Con “Il silenzio”, la geniale penna di Don DeLillo osserva e descrive cosa accade se implode il nostro tecnologico sistema di vita

Sapevo che sarebbe uscito a inizio 2021 “Il silenzio“, questo libro che Don DeLillo ha scritto prima che succedesse tutto il casino che conosciamo bene e, appena ho saputo della sua pubblicazione, mi sono fiondata in libreria per comprarlo.

Ieri mattina, in cassa, in coda davanti a me, c’era una signora che lo stringeva tra le mani e, dopo esserci guardate con occhi complici, mi fa: “l’ho già letto in inglese, ma devo leggerlo anche in italiano, non vedo l’ora“; li occhi con cui mi ha guardata mi hanno intenerita e resa felice, cose che succedono tra lettori.
Il libro me lo sono messo in borsa e mentre camminavo per fare altre cose, lo sentivo che era lì affianco a me, lo toccavo di tanto in tanto, lo guardavo dall’alto, ad un certo punto gli ho anche parlato; gli ho detto “ehi, non ti preoccupare, entro domani ti leggo”.

Un libro piccolo, copertina cartonata Einaudi, sfondo nero con un cellulare messo di sbieco a riflettere una luce, poco più di 100 pagine.
Pochine in effetti, ma sapevo che sarebbero state pagine dense.
Le ho letteralmente divorate e mentre le leggevo con avidità già provavo nostalgia, avrei voluto non finisse più.

Di cosa parla? Siamo nel 2022, è appena terminata una pandemia, la vita è ripresa normalmente, ma una bella sera, improvvisamente, tutti gli schermi si spengono: tv, cellulari, tablet, computer.
Tutto va in tilt, letteralmente tutto: mezzi di trasporto, banche, partita del SuperBowl.
Le persone vanno in tilt, soprattutto.

Il tema è candidamente esplicitato a metà romanzo, a pagina 46: “Cosa succede alle persone che vivono dentro il loro telefono?”. Succede che non sanno più dove guardare.
Si sente un fortissimo silenzio e in questo silenzio inizia a farsi spazio il rumore di fondo della disperazione, del senso di perdita, della domanda “ma io chi sono?”.
Inizia a farsi strada l’idea di provare a guardare gli altri, quelli che sono nella stessa stanza, a pochi passi di distanza. E nel guardarsi viene voglia di raccontare delle cose.
Strano, alla fine si ritorna sempre al punto di partenza: come migliaia di anni fa, raccontarsi delle cose, parlare, dirsi “ho sentito questo, ho sentito quello, ho fatto questo e quello”.
Ed ecco che riappare l’altro, l’altro come me e diverso da me, che non stavo guardando perché avevo le sinapsi drogate dagli schermi di ogni tipo.

Nel leggerlo, ho provato una sensazione di liberazione.
Sono qui quasi a sperare che si verifichi davvero il blackout totale degli schermi, di internet.
Solo così, forse, potrò finalmente riassaporare il piacere di suonare il campanello della mia vicina, di scendere per strada assieme ad altre persone, parlare, toccare, guardare negli occhi la gente, raccontarmi, raccontare di quando ero bambina, di quella volta che mi sono tuffata da uno scoglio troppo alto, di quando mi sono innamorata di un ragazzo biondo, di quando ero a casa ferma per mesi a causa di una specie di brutto raffreddore che colpiva le persone e stavo perdendo il senno, la ragione e la speranza.
E poi ascoltare i racconti degli altri, guardarli mentre parlano e osservarne i movimenti del volto, delle mani, non avere paura, essere presente in quel momento e basta.

Potrei inserire qui decine di frasi bellissime di questo libro, affilate, ma sarebbe imperdonabile da parte mia, considerate le sole 100 pagine.
Posso però dire, con assoluta certezza, che questo è un libro perfetto per questo momento, perché, nella sua semplicità spietata, mette in scena un evento extra-ordinario che fa esplodere tutto un sistema di vita e osserva, descrive e racconta cosa succede.
Se vi va, leggetelo, e lasciatemi un commento qui sotto per raccontarmi cosa ne pensate, cosa avete provato leggendolo, come vi siete sentiti.

Alida Melacarne

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