“La matematica è politica” di Chiara Valerio, in solo cento pagine, racchiude le risposte alle domande sulla più odiata e bistrattata delle discipline

C’è chi insegna guidando gli altri come cavalli, passo passo: forse c’è chi si sente soddisfatto così guidato […]. C’è pure chi educa, senza nascondere ch’è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando d’essere franco all’altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato.” (Danilo Dolci)

C’è chi cerca l’acqua, chi la sua casa, chi scala una montagna, chi vive la musica, chi compone poesie. Io mi sento a casa quando passeggio nella matematica. Quando mi è apparsa la foto della copertina del libro “La matematica è politica” di Chiara Valerio, mi sono precipitata a comprarlo perché avevo il fortissimo desiderio di leggerlo. E come sempre mi accade con gli scritti dell’autrice di Formia, è stata una esperienza entusiasmante.

Un piccolo libro, fatto solo di cento pagine, ma tutte dense e potenti.

Questa breve recensione è stata modificata più volte, perché leggere “La matematica è politica” per me è stato fonte continua di idee, osservazioni, pensieri che si susseguivano uno dietro l’altro. Il titolo può essere fuorviante: non è un libro di matematica, né un libro di politica, semmai analizza le strette “relazioni” tra le due, che nel pensiero comune possono sembrare agli antipodi, invece risultano tanto simili.

Dopo la prima comune eccitazione nel ritrovarsi “alunni di un liceo”, soprattutto scientifico, gli studenti mi pongono puntualmente la medesima domanda: “Prof., ma a che serve studiare la matematica?” Per anni mi sono affannata a cercare risposte con esempi pratici, applicazione ad altre discipline, effetti speciali per strappare una esclamazione di meraviglia, ma spesso inutilmente. Ora so che le risposte, tante e dettagliate, sono racchiuse in queste pagine.

Innanzitutto, Chiara Valerio intreccia sapientemente racconti personali con riflessioni, spesso collegandoli con la storia della matematica o della scienza. Ci accompagna a scoprire che molti hanno un’idea sbagliata del ruolo della scuola, il cui scopo principale non è, come molti credono confondendone gli intenti, solo quello di formare i giovani per intraprendere strade che portino alla realizzazione di un loro futuro lavorativo, bensì aiutare i ragazzi a costruirsi come cittadini, a relazionarsi con gli altri e non solo, prendersi le responsabilità del proprio vivere, comprendendo le regole, le abitudini sempre in relazione con gli altri.

Studiare la matematica è stata a oggi la più grande avventura culturale della mia vita. Per due motivi, il primo è che ero molto giovane, il secondo è che ero molto insicura. La giovinezza di solito, se uno è fortunato, passa da sé, ma l’insicurezza è subdola. La matematica mi ha rafforzato chiarendomi i concetti di verità, contesto e approssimazione che, a rifletterci, oltre ad essere questioni matematiche, sono questioni democratiche. Penso che studiare matematica educhi alla democrazia più di qualsiasi altra disciplina. Sia scientifica che umanistica.

Il libro della Valerio ha, poi, il grande merito di mettere bene in evidenza l’importanza della matematica nella formazione del pensiero, perché la matematica non è una disciplina scevra da emotività.

La matematica, nel comune sentire, non è tra le necessità o tra le qualità di una persona di cultura, di uno intellettuale. E viene considerata, per la maggior parte del tempo e dalla maggior parte delle persone, una disciplina asettica nel senso di inutile per intavolare una conversazione e dunque comunicare , confrontarsi, affrontare problemi pratici, discutere, descrivere, partecipare alla vita politica.

Certo molto dipende da come ti viene raccontata, e su questo punto l’autrice sottolinea il ruolo strategico e fondamentale dell’insegnamento anche attraverso la storia della scienza, la storia degli uomini. E questo è un punto controverso per noi professori, schiacciati tra le poche ore a disposizione e una mole di argomenti da affrontare. Ma forse può esserci una soluzione: basterebbe soffermarsi ad osservare che la matematica non deve essere presentata come “un insieme di procedure di calcolo” e che “i matematici stessi vengono presentati come geni infallibili, mentre spesso, come tutti sbagliano“; quando si racconta la matematica “più delle cose e delle persone sono importanti le relazioni tra una cosa e un’altra, una persona e un’altra, e tra cose e persone“.

Chiara Valerio usa un termine che mi piace molto quando afferma che “la matematica è disciplina di manutenzione”. Manutenzione significa prendersi cura di qualcosa, richiede tempo e pazienza e la matematica comporta perseveranza, ricerca e amore per la verità, ed essere pronti a condividere, con molta umiltà, i risultati ottenuti. Ma la democrazia non è alimentata dalle stesse virtù? Aver studiato matematica è una fortuna perché significa allenarsi a praticare democrazia. Entrambe non si conciliano con chi vuole tutto e subito. Entrambe rifiutano verità dogmatiche, ma ricercano verità condivise. La politica, come prassi, percorre la stessa strada che conduce alla soluzione di un problema e, quindi, matematica è politica perché entrambe evitano l’errore, ma, qualora si verifichi, si concentrano nel capirlo per governarlo. Lascio ai lettori scoprire la intima relazione tra la democrazia e la disciplina tra le più odiate e bistrattate, ritenuta “difficile, lontana, confinata nelle altezze irraggiungibili dell’esattezza”.

E pensare che ci invitano a non fare politica a scuola. Soprattutto in questi ultimi tempi, alcuni rappresentanti politici dichiarano che noi insegnanti pratichiamo in classe un lavaggio del cervello sugli incolpevoli ragazzi. Quando sono in classe, invece, io ritengo di trovarmi in un luogo magico, perché qui si insegna a confrontarsi, ad avere dubbi, discutere e ascoltare, pensare, capire che la verità si deve sempre cercare, anche se non sempre può piacere, e “che i processi creativi dell’uomo non sopportano di non cambiare mai”. Se questo è far politica, allora si, in classe pratico politica. E se questo è insegnare matematica, allora si, la matematica è politica. E per questi rappresentanti politici, quindi non dovrei più insegnare matematica.

Allora il libro di Chiara Valerio è necessario per ogni ragazzo che si appresta ad intraprendere il suo percorso di studi, per ogni insegnante che voglia ancora apprendere l’importanza dello studio della matematica nella vita e nella formazione del pensiero critico e anche per tutti quei rappresentanti politici che riescono ancora a credere che si possa trarre dalla sana politica una crescita culturale scientifica per le generazioni future.

Maurizia Limongelli

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