Con il libro “E se smettessimo di fingere?”, Jonathan Franzen ci interroga sull’apporto di cui siamo ancora capaci contro l’incombente catastrofe climatica

Il mio amico Jonathan.
Sì, è un mio amico, anche se lui non lo sa.
Gli voglio bene, mi fido di lui, compro sempre tutti i suoi libri, anche se a volte rimango delusa, ma continuerò a comprarli, perché mi offre sempre delle esperienze di lettura che mi fanno sentire a casa; e poi è un grande fan di Elena Ferrante, mille punti in più per lui. Amo molto i suoi romanzi (famiglie americane che esplodono in slow motion), ma soprattutto amo i suoi scritti di non fiction, quelli in cui si mette a parlare di cose varie: letteratura, scrittura, autori, incontri.

Ma tra le tante cose di cui parla Jonathan Franzen ce n’è una che mi fa impazzire, nel senso che non me lo spiego come si possa avere una passione del genere: il birdwatching. Mi immagino quindi questo signore americano di mezza età che si diletta a guardare gli uccelli, che se ne va in giro per il mondo a cercare di osservare quelli più rari, che si apposta su rocce deserte in mezzo alle isole, al freddo e al gelo, per il puro gusto di annotare su un blocchetto il nome di un volatile e bearsene, dirsi “ah che bello, anche questo posso aggiungerlo alla lista“. Il birdwatching deve essere un’attività solitaria e frustrante, stando ai suoi racconti: stare lì fermi con gli occhi concentrati verso un punto del cielo o verso un albero. E’ un’attività fatta di lunghe attese e in queste lunghe attese ha avuto il tempo di riflettere sulla crisi climatica, considerato che spesso l’estinzione di alcune specie di uccelli è fortemente connessa alle attività umane e all’inquinamento; le sue idee a tema ambientale non sono molto popolari e spesso hanno sollevato negli Usa perplessità e indignazione, sono arrivati anche a tacciarlo di “catastrofista”.

La sua ultima pubblicazione è per Einaudi, si intitola “E se smettessimo di fingere?”, 42 pagine nuove nuove dal costo di 10 euro (abbiamo già dibattuto altrove sulla follia dei prezzi di questo tipo di libricini, qua sorvoleremo per ora), in cui la tesi che sostiene con candore quasi irritante è nel sottotitolo: Ammettiamo che non possiamo più fermare la catastrofe climatica.
Ma no, non è vero, possiamo fare tanto, non tutto è perduto, dobbiamo convincere i potenti, dobbiamo batterci, dobbiamo fare questo, dobbiamo fare quello, ce la possiamo fare, dobbiamo salvare il pianeta. E invece no, non lo possiamo salvare più, o meglio, non possiamo salvare noi stessi, poiché in pericolo non è la vita del pianeta, che troverà i suoi modi per riequilibrarsi, è già successo altre volte, ma è la nostra vita in pericolo, quella degli esseri umani, soprattutto la vita di coloro che dovranno fuggire dalle loro terre devastate dall’innalzamento dei mari e dalla desertificazione. Con dati alla mano ci dice che avremmo dovuto pensarci seriamente almeno trent’anni fa, ora è troppo tardi e tra pochi lustri saremo in seria difficoltà e le nostre lotte progressiste e disperate non servono a molto, che il cambiamento climatico in atto è irreversibile.

E quindi? Che facciamo?
Il poco che possiamo fare è ciò che ci salverà nel qui e ora e ha a che fare con le piccole battaglie che possono essere vinte con soddisfazione. E’ trovare qualcosa che ci faccia battere il cuore, una buona causa per la quale spendersi creando un effetto domino virtuoso attorno a noi, ricordandoci che le mezze misure sono comunque meglio che nessuna misura.
Agire nel nostro quotidiano per limitare la bruttezza e l’inquinamento in base a una scelta morale che funzioni da guida e da motivazione.
Le parole chiave sono speranza e gentilezza: non posso sperare di salvare il mondo intero, ma posso sperare di salvaguardare una specie animale in via di estinzione o di offrire riparo ai profughi e tante altre cose misurabili, tante altre piccole lotte che si possono vincere ora, adesso, con gentilezza nei confronti del prossimo e nei confronti della terra.
Non penso di essere in grado di fermare lo scioglimento dei ghiacciai, ma so che posso fare qualcosa qui, adesso, nella mia città, nel mio condominio, nella mia piccola vita e sperare di fare bene, di cercarmi delle alleate e degli alleati che abbiano a cuore le mie stesse questioni e vincere.
In pratica, conclude Franzen, “finchè avete qualcosa da amare, avete qualcosa in cui sperare”.
Così, a occhio, mi sembra che abbia ragione lui: il mio amico Jonathan.

Alida Melacarne

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