Revenge de che?

La vicenda è nota. Una giovane donna invia foto e video intimi al giovane uomo con il quale ha una relazione. Questi, finita la relazione, tradisce l’intimità, diffondendo le foto ed I video nella chat condivisa con gli amici del calcetto. Un amico del calcetto mostra foto e video alla propria moglie; la moglie riconosce la maestra del figlio.


L’amico del calcetto, che pare abbia detto di aver diffuso le immagini intime della sua ex perché “la relazione era basata soltanto sull’attrazione fisica”, è stato condannato (da luglio 2019 il revenge porn è reato) a un anno di lavori socialmente utili. Qui intendo sostenere che il lavoro socialmente più utile sarebbe quello che potesse condurre alla vergogna di sé. Il punto di partenza è un becero, ammiccante, diffuso atteggiamento sessista, e temo che la distanza dal traguardo non potrà essere colmata in un anno. Ma, visto che bisogna pur cominciare, proporrei all’amico del calcetto di impegnarsi seriamente. Il mio amico Michele Poli, con il Centro ascolto maltrattanti di Ferrara metterebbe volentieri una biblioteca a disposizione, un centro culturale per ripensare la mascolinità. Chieda di approfittarne e attivi un gruppo di lettura tra gli amici del calcetto, coinvolgendo anche mogli e maestre che hanno, secondo le cronache di stampa, provocato le dimissioni della maestra dal suo luogo di lavoro (mobbing in luogo di solidarietà).
Frantumate le granitiche certezze mansplaining, se la ex avesse voglia, si potrebbero incontrare e guardarsi negli occhi, e se l’amico del calcetto avrà fatto un buon lavoro sentirà un “sentimento di colpa o di umiliante mortificazione che si prova per un atto o un comportamento sentito come disonesto, sconveniente, indecente”. Si chiama appunto vergogna, e saremmo a buon punto.

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