Un giovanotto partito da Mola di Bari: i ricordi del direttore Felice Laudadio conquistano il Cirano nella terza giornata del Bif&st 2020

Proseguendo nel suo giro durante la terza giornata del Festival, il Cirano ha deciso di recarsi in un altro dei luoghi simbolo del Bif&st 2020 per la presentazione del libro “Ritratti e autoritratti” di Felice Laudadio, direttore del festival: il magnifico Teatro Margherita, innalzato su pilastri fondati nel mare.
Quest’anno l’ingresso del pubblico viene accompagnato dalla mostra fotografica “Mario Monicelli” a cura del Centro Sperimentale di Cinematografia: un corridoio di pannelli neri su cui sono affisse le magnifiche immagini di alcune scene dei film di Monicelli, del regista stesso, immortalato mentre è intento nel suo lavoro o in momenti di vita familiare, le locandine delle sue creazioni e le pagine di alcuni giornali che parlavano delle sue opere.

Tra gli scatti dedicati a Alberto Sordi in “Il Marchese del Grillo“, Ugo Tognazzi in “Vogliamo i colonnelli“, Goldie Hawn in “In viaggio con Anita“, Anna Magnani nella sua pelliccia bianca in “Risate di gioia“, spicca il volto di Mario Monicelli che guarda nella macchina da presa con in testa il suo borsalino bianco, un’immagine estremamente luminosa e espressiva di tutta la passione del regista per la settima arte.

Le locandine dei film di Monicelli decorano anche la sala in cui è stato fatto accomodare il pubblico, oltre ai “conferenzieri” Felice Laudadio, Michele Laforgia, Enzo Augusto e David Grieco, mentre dalle grandi vetrate è possibile ammirare l’azzurro del mare, le piccole barche dei pescatori e il “Chiringuito”, il noto bar del Molo San Nicola.

Ritratti e autoritratti” è una raccolta di interviste e articoli sulle più grandi personalità del cinema, del teatro e della tv degli anni Settanta-Ottanta.
L’autore afferma che, come tanti italiani, durante il lockdown, ha iniziato a mettere in ordine le sue scartoffie fino a imbattersi in molti dei suoi articoli degli ultimi quindici anni, conservati da sua moglie. Rileggendo i suoi pezzi, Laudadio si è reso conto del parallelismo tra la crisi del cinema di quegli anni e quella di oggi.
Nasce, così, il suo libro.

Felice Laudadio crede che la qualità dei film derivi prima di tutto da una buona sceneggiatura, che sia necessario innanzitutto saper scrivere e si augura che questa pandemia, così come un tempo fece il dopoguerra, possa essere fonte di idee, di creatività. “No crisi del cinema, ma delle idee” è quella che secondo l’autore stiamo vivendo, “non morirà il cinema, morirà il modo di fruirlo”.
Mentre i clacson della città impazzano e dal Ciringuito giungono canzoni estive, l’autore narra aneddoti sul suo lavoro di giornalista e le vicende legate a varie interviste.
Una delle interviste più difficili è stata quella a Franco Solinas, che ha incontrato Laudadio per quattro giorni consecutivi, rilasciando numerosissime dichiarazioni ma senza mai autorizzare la pubblicazione di quel materiale.

Il direttore del Bif&st racconta anche di come fosse abituato a non prendere appunti durante le interviste, perché riteneva che ciò che avrebbe ricordato il giorno dopo, sarebbe stato tutto quello che realmente sarebbe interessato ai lettori.
Non tutti gradivano questo suo modus operandi, ma una persona in particolare si fidava ciecamente di lui accogliendolo anche in casa e nel suo studio: Federico Fellini. “Pur non prendendo appunti – afferma Laudadio – secondo Fellini, io riportavo esattamente il suo pensiero“. Questo ricordo riempie l’autore di felicità ancora oggi, tanto da sentirsi obbligato a sottolineare quanto valore potessero avere quelle parole per “un giovanotto partito da Mola di Bari”.

Elisabetta Tota

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