Ventinove anni fa iniziava l’assedio di Sarajevo. Il racconto di R. e i suoi ricordi di bambino.

R. è un ragazzo nato e cresciuto a Sarajevo, durante l’assedio serbo iniziato il 5 aprile 1992. Dopo la guerra e la laurea ha deciso di fare la guida turistica, con la passione che solo chi è innamorato della propria storia e delle proprie radici, può sprigionare.

Racconta come i cannoneggiamenti dei serbi che piovevano sulla città dalle colline tutte intorno, mirarono subito a privare i bosniaci delle prime necessità: elettricità, acqua, riscaldamento. R. mi confida che il trauma del freddo gelido è stato così forte, che inconsciamente tuttora associa ogni elemento ligneo presente nelle case (dai tavoli, alle sedie, agli scaffali…) alla possibilità di farne fuoco.

Cattedrale serbo-ortodossa

Racconta come ogni filo d’erba dei parchi e delle aiuole divenne buono da bollire in zuppe “creative”, perché gli aiuti umanitari erano paradossalmente filtrati dagli stessi serbi che si divertivano a far arrivare crackers scaduti che sapevano di cartone.

Racconta come i cecchini non avevano pietà nemmeno degli anziani che si affannavano ad attraversare le strade esposte ai mirini e riecheggianti del grido “Pazite, Snajper!” (attenti, cecchino!).

Racconta che per attraversare il Tunnel della Speranza, costruito anche a mani nude, alla ricerca della salvezza o semplicemente di armi e munizioni, occorrevano a volte anche tre giorni, con il solo conforto di una vecchina la cui casa insisteva su un’apertura, pronta ad offrire tutto quello che poteva: un bicchiere d’acqua.

Tunnel of hope

Racconta che alcuni preferivano fuggire scavallando le montagne in direzione nord, perché, in ogni caso, la morte inflitta dai croati era meno brutale.

Racconta come i soldati serbi si divertivano prima a offendere, poi a violentare, infine a uccidere senza pietà le donne bosniache.

Descrive commosso le lacrime che scorrevano sui visi dei bosniaci assediati mentre il fumo dei libri si alzava in colonna dalla Biblioteca Nazionale ed Universitaria, oggi ricostruita.

Biblioteca Nazionale ed Universitaria

Racconta soprattutto come i serbi non potevano tollerare che a Sarajevo, a distanza di una manciata di isolati, si potesse (e tuttora si possa) entrare pacificamente nella Cattedrale serbo-ortodossa, nella Sinagoga, nella Moschea di Gazi Husrev-beg o nella Chiesa cattolica.
Non potevano sopportare, i serbi, che fossero stati gli “incivili” Ottomani a costruire il primo grande acquedotto europeo alla metà del XV secolo, proprio a Sarajevo, distribuendo l’acqua attraverso un mirabile sistema di fontane cittadine.

Moschea di Gazi Husrev-beg

E’ incontenibile la necessità di futuro avvertita in questi mesi complicati e sospesi.
Perché sia veramente nuovo, anche le lezioni della storia devono illuminarci.
La geografia è destino; la storia non si fa, signorile, a tavolino”.

Vanni La Guardia
Tutte le foto sono di Vanni La Guardia

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