Iva Zanicchi, Ornella Vanoni, Edoardo Vianello,  Wilma Goich, Peppino di Capri, i Ricchi e Poveri (fu lui a trovargli il nome), Renato Zero, Loretta Goggi, Caterina Caselli, Donatella Rettore,  Francesco Nuti, Pippo Franco, Gabriella Ferri, Frank Del Giudice, Gianluca Grignani, Federico Zampaglione dei Tiromancino e Toto Cutugno.

Dopo aver frequentato, per volere dei genitori, le scuole elementari e medie in collegi ecclesiastici a Roma e Viterbo, si iscrisse a un corso serale di ragioneria, soprattutto perché questa frequentazione gli permetteva una dissoluta vita notturna, e durante questi corsi comincia scrivere poesie. Poi, accortosi che i versi non gli portavano alcun introito, cominciò a scrivere testi di canzoni che lo portarono a sperimentare differenti stili. E sempre per ragioni economiche esordì contemporaneamente nei fotoromanzi trasferendosi da Roma a Milano. Ma il rientro a Roma diventa obbligato visto che a Milano non riesce a mantenersi economicamente e a 19 anni si sposa con Rita Di Tommaso. Da questa unione nasce la figlia Silvia, dalla quale avrebbe avuto poi la nipote Francesca.

Il suo frenetico vagabondare e la sua facilità nello scrivere versi e musica, il suo spirito trasgressivo lo portano inevitabilmente a collaborare con altri artisti molto noti all’epoca e scrive E la chiamano estate nel 1965 insieme a Laura Zanin per Bruno Martino, La musica è finita nel 1967, insieme a Nicola Salerno e musicata da Umberto Bindi per Ornella Vanoni. Nel 1970, grazie all’ottima fama acquisita come autore, firma un contratto con la CGD e nel 1972 esce il suo primo album (autobiografico), che contiene il brano Semo gente de borgata, cantato dai  Vianella (Wilma Goich ed Edoardo Vianello).

Proprio nel 1972 si verifica il suo arresto, insieme a Lelio Luttazzi e Walter Chiari, per presunto possesso di stupefacenti nella sua villa, reato dal quale venne assolto con formula piena insieme agli altri due illustri imputati. Però mentre questi ultimi escono distrutti da tale vicenda, per Franco Califano comincia una serie di problemi legali che lo accompagneranno nei successivi due decenni, ma che – incomprensibilmente – diventeranno parte integrante del suo personaggio. Infatti, nel 1984 Franco viene arrestato dai Carabinieri che irrompono nella sua villa di  Primavalle con l’accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico e traffico di stupefacenti. Finisce in carcere nell’ambito di un maxi-blitz contro gli affiliati alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, in cui viene coinvolto anche Enzo Tortora. Le accuse si basano sulle dichiarazioni di famigerati “pentiti“; secondo Giovanni Melluso, detto “Gianni il bello”  e Pasquale D’Amico (i due dei principali accusatori di Enzo Tortora), Califano avrebbe spacciato cocaina nel mondo dello spettacolo per conto di Raffaele Cutolo e Francis Turatello e nel 1978 avrebbe cantato ad una festa dedicata a Cutolo, ricevendo come pagamento 250 grammi di cocaina. Franco Califano, artista border line e maledetto, non negherà mai la sua fraterna amicizia con il boss Turatello, anche perché il bambino fotografato con lui sulla copertina dell’album Tutto il resto è noia è Eros, il figlio di Turatello, ma, tuttavia, negherà qualsiasi suo coinvolgimento in attività criminali.

Nel noto  processo che seguì, Califano venne assolto insieme ad Enzo Tortora e a molti altri imputati “perché il fatto non sussiste“, ritenendo i giudici che le accuse dei pentiti fossero inattendibili e i fatti contestati non provati. La conferma dell’innocenza di Califano e Tortora arriva nel 2010 quando in un’intervista all’Espresso, lo stesso Gianni Melluso ammetterà di aver incastrato Califano sulla base di pure invenzioni, così come già accaduto nei confronti di Enzo Tortora, confessando: “Devo chiedergli perdono, perché oltre a essere innocente, è stato al mio fianco in serate indimenticabili alle quali partecipava il boss Francis Turatello. Califano è padrino di battesimo di suo figlio. Consumava cocaina, amava fare la bella vita e si circondava di donne, ma non è mai stato uno spacciatore: soltanto un grande artista che la camorra mi aveva chiesto di screditare”.

L’attività di autore per i suoi colleghi/artisti prosegue in maniera proficua, e tuttavia già nel 1976 si riaffaccia come cantante con la pubblicazione dell’album Tutto il resto è noia che vende oltre un milione  di copie e resta sette settimane in testa alle classifiche discografiche. E’ il lancio vero di Franco Califano come cantautore e tutti sono affascinati dai suoi testi e anche dal personaggio che si è creato di latin lover. Ma Califano non si ferma: scrive testi e musica, canta e comincia ad essere anche produttore discografico nella Lupus Records, etichetta satellite della Dischi Ricordi, lavorando con i Ricchi e Poveri, Gino Santercole, Donatella Rettore, Pippo Franco, Gabriella Ferri.
Il suo proclama di uomo libero è identificabile nell’album La mia libertà, che contiene l’omonimo brano che resta in classifica per dieci settimane.

Negli anni ’90, Franco è famoso come autore di testi e poesie, certo per le canzoni cantate in proprio, ma molto più frequentemente per quelle scritte per altri artisti, tra cui non è possibile non ricordare Mia Martini (Minuetto, scritta in coppia con Dario Baldan Bembo, La nevicata del ’56, scritta nel testo con Carla Vistarini e Luigi Lopez, e Il guerriero, scritta con Maurizio Piccoli); Ornella Vanoni (La musica è finita, su musica di Umberto Bindi, scritta con Nisa, Una ragione di più, scritta con Mino Reitano, Quando arrivi tu, scritta con Mauro Pagani, Sto con lui, scritta con la stessa Vanoni); Peppino di Capri (Un grande amore e niente più, che vinse il Festival di Sanremo 1973); Bruno Martino (E la chiamano estate, scritta in coppia con lo stesso Martino); Edoardo Vianello e Wilma Goich (Semo gente de borgataDa molto lontano); Caterina Caselli (Le ali della gioventùChe strano amore e Un po’ di te); Ricchi e Poveri (In questa città, scritta con Edoardo Vianello e i fratelli Capuano); Alice (“La festa mia“, ancora col nome anagrafico di Carla Bissi); Loretta Goggi (Le notti d’agostoCe stanno altre coseM’ama non m’ama); Daniela Goggi (Tu e l’estate); Mina (Amanti di valore (1973); Patty Pravo (Io so amare così 2019 – quest’ultima composizione è un  inedito lasciato in eredità a Patty Pravo nel proprio testamento artistico e completato nella parte musicale da Frank Del Giudice).
Come cantautore i suoi grandi successi sono: Tutto il resto è noia (su musica di Frank Del Giudice); Fijo mio (su musica di Amedeo Minghi); Tac..! (autore anche della parte musicale); La mia libertà (autore anche della parte musicale); Io nun piango (dedicata all’amico Piero Ciampi, autore anche della parte musicale assieme a Frank Del Giudice); Ti perdo; Io (per le strade di quartiere) (con la quale partecipò a Sanremo nel 1988); Un tempo piccolo, (brano reinciso dai Tiromancino e da Mina).
Franco Califano fu anche autore di molte composizioni poetiche, spesso in forma di sonetto, tra cui Secondo me l’amore, che dà il titolo a uno dei suoi album, Il gigante de casaBeata te, te dormiNun me portà a casa.
Restano famose alcune poesie umoristiche e licenziose come: Pasquale l’infermiere (gravidanza illegittima); Cesira (ossessione della perfezione e donna-oggetto); Avventura con un travestito; La seconda (moglie quasi ninfomane).
E poi i suoi libri, prettamente autobiografici: Ti perdo. Diario segreto di un uomo da strada, Milano, Davoli, 1979; Monologhi e poesie romanesche, Roma, Califfo, 1991; Il cuore nel sesso. Libro sull’erotismo, il corteggiamento e l’amore scritto da uno pratico, Roma, Castelvecchi Editore, 2000; Sesso e sentimento, Santarcangelo di Romagna, Keybook, 2004; Il Calisutra. Storie di vita e casi dell’amore raccontati dal maestro, Roma, Castelvecchi Editore, 2006; Senza manette, intervista con Pierluigi Diaco, Milano, Mondadori, 2008; Un attimo di vita, a cura di Antonio Gaudino e Paolo Silvestrini, Milano, Mondadori 2014; Franco Califano, Sulla punta della matita non sono passati secoli, di Pierfranco Bruni, Il Coscile, 2013; Franco Califano. Non escludo il ritorno, di Salvatore Coccoluto, Roma, Imprimatur, 2014; Tutto il resto… La vita esagerata di Franco Califano tra donne, musica, eccessi e poesia Roberto di Conrado Pendragon.

Le mie riflessioni.
Le mie riflessioni su Franco Califano derivano prima di tutto dalla conoscenza diretta di questo artista nelle numerose sue sortite in Puglia, in particolare in luoghi magici come “La Lampara” di Trani e “Grotta Palazzese” di Polignano. Lui non disdegnava di essere cantante/cantautore di night come lo sono stati Peppino di Capri (al quale fece vincere il Festival di Sanremo nel 1973 con “Un grande amore e niente più”) e il grande Bruno Martino con il quale aveva scritto e musicato l’immortale “E la chiamano estate”, di cui ricordo una grandissima versione al pianoforte di Michel Petrucciani alla “Casina Municipale”  alla Selva di Fasano.
E poi il suo infinito talento e il suo personale modo di vivere border line che, come genio e sregolatezza, non gli hanno impedito di scrivere e musicare veramente invidiabili perle. D’altronde, cosa si può dire di un artista che si presentava in scena dicendo “Sono sempre andato a letto cinque minuti più tardi degli altri, per avere cinque minuti in più da raccontare“? Oppure, che ha voluto che sulla sua lapide fosse scritto “Non escludo il ritorno, titolo di una delle sue ultime composizioni, considerata il suo testamento spirituale? Dietro i suoi versi e la sua musica, c’è una “spiritualità” di non poco momento, che contraddice la sua vita tutta carnale, quella che gli ha fatto guadagnare il soprannome di “Califfo”, nonchè la sua fama di sciupafemmine, peraltro poco celata anche nelle sue composizioni: che abbia scritto versi o solo musica, oppure tutti e due, resta nella sua grande produzione il suo segno distintivo ed unico.

Personalmente ho amato il Franco Califano nei brani in dialetto romanesco dove Il Califfo mette in evidenza il suo cotè sensibile a tutti i valori della vita: l’amore per il figlio, l’amore per la donna, la sua libertà, il valore struggente dell’amicizia, la vita che se ne va perché tutto è malinconia e perché tutto il resto è noia. Qui di seguito vi propongo la lettura di alcuni suoi brani, conosciuti e non, e ad alcuni di essi farò seguire le sensazioni che io ho provato a suo tempo ascoltando la sua voce leggermente roca e seducente.

L’urtimo amico va via (di Franco Califano)
L’ urtimo amico va via,
domani se va a sposà,
se gioca la libertà pure lui.
Er vecchio gruppo ‘ndò stà,
me li so’ persi così
se sè scordati de me,
Tanto amici e poi… tiè!
Ogni cosa se ne và,
finisce er ciclo de ‘l’età,
domani chiude er bar in fondo a ‘na via.
Quanta nostalgia me viè,
si penso a quanno tutti noi
se giocavamo a carte quarche bottija
Te saluto gioventù,
te ne sei annata pure tu.
Adesso a me che me rimane più.
L’urtimo amico va via
e ‘nzieme a lui l’allegria.
Ce resto sortanto io
a penzà che ho da fa’.

E’ una composizione struggente nel testo e nella melodia, entrambi interamente suoi. Qui Califano descrive l’amicizia, la perdita della gioventù e la tristezza della solitudine quando l’ultimo amico va via per andare a sposarsi, l’appartenenza alla borgata, quella romana in particolare.

Amante del pensiero tuo (di Romano Musumarra, Piero Calabrese, Francesco Califano)
Poco m’importa se a volte il tuo corpo
ad altri concedi
basta si tratti soltanto del corpo
dal collo ai tuoi piedi.
Quello che fai per sfogare una voglia
non lascia mai traccia
non mi tradire col cuore e la mente
e salvi la faccia
un’ora che avrà
nessuna importanza
tu dopo dirai
che schifo di stanza
poi tutto sarà
sepolto in un freddo bidet
ed io rimango amante del pensiero tuo
nel tuo profondo scendo solo io
e seguito ad amarti a modo mio
poi tu hai fretta di tornare ad esser tu
per questo accetto e mando sempre giù
nient’altro esiste più Poco mi importa se  ad un altro concedi
un po’ di piacere
quello che io da oramai troppo tempo
non ti so più dare.
Il tempo ha fatto di noi due fratelli
com’era previsto
ecco perché un tuo amante non può
insidiare il mio posto.
Un’ora che avrà
nessuna importanza
tu dopo dirai
che schifo di stanza
poi tutto sarà
sepolto in un freddo bidet
ed io rimango amante del pensiero tuo
nel tuo profondo scendo solo io
e seguito ad amarti a modo mio
.

Sono splendidi versi e una melodia molto particolare che descrivono l’amore vero di un impotente, tale divenuto, verso la propria compagna. E come lo descrive questo amore Franco Califano? Lo descrive dicendo di “essere amante del pensiero tuo” dopo aver raccontato, in maniera verista, l’amplesso della sua amata che concede il corpo ad altri, mentre il suo pensiero è a lui appunto: non mi importa niente di quello che hai fatto, un’ora che non avrà alcuna importanza perché tutto sarà sepolto in un freddo bidè e io “rimango amante del pensiero tuo”.  Sublime descrizione dell’amore vero fatta da un uomo tanto carnale quanto lo è stato Franco.

Me ‘nnamoro de te
Aoh, che c’e, nessuno te conosce come me…
ho già capito tutto, da quanno t’hanno detto che so’ matto,
c’hai paura de qualche mia pazzia, magari che de botto vada via
ma all’età mia, ‘ndo vado?
Io so’ ‘n guerriero che sta riposanno
dopo che ha rivortato mezzo monno
ma ormai c’ho er doppio petto e la cravatta
‘ndo voi che vada viè , nun fa la matta.
Tu ormai pe’ me sei l’ultima occasione;
sei giovane; sei bella e me stai bene,
te pare poco dì, te pare poco, nun devi ave’paura io nun gioco,
io qui sto rilassato e chi se move,
fori fa pure freddo e come piove…
Me ‘nnamoro de te se no che vita è
Lo faccio ‘n po’ pe’ rabbia, un po’ pe’ nun sta solo
come sta solo ‘n omo nella nebbia
perché nun po’ parla’ manco cor cielo…
Me ‘nnamoro de te lo devo fa’ pe’ me
me serve ‘n’ emozione come me serve er pane
‘sta vorta ce la vojo mette’ tutta
me devo ‘nnammora’ vado de fretta…
Me ‘nnamoro de te se no che vita è
sei l’urtima rimasta devi esse’ quella giusta
senza sforzamme già te vojo bene
spero che duri ‘n po’ de settimane…
Io qui sto rilassato e chi se move
fori fa’ pure freddo e come piove…

Anche in questo brano ritorna il dialetto romano, ormai universale come  quello napoletano. E il Califfo, lo sciupa femmine, spiega delicatamente perché io mi innamoro di te. Si perché se non mi innamoro di te che vita è questa? Tu sei l’ultima e devi essere quella giusta, senza sforzarmi io ti voglio bene perché -aveva detto prima- nessuno ti conosce come me. E io sto qui rilassato, chi si muove e fuori fa freddo e come piove.

Fijo mio
Fijo mio viè qua’,
sta a senti’ a papa’,
consideranno che t’ho messo ar monno io,
io te devo di’ qualunque verità,
tu vivrai, senza sbaja’
Noi parlamo a te
come a ‘n omo ormai,
nun sarà giusto ma le cose che’ saprai
nun so favole co’ le fatine blu,
fijo mio,
io la vita te la insegno a modo mio
perché tu,
nun te devi perde.
Credi a Dio se voi,
prega si te va,
ma si te dice male allora lascia sta’,
le preghiere nun t’ aiutano a campà,
credi a te
sortanto a te.
Tante fesserie
ne nun te servono;
e nun ce canzone  de Pinocchio perché mai
te diremo che è vissuto tempo fà,
sai perché?
Perché questa nun sarebbe verità
Come po’
un pupazzo piagne!
Tu nelle vene c’hai
lo stesso sangue mio,
sei mi’ fijo ma si te mancassi io,
da chi vai?
Da Pinocchio ‘n po’ d’aiuto nun l’avrai.
Solo te,
te poi da’ ‘na mano…

Anche qui ritorna il dialetto romano e il pezzo non è altro che l’educazione sentimentale e di vita che si dà al proprio figlio che viene chiamato ad accucciarsi sotto di lui e dove Franco Califano dà una lezione di realtà: tu nelle vene hai lo stesso sangue mio e se mancassi io tieni presente che nessuno aiuto puoi avere da Pinocchio, dai giocattoli, ma solo tu ti puoi dare una mano.

La mia libertà (di Franco Califano e Marcello Marrocchi)
Ho una chitarra per amica e con voce malandata
canto e suono la mia libertà.
Se sono triste canto piano, se sono in forma suono forte,
così affronto la mia sorte.
Se non amo grido abbasso anche se non mi è concesso
dico sempre quello che mi va.
Se voglio un corpo e un po’ d’affetto,
faccio un giro cerco un letto e una donna che ci sta.
Chi mi vuole prigioniero non lo sa che non c’è muro
che mi stacchi dalla libertà.
Libertà che ho nelle vene, libertà che mi appartiene,
libertà che è libertà.
Vivo la vita così alla giornata con quello che da’
sono un’ artista e allora mi basta la mia libertà.
Da una finestra si affaccia una donna che un sorriso mi fa.
E’ una di quelle, ma è bella e stasera mi va.
Passo un’ora in sua compagnia e poi vado via.
Non mi fido di nessuno sono rose e crisantemo
suono e canto la mia libertà.
Se sono triste suono piano, se sono in forma canto forte
così affronto la mia sorte.
Una donna innamorata anche quella più pulita
prima o poi le corna te le fa.
Tanto vale andare avanti e trattare con i guanti
solo questa libertà.
Vivo la vita così alla giornata con quello che da’
sono un’ artista e allora mi basta la mia libertà
da una finestra si affaccia una donna che un sorriso mi fa.
E’ una di quelle, ma è bella e stasera mi va.
Passo un’ora in sua compagnia e poi vado via
.

Questi versi e questa melodia sono il manifesto della libertà del Califfo, libero da ogni vincolo se non la chitarra e la voce malandata con la quale grida la propria libertà, come uomo, come poeta e come artista che vive alla giornata, che gli basta guardare una donna anche se è una di quelle perché passa un’ora in sua compagnia. E poi se ne va via con la sua libertà. Versi chiaramente autobiografici e nondimeno struggenti nel messaggio che invia. Un messaggio minimale certo, ma intriso di struggente e liberatoria malinconia.

Tutto il resto è noia
Si, d’accordo l’incontro
un’emozione che ti scoppia dentro
l’invito a cena dove c’è atmosfera,
la barba fatta con maggiore cura….
La macchina a lavare ed era ora!
Hai voglia di far centro quella sera,
Si, d’accordo, ma poi…
Tutto il resto è noia, no,
non ho detto gioia, ma noia, noia,
noia….maledetta noia……
Si, lo so il primo bacio,
il cuore ingenuo che ci casca ancora…..
un lungo abbraccio e l’illusione dura
rifiuti di pensare a un’avventura
Poi dici cose giuste al tempo giusto,
e pensi “il gioco è fatto, è tutto a posto”…
Si, d’accordo, ma poi…..
Tutto il resto è noia, no,
non ho detto gioia, ma noia, noia,
noia….maledetta noia……
Poi la notte d’amore,
per sistemare casa un pomeriggio,
sul letto le lenzuola color grigio,
funziona tutto come un’orologio…
La prima sera devi dimostrare,
che al mondo solo tu sai far l’amore……
Si, d’accordo, ma poi….
Tutto il resto è noia, no,
non ho detto gioia, ma noia, noia,
noia….maledetta noia……
Si, d’accordo il primo anno,
ma l’entusiasmo che ti resta ancora,
è brutta copia di quello che era
cominciano i silenzi della sera…
inventi feste e inviti gente in casa
così non pensi, almeno fai qualcosa
si, d’accordo, ma poi….
Tutto il resto è noia, no,
non ho detto gioia, ma noia, noia,
noia….maledetta noia……
no, non ho detto gioia, ma noia, noia,
noia….maledetta noia……

Anche questi versi rappresentano autobiograficamente il male esistenziale del Califfo dalla vita sregolata, vissuta attimo per attimo con malinconia che ha come compagne solo la chitarra e la sua voce stonata. Quindi nonostante l’entusiasmo che ti resta ancora, nonostante le feste, gli inviti a casa, i pomeriggi trascorsi in casa, il tutto che funziona come un orologio, nonostante tutto questo, questa non è gioia, no è soltanto noia, maledetta noia.

La nevicata del ’56 (di Fabio Massimo Cantini e Luigi Lopez)
Mi ricordo una volta, si sentiva soltanto
Il rumore del fiume la sera
Partitelle sofferte, sulle strade deserte
Tanto un’auto passava ogni ora
Nonostante tanti anni ci sentiamo ragazzi
Ci vediamo al bar ancora
Tu ogni tanto passavi, ti vedevo, crescevi
Impazzivo per te
Non è detto che adesso che si vive nel chiasso
Si stia meglio che nel silenzio
È aumentata la gente, ma si è soli ugualmente
Il progresso sei tu, poi niente
Quando eri bambina somigliavi alla luna
Ti amavo già
M’incantava il tuo viso
Cresci presto, ti sposo, sei cresciuta e sei qua
Per me, per te, per noi
Non è finita ancora questa favola
Soltanto la promessa mia: ti porto in America
Non la mantenni mai
Però per te inventai la nevicata del ’56
Questa città era candida, tutta pulita e lucida
Era degna di te, che crescevi per me
Com’eri bella
La nevicata del ’56
Questa città era candida, tutta pulita e lucida
Era degna di te, che crescevi per me
Sempre più bella

Ufficialmente il testo è di Fabio Massimo Cantini e Luigi Lopez. E non sappiamo perché Califano, nella sua vita caotica, non l’abbia firmata. Ma l’interpretazione struggente data da Mia Martini e i riferimenti sempre a Franco Califano ci dicono che la sua mano ci sta nei versi e nella melodia. Per il resto godetevi Mia Martini.

E’ la malinconia
Dei libri imporverati sur comò
che ho appena aperti e che mai rivedrò
le mie chitare che ho dimenticate
per tera co’ le corde arugginite
er caminetto nun l’ho acceso più
da quanno a casa nun ce sei più tu
le lettere so’ ormai ‘na rarità
de tutto er resto che ne parlo a fa’
È la malinconia… è la malinconia… è la malinconia…
Un vecchio pescatore nun po’ più
portà la barca a remi fin laggiù,
se guarda er mare suo co’ nostalgia,
poi spegne la lampara e così sia.
Cammina ma nun c’ha ‘na meta sua,
o’ ‘n’ ombra che je tiene compagnia,
‘na vita dedicata tutta ar mare,
ch’è stato er primo e l’urtimo suo amore.
È la malinconia… è la malinconia… è la malinconia…
‘N amico che nun ricordavi più
lo incontri ‘n giorno co’ diec’anni ‘n più
c’ha tante rughe che te fa’ pietà
e odi le parole: tempo fa !
Perché nun poi fa’ a meno de pensà
che pure tu sei nato pe’ ‘nvecchià
e te fai ‘n pianto sulla vita tua
perché la trovi inutile follia.
È la malinconia… è la malinconia… è la malinconia…
Se tu pentita ritornassi qui
cor nodo ‘n gola te verei ad aprì
convinto de volette ancora bene
ma nun te potrei dì tornamo ‘nzieme,
perché non troverei nell’occhi tua,
l’antico amore della vita mia
e te direi co’ tutta l’onestà
“perché stai qui!… che sei tornata a fa !…
È la malinconia… è la malinconia… è la malinconia…
è la malinconia… è la malinconia… è la malinconia…

Anche qui ritorna il dialetto romano con il quale secondo me Franco Califano si esprime al meglio. E ritorna il coté privato della sua tristezza esistenziale che abbiamo visto in “L’urtimo amico va via”  e in “Tutto il resto è noia”. Perché anche su tu ritornassi (rivolto alla sua compagna) noi non possiamo tornare insieme perché non troverei mai più negli occhi tuoi l’antico amore della vita mia. E perché di fronte a questa realtà io ti chiederei perché sei tornata qui da me perché in tutta onestà c’è la malinconia compagna presente della vita mia.

Minuetto (di Franco Califano, Lauerano Brizuela Wilde, C. Baldan Bembo)
E’ un’incognita ogni sera mia
Un’attesa pari a un’agonia
Molte volte vorrei dirti no
Ma poi ti vedo e tanta forza non ce l’ho
Il mio cuore si ribella a te
Ma il mio corpo no
Le mani mie che vanno su di te
E le tue che sanno tutto
Ogni angolo di me
E vieni a casa mia
Quando vuoi
Nelle notti più che mai
Dormi qui, te ne vai
Sono sempre fatti tuoi
Io lo so e ci sto
Male che mi vada avrò tutta te
E sarà per una notte
Rinnegare una passione no
Ma non posso dirti sempre si
Qualche volta mi deciderò
E senza dirti una parola
Mi allontanerò
Costa cara la felicità
Meglio la libertà
Piuttosto che aspettarti nelle sere
Per elemosinare amore
Vieni a casa mia
Quando vuoi
Nelle notti più che mai
Dormi qui, te ne vai
Sono sempre fatti tuoi
Io lo so e ci sto
Male che mi vada avrò tutta te
E sarà per una notte
E la vita sta passando su noi
Di orizzonti non ne vedo mai
Ne approfitta il tempo e ruba come hai fatto tu
Il resto di una gioventù
Che ormai non c’è più
E continuo sulla stessa via
Sempre ubriaco di malinconia
Ora ammetto che la colpa forse è stata solo mia
Avrei dovuto perderti
E invece ti ho cercata
La mia mente non si ferma mai
Io non so l’amore vero che sorriso ha
Pensieri vanno e vengono
La vita è così
Minuetto suona per noi
La mia mente non si ferma mai
Io non so l’amore vero che sorriso ha
Pensieri vanno e vengono
La vita è così

Non escludo il ritorno
Sai che io la notte non dormo e ho voluto chiamarti,
per sapere di te, non ti sento da tempo
in questi anni ti ho pensato mille volte,
ma non ho mai voluto telefonarti.
Mi rendo conto puoi credere che non ha senso,
tanto non c’è niente di logico nell’esistenza
e mentre parli la tua voce mi fa ricordare,
Quando eravamo più giovani e la vita era leggera,
facevo tanti chilometri per vederci la sera.
Ora sento che quel sentimento nel tempo non si è spento,

nel cuore mio è diventato più profondo.
non escludo il ritorno…
E mentre parli la tua voce mi fa ricordare,
quando eravamo complici e ti portavo al mare,
ci sentivamo liberi di navigare…
Ora sento che quel sentimento nel tempo non si è spento,
nel cuore mio è diventato più profondo.
questo è il motivo per cui ti ho chiamato.
È l’istinto…
Per dirti non sono stanco è stato un errore pensarlo,
ma ora lo ammetto, anche se sono lontano
non escludo il ritorno,
non escludo il ritorno…

E’ senz’altro il testamento spirituale di Franco Califano tanto è vero che lui ha voluto che sulla sua lapide della tomba fosse inciso “Non escludo il ritorno”, parole comunque di intenso significato. In questi versi c’è l’amore verso chi ho amato, ma anche il senso mistico che Franco Califano ha sempre sottinteso nei suoi versi e nelle sue melodie. E il fatto che abbia voluto mettere sulla lapide “Non escludo il ritorno” conferma il contenuto mistico e quindi l’intima religiosità del poeta/cantautore “maledetto”.

Si, da una parte il ritorno alla propria amata. E dall’altra il messaggio di ritornare qui in terra. E allora accogliamolo nei nostri cuori questo singolare ritorno e sogniamo che Franco Califano ci venga a sussurrare la sua malinconia, la sua noia, la sua libertà di uomo e di artista, i suoi innamoramenti.
E ci culli nuovamente, con i suoi versi, con la sua chitarra, con la sua melodia, con la sua  voce rauca e malandata e dolcemente sexy.
Per sempre.

Nicola Raimondo

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