Paolo Conte ovvero La Musica e La Poesia

6 gennaio 1937 – 6 gennaio 2021: Augurissimi Maestro Paolo Conte per i tuoi 84 anni, nello stesso giorno in cui – vedi un po’ le combinazioni – compie 83 anni il tuo intimo amico e collega Adriano Celentano, entrambi sotto il segno zodiacale del Capricorno … come me, del resto.

Che dirti, caro Maestro? Nei miei due mesi di vita vissuta a Genova, nel novembre – dicembre 1975, mi hai concesso la Tua non banale conoscenza in quello splendido palazzo di Via Balbi n.2, vicino alla stazione, un tempo di proprietà della famosa famiglia Fassio che aveva all’epoca il monopolio della navigazione via mare, lì dove stavi trattando, da avvocato, un sinistro di una giovane donna defunta. Il 6 dicembre 1975, giorno del mio onomastico, ebbi da Te l’invito a venire ad ascoltarti insieme a miei amici genovesi doc: ben tre ore di concerto in cui condividevi il palco con Alan Sorrenti. Ora posso confessartelo: non ti conoscevo per niente e restai letteralmente folgorato dalla poesia della tua cantata, delle tue parole mai ordinarie, fuori da ogni schema e, dove esse non arrivavano al risultato, con l’aiuto di musicali suoni gutturali e l’uso del kazoo, della tua musica che fino a quel momento avevi scritto per altri: il citato Celentano, Patty Pravo, Caterina Caselli, perfino Nilla Pizzi.

E allora le tue descrizioni erano semplicemente incredibili, con la vena fondamentale del jazz ereditata da Tuo padre, il sapore misterioso della musica sudamericana, il tuo realismo singolare nel descrivere poeticamente le situazioni di ogni giorno.
Gli amanti un po’ avanti negli anni trascorrono la loro luna di miele? No, la loro è soltanto “luna di marmellata”.
La grandezza della pittura, di cui tu sei un esempio eccellente, la vai a cercare nei “Pittori della domenica”.
Celebri il 50ennio di qualche amico di un’amicizia nella quale alcuni sono andati via e dici che “dietro ogni uomo c’è sempre “una donna senza mutande”.
E allora via con la “Topolino Amaranto”, via con “Avanti bionda” e poi l’interrogativo: “chi siamo noi e dove andiamo noi” che formalmente non ha alcuna risposta se non il vagabondare di Bastian Caboto.
E nel tuo secondo LP, Genova, la Tua seconda patria, città famosa ,grande che identifichi come “un’idea come un’altra”, la “macaya”, “luci di amore e di follia” dove “il sole è un lampo grigio al parabrise”. Si, la Genova piovosa e uggiosa, una città che oggi soffre, che è grande nella asperità del suo paesaggio montano e quella durezza/dolcezza della parte antica e del mare.

Hai cullato i miei due mesi di solitudine a Genova nelle notti insonni buttato in un albergo a 3 stelle del centro dove ho “sentito” la Tua poesia, le Tue melodie rigorosamente trascritte su cassetta al metal che io ascoltavo, con un radio/mangianastri, solo con le cuffie. Già, solo con le cuffie, perché ritornato a Bari, non appena una mia cerchia di amici e parenti stretti sentiva la Tua poesia e le Tue melodie, il tutto era oggetto di severa blasfemia da parte di chi mi era vicino: mia madre che diceva in dialetto “stut’e chedda maledetta” (spegni quella maledetta radio). Per non parlare di altri: eri avanti negli anni, come lo è stato il tuo amico Fabrizio De Andrè di cui in questi giorni (11.01.1999) si celebra il 22esimo anno della sua scomparsa.

Quando a Bari mi sono rivolto in Corso Cavour, quasi all’altezza di Via Carulli, a Tonino “SetteNote” (così chiamavamo il titolare di quel piccolo negozio di dischi e autentico cultore del nuovo e del bello) e ho chiesto i tuoi LP, ho avuto un’accoglienza “particolare”: aver conosciuto la musica di Paolo Conte nel gennaio 1976 era un fatto di non poco momento. Tutti i tuoi LP 33 giri li ha mio figlio Umberto, intatti, come nuovi, perché io trasportavo su audiocassette la Tua musica che mi ha accompagnato in tutto il mio vagabondare in auto per oltre 10 anni dal 1975 al 1985.

Poi ti sei esibito in concerto a Bari per la prima volta alla Festa dell’Unità, organizzata dal PCI nella Pineta di San Francesco. Il biglietto costava solo 5mila lire!!! Ho portato lì i miei nipoti, Umberto ed Antonello, che alla fine ho visto ballare sotto la tenda seguendo la melodia trascinante di Sudamerica. E poi sempre a Bari i concerti al Petruzzelli e quello famoso organizzato al Castello Svevo. Nel luglio del 1997 l’incredibile concerto, in onore di un tuo amico venuto meno, a Giurdignano vicino a Otranto a Nostra Signora dei Turchi dove peraltro impazziva Carmelo Bene. E poi a Roma al Sistina dove celebrasti in un’unica serata la struggente melodia di Razmataz. Infine, l’inenarrabile concerto del 29 luglio 2009 in Piazza San Marco a Venezia dove Tu cantavi, suonavi la tua poesia metrica e musicale non soltanto con la tua band, anzi con la tua orchestra (band è riduttivo), ma anche accompagnato dagli archi incredibili del Teatro La Fenice.

Il tuo modo di poetare e cantare la poesia, la vera poesia, la vera musica è diverso ed ancora attuale, non banale, non eccentrico e tuttavia diretto. Se ci pensi per te il “pomeriggio è azzurro” non il “cielo” che, invece di essere azzurro, “è aeronautico”. La libertà è “palline colorate con un gelato al limon”. Francesco De Gregori che ha cantato Gelato al Limon insieme a Lucio Dalla nel famoso concerto “Banana Republic”, Ti chiese umilmente scusa per aver rovinato la tua canzone e tu lo ringraziasti per una interpretazione veramente magistrale. Ebbene si, l’immortalità della musica e della poesia sta in questo: diverse interpretazioni che nulla stravolgono, anzi approfondiscono e arricchiscono. Parlare di tutto il tuo straordinario repertorio poetico/musicale è impossibile: ci vorrebbe un libro e non questo semplice post/ricordo. Ma chi come me ha seguito in quasi 45 anni il tuo percorso poetico/musicale, non può fare a meno di celebrare quelli che io reputo il tuo testamento spirituale: la tua terzultima fatica Elegia e Psiche. E qui devo dare spazio alla vera poesia, alla vera musica delle tue parole.

Elegia
Avevo una passione per la musica
di ruggine
nerastra tinta a caldo di caligine
metropoli
le tentazioni andavano e venivano
cosa farò di me?
Guidavo nella notte ferma immobile friabile
venivo da una valle dove annuvola
nell’umido
sentivo sulle spalle un bel solletico
tu cosa vuoi da me?
Lasciando alla mia infanzia
ogni ingenuità sensibile
l’amore è uno stregone un fuoco
isterico magnifico
carezza di una mano che semplifica
cosa sarà di me?
L’abbraccio adulto in un silenzio
scenico visibile
l’incendio è la stagione
delle tenebre bellissime
avevi fatto in aria un incantesimo
tu cosa sei per me…

Sonno elefante
Sonno lontano
vieni qui
rimani vicino a me
fammi volare
tra le montagne
sopra le dune
senza guardare
senza pensare più
senza capire più
sonno gigante
sonno elefante
distenditi quassù
Sonno patriarca meraviglioso
arcaico nuoto nell’acqua cupa
sonno munifico
tu sonno sei magnifico
cipria sull’aria che
vibra di magico
Mandarino sei profumato
e santo
desiderato davvero tanto
tutto dirupa
è friabile e desertico
sonno di nuvola
sonno di cupola
sonno lontano
vieni qui
rimani vicino a me
fammi volare tra le montagne
sopra le dune
senza guardare
senza pensare più
senza capire più
sonno gigante
sonno elefante
distenditi quassù.

L’amore che
L’amore che parla di sé in un bello sguardo
La percezione in cui mi perdo
E l’oltre mare di un assurdo sì
L’amore che arriva con movenze lente

Qui sotto gli occhi della gente
Mi parla con voce tremante sì
Illudendo, lusingando
Incantando e come danzando

Afferra le mani sì
Affrettando, ansimando, provocando
E tutto abbreviando, come adorando sì
Sì ti amo tanto e ti sento

Arrossendo e impallidendo
Quasi morendo, sì
L’amore che trafigge me lascia che dica
Non so cos’è non lo so mica
Ma credo in te dolce nemica si

La donna d’inverno
Perché d’inverno
è meglio la donna
è tutta più segreta
e sola tutta più morbida
e pelosa e bianca, afgana,
algebrica e penosa dolce e squisita,
è tutta un´altra cosa
vuole andare in gita non sa – non sa – non sa
Mentre la neve
attenua ogni rumore
e in strada gli autocarri
non hanno più motore
e questo è il tempo di lasciarsi
sprofondare nel medioevo
delle sue frasi amare,
dice che non vuol peccare
però, si sa lo fa.
Sto trafficando beato me
sotto un fruscio di taffetà
e mi domando in fondo
se mentre lei splende sul sofà d´inverno,
d´inverno non sei anche più intelligente.
Si, si d’inverno è meglio
dopo è più facile dormire
e andare oltre i pensieri
come un libro di Lucrezio
aperto tra le dita.
Così è la vita,
tra una vestaglia e un mare
chi vuole andare in gita
non sa, non sa, non sa.

Sono splendidi i versi e la musica, naturalmente, non è da meno, in un connubio sublime. La donna che è più bella d’inverno e non di estate, è qualcosa di straordinario: ”pelosa e bianca, afgana, algebrica e penosa dolce e squisita, è tutta un’altra cosa”. L’Amore che “avanza e arriva con movenze lente” è sublime e lo capisci senza interrogarti più di tanto. Ed Elegia pura è anche: “Guidavo nella notte ferma immobile friabile venivo da una valle dove annuvola nell’umido sentivo sulle spalle un bel solletico tu cosa vuoi da me?”.
Ma Sonno Elefante dove lo colloco nell’immaginario della tua poetica cantata? Ho cercato di farmi spiegare il suo significato, ma nulla ho trovato in proposito se non un riferimento autobiografico: tu caro Maestro sei insonne, problematica che ci accomuna, e hai scritto quasi sempre di notte; e allora voglio credere che Sonno Elefante sia dedicata agli insonni, e quindi anche a me, specialmente nella sua chiusa:
Sonno lontano
vieni qui
rimani vicino a me
fammi volare tra le montagne
sopra le dune
senza guardare
senza pensare più
senza capire più
sonno gigante
sonno elefante
distenditi quassù.

E ancora la Tua Eden (dedicata al Tuo papà) dove esprimi l’amore, tra l’altro, con due/tre frasi di bellezza incommensurabile, con una musica che ha del celestiale, Tu che sei tanto “terreno” nel descrivere e suonare poeticamente le corde dell’anima e del cuore, universalmente di tutti i cuori.

Eden
Solo in un silenzio penso a niente
E voglio solo te,
Padre emozionato ed entusiasta
Che ti specchi in me
Solo contro niente mi accontento
E non mi annoio mai,
Suono un bel saxofono d’argento
E non mi sbaglio mai
Ah, suono nel vuoto
Ah, soffio nel fuoco
Ho cercato per tutto il paradiso
La quota dove sta il tuo sorriso
Ah, voglio suonare
Ah, e camminare
Sto cercando per tutto il paradiso
La guida che m’incontri il tuo sorriso
.

Si, sei Tu quando dici “Ho cercato per tutto il paradiso la quota dove sta il tuo sorriso” e ancora “Sto cercando per tutto il paradiso la guida che m’incontri il tuo sorriso”: eccola, la cifra sublime della Tua eccelsa poesia e della Tua inimitabile musica, non passeggera ma eterna.

E infine la distanza/vicinanza della donna Tra le tue braccia, dove dietro c’è “l’inverno di foglie, i pensieri scalzi che vanno per lontane vie, il privilegio della vicinanza, il respiro e la voce tra le tue dita, tutto è distante, niente lo è”.

Tra le tue braccia
Scuserai
questo inverno di foglie
e i pensieri che
vanno scalzi per lontane vie
via da te…via da me…
è un privilegio stare con te,
dolce persona vicino a me
Sentirai tra le dita
il respiro e la voce mia
che ti invita al mare,
o quel che sia…
sentirai, sentirai…
è un privilegio stare con te,
tutto è distante
niente lo è…

Concludo: non sono solo momenti di estasi, ma l’eternità che Tu ancora darai a me, a tutti quelli che ti amano e Ti seguono, nell’augurio di lunga e feconda vita che mi/ci darà ancora il dono della tua musica e della tua poesia. Ineguagliabili. Universali. Irripetibili.

Nicola Raimondo



3 commenti su “Paolo Conte ovvero La Musica e La Poesia

  1. Letizia Catalano Rispondi

    Grazie, Nicola Raimondo! Per l’analisi sempre di grande sensibilità …poetica , così vera …per tanta vita e grazie… per i ricordi stupendi…tutti…anche di “sette note” 😉🌹

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