Una lezione di teatro: Dario Fo, l’Exultet e i braccianti di Irsina

Percorrere la strada da Bari a Irsina, con una Fiat 500, nel 1971, aveva il sapore della avventura.
Avventura per la tenuta dell’auto e per i panorami da far-west che scorrevano davanti agli occhi.

In auto, io e Dario Fo, il drammaturgo, attore, regista, scrittore, autore, illustratore, pittore, scenografo, attivista e comico italiano, il Maestro, il giullare, l’artista, il provocatore, il premio Nobel della letteratura, l’uomo libero.

Per arrivare alla nostra meta si percorre quella che viene chiamata la strada della “Rivoluzione” (mai strada fu più appropriata all’episodio): 83,9 chilometri attraversando l’Alta Murgia con i suoi panorami mozzafiato.

In quegli anni, in qualità di giovane iscritto alla Federazione Giovanile Comunista, collaboravo con il comitato provinciale dell’Arci di Bari che aveva sede in Via Sparano nei pressi della stazione. L’Arci svolgeva una importante attività culturale nella città e nella provincia, aggregando forze giovanili e intellettuali in iniziative musicali, teatrali, cinematografiche e fotografiche, che profondevano in quelle attività grande entusiasmo.

Molti artisti militanti erano entrati nel circuito dell’Arci nazionale che distribuiva sul territorio eventi artistici di ogni genere.

Fin dalla sua prima replica dell’ottobre 1969, Dario Fo con il suo Mistero buffo, giullarata popolare padana, era entrato nel circuito di distribuzione dell’Arci.

Capitò che il Mistero buffo fosse rappresentato a Bari in una epica serata. Era stata anche stabilita una data a Irsina ai confini fra Puglia e Basilicata.
Non so come, forse perché avevo bazzicato intorno al Cut Bari, fui incaricato di accompagnare Dario Fo a Irsina.

Dario era venuto a pranzo a casa mia durante i tre giorni che rimase a Bari ed avemmo occasione di entrare in amicizia. I pranzi con lui erano piccoli eventi, perché riusciva a raccontare cose straordinarie e all’improvviso faceva battute esilaranti, trasmettendo un buon umore contagioso.

Nel pomeriggio del primo giorno, lo accompagnai nella tradizionale passeggiata nella città vecchia e quando arrivammo davanti alla Cattedrale di San Sabino chiese di poter vedere l’Exultet conservato in quella chiesa.

Non sapendo io di cosa si trattasse, chiesi ad un sacerdote lì presente di poter vedere quel documento e il sacerdote, gentilissimo, ci portò in sacrestia dove, aprendo un cassettone posto sulla parete di legno che arredava la stessa sacrestia, tirò fuori questa straordinaria pergamena colorata.

Dario Fo mi disse che aveva letto su un libro di storia dell’arte tedesco che esisteva a Bari questo documento.

Al mondo ce ne sono solo 28 e il Museo Diocesano di Bari ne “nasconde” ben tre. Parliamo degli Exultet, pergamene liturgiche scritte e miniate nell’Italia meridionale tra il X e il XIV secolo. Testimoni dell’esistenza di un scriptorium (centro scrittorio) nel capoluogo pugliese, questi beni costituiscono un vero e proprio tesoro dal punto di vista religioso, storico-artistico, letterario e anche musicale per via delle antiche notazioni, precorritrici del pentagramma.

Il nome “Exultet” deriva dall’incipit del canto liturgico che annunciava la resurrezione di Cristo durante la veglia pasquale, Exultet iam angelica turba caelorum (“Esulti la turba angelica dei cieli”). Nel momento più solenne il diacono lo intonava, srotolando la pergamena dall’alto dell’ambone, dando la possibilità così ai fedeli di seguire la veglia in latino attraverso le figure, poste (a differenza delle scritte) verso il pubblico.
(Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà)

Fo mi spiegò che gli Exultet potevano essere considerate le rappresentazioni teatrali dell’epoca, perché mentre da una parte del rotolo i sacerdoti leggevano i tomi delle sacre scritture dall’altra parte rovesciate apparivano ai fedeli analfabeti le rappresentazioni iconiche delle cose lette. Quindi vere proiezioni multimediali!

La mia cultura teatrale non era approfondita, si limitava in adolescenza ad assistere alle rappresentazioni che le scuole organizzavano con le venute a Bari del grande Cesco Baseggio e della sua Compagnia, che in una calca vociante di alunni felici di non essere in classe, interpretava “el sior todero brontolon”. Successivamente, grazie a stimoli familiari e dei grandi insegnanti che ho avuto il privilegio di avere al Liceo ’’Orazio Flacco” di Bari, il mio interesse per il teatro divenne sempre più concreto, tanto da partecipare, al seguito di mio fratello, alle vicende del CUT, ai suoi dibattiti politico culturali, alle letture collettive di Jerzy  Grotowski e di Bertolt Brecht, alle sperimentazioni di spettacoli di impegno politico, con le prime regie di Michele Mirabella e altri, sulla scia della suggestione della venuta a Bari del “Living Theatre” di Julian Bech e Judith Malina.

Ma torniamo a noi. Dopo il viaggio in Fiat 500 sopra citato, giungiamo a Irsina, mitico paese di lotte bracciantili e uno dei pochi centri in cui, nel referendum istituzionale, la Repubblica raggiunse oltre il 60% delle preferenze, in controtendenza della scelta prevalente nel Sud Italia; giunti con qualche difficoltà e con un certo ritardo davanti al cinema dove si doveva svolgere lo spettacolo, incontriamo un giovane. Quel giovane era, nel contempo, segretario della locale Camera del Lavoro, segretario della sezione del Pci, responsabile dell’Arci e chi sa di quante altre organizzazioni democratiche. Dopo le presentazioni e avere insieme a lui consumato un caffè al bar, si avvicinava inesorabilmente l’orario previsto per la rappresentazione, a circa 10 minuti da quel momento al cinema non si era presentato nessuno, io cominciai a manifestare una certa preoccupazione per un eventuale flop, ma il giovane multitask mi rassicurò, dicendo che il pubblico sarebbe arrivato, perché prevalentemente composto da braccianti che smontavano dal lavoro nei campi e avrebbero guadagnato il teatro solo dopo essere passati da casa.
Così avvenne.
Nell’orario stabilito la sala cinematografica si riempì completamente, anche con numerose persone rimaste in piedi. Io ero dalla parte del palco e vi assicuro che la marea di coppole , i volti segnati dal sole e dalla fatica, gli sguardi severi ma incuriositi, gli abiti modesti e a loro modo eleganti, sembravano una fotografia di trent’anni prima.
Una immagine da film neorealista.

Poco dopo, sulla scena spoglia e male illuminata del palco, apparve Dario Fo, che iniziò, da suo pari, il suo Mistero buffo.

Dopo soli pochi minuti si era creata una atmosfera fredda e distaccata, con gli sguardi severi del pubblico che evidentemente non era entrato in sintonia con le movenze e il linguaggio del maestro, il quale percependo immediatamente quel distacco, sospese lo spettacolo, si sedette sul palco e iniziò a spiegare al pubblico cosa si intendesse per teatro, che importanza avesse la mimica, cosa fosse il grammelot. In questa direzione per meglio far comprendere l’importanza della narrazione gestuale, interpretò le movenze mimiche di “Arlecchino e la mosca” senza le parole.

Dario spiegò, con altri esempi esilaranti, il senso del grammelot.

A quel punto la magia era compiuta, il pubblico rispondeva ed era entrato in sintonia. Dario riprese la rappresentazione che suscitò applausi a scena aperta.
Al termine, una ovazione.
Come era tradizione in quel periodo, iniziò un dibattito politico che investì i temi della cultura popolare e gli aspetti più cogenti della situazione politico sociale.
Il dibattito andò avanti fino alle 4 del mattino: non si muoveva nessuno.
Alle primissime luci dell’alba. i braccianti di Irsina ripresero le strade per tornare nei campi a lavorare; io e Dario, stremati ma consapevoli di aver vissuto un momento indimenticabile, rimontammo sulla 500 bianca e tornammo a Bari.

So per certo che Dario, in seguito, citò spesso quella esperienza.

Avevo assistito ad una grande lezione di teatro.

Aldo Muciaccia

1 commento su “Una lezione di teatro: Dario Fo, l’Exultet e i braccianti di Irsina

  1. Lucinia Speciale Rispondi

    Grazie del racconto. Conoscevo un’edizione del Mistero Buffo rappresentata una ventina d’anni a Modena nella quale Dario Fo cita l’Exultet, ma non sapevo che avesse una conoscenza diretta dei manoscritti. Non mi sorprende che l’associazione gli sia stata suggerita dai rotoli di Bari, nei quali ‘l’inversione’ tra testo e immagini è sperimentata per la prima volta.
    Al ciclo dell’Exultet ho dedicato diversi studi, ho sempre pensato che fosse in qualche modo collegato con l’origine del dramma liturgico. Che un grande teatrante e un grande conoscitore della storia del teatro come Dario Fo abbia colto questo parallelo è un elemento in più che mi conferma nell’idea.

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