Le Voci dell’Umanità – Prologo: tante voci, una umanità

Pensare a un mondo senza musica composta e interpretata dalle minoranze è soprattutto un esercizio di sottrazione. Che mondo sarebbe quello in cui ci sono solo dischi e concerti di artisti maschi, bianchi, eterosessuali, provenienti da una famiglia abbiente, che professano la religione di Stato, che abbiano un corpo considerato normale?

Pensiamo a un festival jazz, laddove il jazz è, per la sua stessa essenza, musica senza confini: è stata sì codificata negli Stati Uniti, ma proviene da spunti strumentali europei, ritmica africana, ma affonda radici fin nella tradizione ebrea e caraibica.
Non vi è bisogno della narrazione di un mondo che cambia, la musica è espressione dell’umanità di cui fa parte, un’umanità che non necessita di etichette, generi, normalità inesistenti. Voler incasellare la musica, così come il genere umano, è un esercizio sterile, e anche potenzialmente dannoso, perché si perdono tutte le sfumature, tutte le contaminazioni, tutte le terre di confine.

Inoltre, ognuno di noi ha stati d’animo, momenti dell’esistenza, in cui la morale e gli orientamenti consueti (che poi la consuetudine qual è?) non ci aiutano a comprendere cosa abbiamo, a vedere le cose sotto una prospettiva diversa, e infine a trovare un conforto e una soluzione. Chi, nell’affermare la propria diversità o semplicemente nel combattere l’egemonia dell’artista maschio, etero, bianco, ha affrontato sofferenze, anche atroci e al limite della tortura, per affermarsi e, talora, non ci è riuscito del tutto in vita, ha molto da raccontare a chi vuole sentirsi meno solo con le proprie peculiarità.

La caccia al diverso non è stata ignorata dall’industria musicale, che ha iniziato a confezionare sensazionalismi, vestendoli da inni alla libertà di espressione.
I risultati sono invero alterni, in quanto proprio la Stella Polare dell’arte, ossia il talento, non sempre brilla nel cielo di alcune performance. Su altre, invece, si può scommettere di vedere le persone del futuro, i cui colori, da essere vissuti nell’intimo della propria coscienza, finalmente conquistano gli occhi di tutti.

Partire dalle donne è quasi un obbligo, una donna spesso deve affrontare ambienti lavorativi, artistici, dove gli uomini si sentono in dovere di spiegare o, peggio, ridicolizzano il talento e l’emotività che sono assieme causa ed effetto del talento stesso. Una donna, se non ha l’unico “difetto” di essere donna, ma aggiunge anche il fatto di non essere bianca, o di avere un orientamento sessuale diverso dall’eterosessualità, o tutte e due, aggiunge disagio al disagio. Non è un caso che aggiunga talento al talento. Per questo, le figure simbolo di questo piccolo viaggio saranno Janis Joplin, pansessuale; Billie Holiday, nera, poverissima; Skin, nera, lesbica; Anohni, più nota come Antony Hegarthy, transessuale.

Tutta la musica black è pervasa da realtà che esistevano prima che il mondo se ne rendesse conto. La storia dell’attivismo afroamericano ha anticipato tante lotte per le pari opportunità, non solo delle minoranze etniche, ma anche di altri gruppi discriminati. L’identità black, per sua stessa natura, è sempre stata percepita come “strana” dai bianchi che l’hanno vista fiorire, malgrado le deportazioni, malgrado la schiavitù, malgrado la segregazione. Strana come Little Richard, tra i padri fondatori del rock and roll, col suo look fantasmagorico; strana come Marvin Gaye, caposaldo dell’RNB, il cui comportamento sessualmente libertino entrò in conflitto con la spiritualità ortodossa del padre, fino al noto tragico epilogo; strana come Aretha Franklin, epitome del canto soul, una vita di genio e sregolatezza, l’uno a servizio dell’altra; strana come Michael Jackson, popstar mondiale, che è arrivato a rinnegare le proprie radici e i propri connotati.

La fluidità sessuale ha costituito un’importante linfa per molti artisti. L’accesso a sensibilità non convenzionali ha permesso la nascita di personaggi, di storie, in cui molti esseri umani hanno potuto identificarsi, trovando la forza di affermarsi. E’ la storia di Freddie Mercury, che ha affrontato anche lo stigma della malattia; è la storia di David Bowie, che nella trasformazione senza genere ha trovato una varietà stilistica che ad oggi non incontra pari; è la storia di Ma Rainey, blueswoman tornata di recente alla ribalta grazie alla pièce prodotta da Netflix; è la storia di Elton John, le cui battaglie per la genitorialità hanno rappresentato un apripista fondamentale per la causa lgbtqi+.

Il rapporto con il corpo è un’ossessione dell’epoca dell’apparire. Il rovescio della medaglia è la standardizzazione dei visi e dei fisici. Chi vuol farsi notare, trova nella diversità del proprio corpo un modo di sviluppare carisma e forza espressiva. Solo di recente, l’iconografia della moda ha riconosciuto l’istanza dei corpi non magrissimi, quand’anche non “curvy”, di sentirsi sexy e desiderabili. Lo sport per i diversabili, a partire dalle Paralimpiadi, assume una rilevanza sempre crescente.
La musica era già sul pezzo, è il caso di dire, da decenni.
Così, il viaggio sarà dedicato a Django Reinhardt, chitarrista padre della musica manouche, senza l’uso di parte di una mano; Beth Ditto, cantante, anzi, performer esplosiva e oversize; Michel Petrucciani, straordinario pianista jazz, affetto dalla “Sindrome delle ossa di cristallo”; Chet Baker, che a metà della sua carriera sviluppò uno stile tutto suo, partendo da problemi ai denti, che per un trombettista qualunque avrebbero significato la fine; Ezio Bosso, direttore d’orchestra, pianista e compositore, che nella sindrome neuropatica che l’ha colpito ha trovato la forza di consegnare musica eterna, all’umanità intera.

Beatrice Zippo

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