La celeste nostalgia di Riccardo Cocciante: storia di un genio musicale e dei suoi parolieri, tra impressionismo e allegoria

La vita
Ha compiuto da poco 75 anni questo grande artista, figlio anzi tempo del popolo dell’Erasmus. Riccardo Cocciante nasce a Saigon (Vietnam) il 20 febbraio 1946, da padre italiano e madre francese. Però, nel 1959, a soli tredici anni, arriva nella patria paterna e, seppur ancora giovanissimo, inizia a scrivere musica, mentre lavora in un albergo di Roma. Scrive un’opera rock religiosa (un segno premonitore di Notre Dame de Paris e di Giulietta e Romeo che verranno tanti anni dopo) e nel 1973, ad appena 27 anni, pubblica il suo primo LP intitolato Poesia che contiene appunto l’omonimo brano. Poi, nel 1974, il suo secondo LP intitolato Anima che contiene due splendidi brani: Bella senz’anima e Quando finisce un amore.

A tutti sembra un cantautore, ma la sensazione è errata. Infatti, Riccardo Cocciante firma solo raramente i testi delle sue canzoni, perché sono suoi collaboratori nella sua lunga carriera Paolo Amerigo Cassella e, soprattutto, Marco Luberti, ai quali si aggiungeranno più tardi Mogol, transfuga dal sodalizio con Lucio Battisti, Etienne Roda-Gil, Luc Plamondon e Pasquale Panella; però la musica, le melodie celestiali delle composizioni sono tutte sue e da esse si ricava l’eleganza e la raffinatezza né manierata né cerebrale delle sue origini italo-francesi.

Ma due anni dopo, nel 1976, Cocciante pubblica il 33 giri intitolato Concerto per Margherita, che contiene la famosissima Margherita (testo e musica in comproprietà con Luberti). E con questo LP e, soprattutto, con questo brano, Riccardo si impone definitivamente e prepotentemente al grande pubblico. I suoi concerti non sono negli stadi, ma nei più grandi teatri del mondo, ivi compreso il Petruzzelli di Bari.
Nel 1980 pubblica Cervo a primavera, con Mogol come autore dei testi, con il brano che dà il titolo all’album tutto da decifrare nel suo significato e che diventa una
specie di manifesto per i giovani; il disco va in vetta alle classifiche di vendita, anche perché contiene un altro hit intitolato Tu sei il mio amico carissimo.
Riccardo è ormai uno chansionnier nel senso più nobile e francese del termine e il suo successo arriva in tutto il mondo anche in maniera molto personale ed autocelebrativo, perché nel 1982 incide un 33 giri di grande successo intitolato Cocciante contenente otto canzoni con i testi di Mogol, tra cui le celeberrime Celeste nostalgia, Un nuovo amico, Un buco nel cuore In bicicletta.
Dopo aver lasciato la RCA ed essere entrato nella multinazionale inglese Virgin, nel 1983 pubblica Sincerità, con i testi di Etienne Roda-Gil e, per la prima volta, la mano manageriale della donna che diventerà immediatamente sua moglie, Catherine Boutet; quello con Catherine è un incontro importante per Riccardo: bellissima, francese anche lei, stessa passione per la musica, privacy riservatissima, dalla loro unione nasce nel 1990 Davide che seguirà solo parzialmente le orme del padre diventando grafico della
sua discografia. La coppia è migrante sotto tutti i profili, dato che si ritira negli Stati Uniti, esilio che rompe per il ritorno sulle scene musicali di Riccardo nel 1991, con la partecipazione per la prima ed unica volta al Festival di Sanremo con il bellissimo brano Se stiamo insieme, con il testo di Mogol, che risulta vincitore.
Nel 1995 esegue una Ave Maria in Vaticano, con l’orchestra e il coro di Santa Cecilia e tre anni dopo realizza il suo sogno: un’opera musicale interamente cantata, composta su testi di Luc Plamondon e basata sul romanzo Notre Dame de Paris di Victor Hugo, che registra il tutto esaurito sin dal debutto al Palais des Congrés di Parigi, il 16 settembre 1998. Nel 1999 Riccardo Cocciante riceve dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro il titolo di Grande Ufficiale e nello stesso anno, a Monaco, consegue il World Music Award per le vendite dei CD tratti da Notre Dame de Paris – oltre 10 milioni di copie – mentre Belle, una delle arie principali del musical, rimane a lungo nelle classifiche dei paesi francofoni. In Italia Notre Dame de Paris viene proposto per la prima volta in versione francese nel marzo del 2001 al Forum di Assago, alle porte di Milano, mentre, adattato in italiano da Pasquale Panella, va in scena a Roma nel marzo del 2002, dopo essere stato replicato in Europa, in Canada e negli Stati Uniti. Memorabili i suoi due concerti all’Arena di Verona dove, dopo una dedica alla città e all’Arena che lo ospita, si dedica soprattutto a Notre Dame di Paris, Giulietta e Romeo e Le Petit Prince che riscuotono un grandissimo successo mondiale. Il tutto sotto la sapiente ed elegante regia di sua moglie, a denotare un’unione non soltanto di sentimenti ma di condivisione di lavoro e di vita che dura da oltre 40 anni. Ora vivono entrambi in Irlanda, a Dublino.

Le mie riflessioni
Come detto, Riccardo Cocciante pochissime volte si è impegnato nei testi dei suoi brani, ma ha sempre partecipato intensamente alla loro stesura, prima con Luberti e Cassella e poi con Mogol e gli altri.
I suoi sono sempre incontri artistici di alto, elegante e raffinato livello perché in questo caso la melodia, creatura esclusiva di Cocciante, costituisce un unicum inscindibile, talmente la musica è saldamente e non banalmente ancorata al testo.
Insomma, si può dire che i poeti che hanno scritto per lui, in particolare, il trio Luberti, Cassella e Mogol, stanno a Riccardo Cocciante come Mogol sta a Lucio Battisti. Però c’è una piccola eccezione, perché mentre Lucio Battisti, pur nella sua originalità e nella rottura degli schemi tradizionali, viene cantato da altri numerosi cantanti in alcune cover di notevole fattura artistica (vedi Mina), Riccardo Cocciante trova molto più di rado artisti che cantino le sue canzoni, escluso il grande Rino Gaetano in “A mano a mano” e Laura Pausini in “Io canto”. Perché questo? Francamente è difficile da spiegare. Forse perché la composizione musicale è di una eleganza e di una empatia tali che difficilmente altri artisti, sia pure grandi, riescono a trasmetterle.
E sono l’empatia, l’eleganza, la raffinatezza non fine a se stessa, che hanno dato origine ad un fenomeno molto particolare: Riccardo Cocciante, ormai 75enne, piace molto, moltissimo ai giovani di oggi, come dimostrano i due grandi concerti all’Arena di Verona e, soprattutto, l’inesauribile successo mondiale delle sue opere musicali.
Il perché questo fenomeno? Francamente non so dare una risposta certa, se non cercandola nella magia con cui lo spettacolo scenico, di brani e di melodie affascina, incanta il pubblico di tutte le età. E sono certo che non sarei lontano dal vero nel collocare questa originale produzione musico/teatrale in qualcosa di nuovo che sta tra
il music hall, e nello specifico l’Opera rock (Jesus Christ Superstar su tutte) e l’opera teatrale, cioè il melodramma. E non a caso c’è stato il riferimento, non tanto lontano, della critica musicale ad alcune opere di Nino Rota e al famoso West Side Story di Leonard Bernstein, anche quest’ultimo, forse non a caso, liberamente tratto dalla tragedia di Romeo e Giulietta.

Però nel riproporre, sotto il profilo meramente poetico, alcuni brani della produzione di Riccardo Cocciante, che vede, come detto, anche nelle parole il suo essenziale contributo, è necessario spiegare il significato di alcuni testi/canzoni, non tutti ovviamente.

Poesia
Compositori: Amerigo Cassella / Marco Luberti / Riccardo Cocciante

Poesia, poesia
sembra che non ci sia.
Poi ritorni per caso
a quand’eri bambina
E tu
tu correvi cantando
sorridevi per niente.
E potevi volare
e tutto questo era
Poesia
Poesia, poesia
sembra che non ci sia.
Poi ti prende la mano
e ti porta lontano
con lui.
E non sei più bambina
non sorridi per niente
Scopri di essere donna
E tutto questo è
Poesia
Poesia, poesia
Sembra che non ci sia
Poi ti svegli una notte
E vorresti parlare
Con lui
Ti dovresti spiegare
E non sai cosa dire
Che è finito l’amore
Ma in fondo anche questo
È poesia

A mano a mano
Compositori: Marco Luberti / Riccardo Cocciante

A mano a mano ti accorgi che il vento
ti soffia sul viso e ti ruba un sorriso
la bella stagione che sta per finire
ti soffia sul cuore e ti ruba l’amore
E a mano a mano si scioglie nel pianto
quel dolce ricordo sbiadito dal tempo
di quando vivevi con me in una stanza
non c’erano soldi ma tanta speranza
E a mano a mano mi perdi e ti perdo
e quello che è stato ci sembra più assurdo
di quando la notte eri sempre più vera
e non come adesso nei sabato sera
Ma dammi la mano e torna vicino
può nascere un fiore nel nostro giardino
che neanche l’inverno potrà mai gelare
può crescere un fiore da questo mio amore per te
E a mano a mano vedrai che nel tempo
lì sopra il suo viso lo stesso sorriso
che il vento crudele ti aveva rubato
che torna fedele, l’amore è tornato da te


Margherita
Compositori: Marco Luberti / Riccardo Cocciante

Io non posso stare fermo con le mani nelle mani
Tante cose devo fare prima che venga domani
E se lei già sta dormendo io non posso riposare
Farò in modo che al risveglio non mi possa più scordare.
Perché questa lunga notte, non sia nera più del nero
fatti grande dolce luna e riempi il cielo intero
E perché quel suo sorriso possa ritornare ancora
splendi sole domattina come non hai fatto ancora
E per poi farle cantare, le canzoni che ha imparato
io le costruirò un silenzio che nessuno ha mai sentito
Sveglierò tutti gli amanti, parlerò per ore ed ore
Abbracciamoci più forte, perché lei vuole l’amore
Poi corriamo per le strade e mettiamoci a ballare
perché lei vuole la gioia, perché lei odia il rancore
E poi coi secchi di vernice coloriamo tutti i muri
case, vicoli e palazzi, perché lei ama i colori
Raccogliamo tutti i fiori, che può darci primavera
costruiamole una culla, per amarci quando è sera
Poi saliamo su nel cielo, e prendiamole una stella
perché Margherita è buona, perché Margherita è bella
Perché Margherita è dolce, perché Margherita è vera
perché Margherita ama, e lo fa una notte intera
Perché Margherita è un sogno, perché Margherita è il sale
Perché Margherita è il vento e non sa che può far male
Perché Margherita è tutto, ed è lei la mia pazzia
Margherita, Margherita
Margherita, adesso è mia

Mi sono chiesto tante volte: chi è Margherita nella vita di Riccardo Cocciante? Chi è questa donna dalle straordinarie virtù, un testo, una melodia con un crescendo notevole nelle parole e nella musica, una esplosione finale e un raccogliersi in se stesso con quel “Margherita adesso è mia”? La risposta l’ha data, dopo tanti anni, lo stesso Riccardo il quale ebbe a dire conclusivamente: “Non esiste […], tutte le mie canzoni sono allegoriche: io mi considero un impressionista!
Certo, però la sua tecnica impressionista, rimanda per forza alla delicatezza di un piccolo fiore bianco che noi possiamo trovare in qualsiasi prato e i cui petali puntualmente rimangono vittime dei dubbi sentimentali delle adolescenti di tutto il mondo. Ma la spiegazione di Margherita la dà ancora di più il suo paroliere Luberti, il quale, tornato a casa, disse che dormendo e sognando era stato ossessionato dal famosissimo verso “Io non posso stare fermo con le mani nelle mani”. E da queste parole sognate vengono subito anche gli altri versi che, con l’aiuto determinante della melodia di Riccardo Cocciante, diventano un tutt’uno. Perché, di fatto, parole e melodia diventano un inno di incomparabile bellezza per tutte quello che Margherita evoca con la sua presenza/assenza: “Margherita è la mia pazzia e comunque adesso è mia”. Ovvero, l’amore comunque, anche se vagheggiato.

Bella senz’anima
Compositori: Amerigo Cassella / Marco Luberti / Riccardo Cocciante

E adesso siediti
Su quella seggiola
Stavolta ascoltami
Senza interrompere
È tanto tempo che
Volevo dirtelo
Vivere insieme a te
È stato inutile
Tutto senz’allegria
Senza una lacrima
Niente da aggiungere
Né da dividere
Nella tua trappola
Ci son caduto anch’io
Avanti il prossimo
Gli lascio il posto mio
Povero diavolo
Che pena mi fa
E quando a letto lui
Ti chiederà di più
Glielo concederai
Perché tu fai così
Come sai fingere
Se ti fa comodo
E adesso so chi sei
E non ci soffro più
E se verrai di là
Te lo dimostrerò
E questa volta tu
Te lo ricorderai
E adesso spogliati
Come sai fare tu
Ma non illuderti
Io non ci casco più
Tu mi rimpiangerai
Bella senz’anima


Un monologo diretto, rabbioso, pieno di coscienza e di consapevolezza, scritto insieme a Luberti e Cassella. Il brano ebbe l’arrangiamento di Enio Morricone e di Franco Pisano ed è un’autentica esplosione di parole, di sentimenti non corrisposti e mai ottenuti, tenuti dentro per troppo tempo e mostrati con tanta forza e rabbia: nessuna emozione provata in modo reciproco, un rapporto basato sulla convenienza.

Celeste nostalgia
Compositori: Giulio Rapetti Mogol / Riccardo Vincent Cocciante

Avevi ragione tu mia cara
La vita non dura mai una sera
Il tempo di una follia
Che breve, fugge via
E poi, cosa rimane dentro noi?
Questa celeste nostalgia
Questo saperti da sempre ancora ancora mia, mia
Il bene profondo non si offende
Si spegne se è il caso e poi riaccende
Passione violenta sia
Comprendimi, amica mia
Tu puoi
Tutto normale fra di noi
Cara celeste nostalgia
Dolce compagna di storie d’amore
Sempre mia, sempre mia
Vederti un istante sopra un treno
Partire su un auto e andar lontano
Quel lampo negli occhi, ciao
D’accordo fa male, ciao, ma tu
Dentro di me non muori più
Azzurra celeste nostalgia
Qualche parola affettuosa è un po’ poco però
Per noi, forse no
Amore mio grande, amica mia
Cara celeste nostalgia
Un’ora, un giorno, una vita
Che cosa vuoi che sia, restia mia
Amore mio grande, amica mia
Cara celeste nostalgia
Un’ora, un giorno, una vita
Che cosa vuoi che sia?


Nel libro “Quasi saggio” di Pietro Curzio si fa riferimento a questo sentimento di cui l’Autore fa una esegesi semantica: ritorno in patria (nostos) e dolore/tristezza (algos). Definita, poi, come malattia dell’immaginazione quando cioè la rappresentazione del mondo che ci attornia e di se stessi ci appare disturbata. Poi però per traslato misterioso la nostalgia è diventata la descrizione di un sentimento che ci accompagna per tutta la vita e con la quale si convive. La nostalgia di Riccardo Cocciante è appunto “celeste” riguarda un’ora, un giorno, una vita. E ci accompagna sempre. Dolcemente.

Quando finisce un amore
Compositori: Amerigo Cassella / Marco Luberti / Riccardo Cocciante

Quando finisce un amore così com’è finito il mio
Senza una ragione né un motivo, senza niente
Ti senti un nodo nella gola
Ti senti un buco nello stomaco
Ti senti vuoto nella testa e non capisci niente
E non ti basta più un amico
E non ti basta più distrarti
E non ti basta bere da ubriacarti
E non ti basta ormai più niente
E in fondo pensi, ci sarà un motivo
E cerchi a tutti i costi una ragione
Eppure non c’è mai una ragione
Perché un amore debba finire
E vorresti cambiare faccia
E vorresti cambiare nome
E vorresti cambiare aria
E vorresti cambiare vita
E vorresti cambiare il mondo
Ma sai perfettamente
Che non ti servirebbe a niente
Perché c’è lei, perché c’è lei
Perché c’è lei, perché c’è lei
Perché c’è lei nelle tue ossa
Perché c’è lei nella tua mente
Perché c’è lei nella tua vita
E non potresti più mandarla via
Nemmeno se cambiassi faccia
Nemmeno se cambiassi nome
Nemmeno se cambiassi aria
Nemmeno se cambiassi vita
Nemmeno se cambiasse il mondo
Però, se potessi ragionarci sopra
Saprei perfettamente che domani sarà diverso
Lei non sarà più lei
Io non sarò lo stesso uomo
Magari l’avrò già dimenticata
Magari, ma se potessi ragionarci sopra
Se potessi ragionarci sopra
Ma non posso, perché
Quando finisce un amore così com’è finito il mio
Senza una ragione né un motivo, senza niente
Ti senti un nodo nella gola
Ti senti un buco nello stomaco
Ti senti un vuoto nella testa
E non capisci niente
E non ti basta più un amico
E non ti basta più distrarti
E non ti basta bere da ubriacarti
E non ti basta ormai più niente
E in fondo pensi, ci sarà un motivo
E cerchi a tutti i costi una ragione
Eppure non c’è mai una ragione
Perché un amore debba finire.

Se stiamo insieme
Compositori: Mogol – Cocciante

Ma quante storie ho già vissuto nella vita
E quante programmate chi lo sa
Sognando ad occhi aperti
Storie di fiumi di grandi praterie senza confini
Storie di deserti
E quante volte ho visto dalla prua di una barca
Tra spruzzi e vento, l’immensità del mare
Spandersi dentro e come una carezza calda
Illuminarmi il cuore
E poi la neve bianca gli alberi gli abeti
L’abbraccio del silenzio
Calmarmi in tutti I sensi
Sentirsi solo e vivo tra le montagne grandi
E I grandi spazi immensi
E poi tornare qui, riprendere la vita
Dei giorni uguali ai giorni
Discutere con te
Tagliarmi con il ghiaccio dei quotidiani inverni
No non lo posso accettare
Non è la vita che avrei voluto mai desiderato vivere
Non è quel sogno che sognavamo insieme fa piangere
Eppure io non credo questa sia l’unica via per noi
Se stiamo insieme ci sarà un perché
E vorrei riscoprirlo stasera
Se stiamo insieme qualche cosa c’è
Che ci unisce ancora stasera
Mi manchi sai, mi manchi sai.
E poi tornare qui riprendere la vita
Che sembra senza vita
Discutere con te e consumar così
I pochi istanti eterni
No non lo posso accettare
Che vita è restare qui a logorarmi in discussioni sterili
Giocar con te a farsi del male il giorno
Di notte poi rinchiudersi
Eppure io non credo questa sia l’unica via per noi
Se stiamo insieme ci sarà un perché
E vorrei riscoprirlo stasera
Se stiamo insieme qualche cosa c’è
Che ci unisce ancora stasera
Mi manchi sai, Mi manchi sai.


Scritto a quattro mani con Mogol, questo brano è del 1991 un anno dopo la nascita sofferta dell’unico figlio della coppia formata da Riccardo e Caterina. Il messaggio è la vita in due. La ricerca delle origini di una unione per ritrovare sempre accanto a sé quella persona che si è amata sin dall’inizio, una vita piena di emozioni e di sensazioni che possono sfuggire nella quotidianità. E allora la continua struggente domanda “se stiamo insieme ci sarà un perché” è l’invito a riscoprire cosa ci lega per sfuggire al gelo dell’indifferenza e della monotonia della “routine” quotidiana dove incombono le difficoltà, i problemi e i pensieri che questa vita ci impone. Alle domande, agli interrogativi senza risposta che ci assalgono occorre rispondere con un’unica certezza, “Mi manchi, sai”, cioè la sublimazione dell’assenza.

Cervo a primavera
Compositori: Mogol – Cocciante

Io rinascerò
Cervo a primavera
Oppure diverrò
Gabbiano da scogliera
Senza più niente da scordare
Senza domande più da fare
Con uno spazio da occupare
E io rinascerò
Amico che mi sai capire
E mi trasformerò in qualcuno
Che non può più fallire
Una pernice di montagna
Che vola eppur non sogna
In una foglia o una castagna
E io rinascerò
Amico caro amico mio
E mi ritroverò
Con penne e piume senza io
Senza paura di cadere
Intento solo a volteggiare
Come un eterno migratore…
Senza paura di cadere
Intento solo a volteggiare
Come un eterno migratore
E io rinascerò
Senza complessi e frustrazioni
Amico mio ascolterò
Le sinfonie delle stagioni
Con un mio ruolo definito
Così felice d’esser nato
Fra cielo terra e l’infinito
Ah…
E io rinascerò
Senza complessi e frustrazioni
Amico mio ascolterò
Le sinfonie delle stagioni
Con un mio ruolo definito
Così felice d’esser nato
Fra cielo terra e l’infinito
Ah…
E io rinascerò
Io rinascerò


Concludo con “Cervo a primavera” (probabilmente la prima canzone scritta a quattro mani con Mogol nel 1980) in cui trionfa un’allegoria elegante e affascinante, tanto che il brano, un po’ hippie, ha avuto grande successo tra i giovani di oggi e di ieri fino a diventare un autentico cult. Qui Riccardo vede la rinascita nella primavera, quando si realizzano i propri sogni e desideri. E lo fa prendendo come esempio e come simbolo della sua composizione un animale: il cervo, elegante, leggiadro, libero e maestoso (il riferimento al cervo non ucciso nel finale del film “Il Cacciatore” del 1978 è d’obbligo). E’ un canto liberatorio dove, nelle ultime tre strofe, Riccardo si rivolge ad un amico sicuramente immaginario, sensibile come lui, capace di capirlo ed ascoltarlo, capace di comprendere tutti i suoi desideri, l’emozione e l’incanto della primavera. Infatti, molto suggestive e dense di significati sono, alla fine, le parole che immergono Riccardo nell’ infinito, tra il cielo e la terra, dove lui è felice di esser nato: “Amico mio ascolterò / le sinfonie delle stagioni / con un mio ruolo definito / così felice d’esser nato / fra cielo terra e l’infinito / E io rinascerò / senza complessi e frustrazioni”.
Anche se il contesto è diverso, la scansione dei versi e la dolce, e tuttavia, ferma e fiera ebrezza della melodia, suggeriscono il leopardiano “E il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Nicola Raimondo.

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