“La cura dello sguardo – piccola farmacia poetica”: la nostra intervista a Franco Arminio

Franco Arminio è nato nel 1960 a Bisaccia, in Irpinia, dove vive tuttora.
Fino a poco tempo fa ha fatto il maestro elementare.
Suo padre era titolare dell’”Osteria del Grillo d’Oro” e lì gli avventori avevano l’abitudine, dopo cena, di intrattenersi a cantare. Cibo e canto: elementi che accompagneranno Franco Arminio nella vita, nei suoi scritti, nei suoi incontri.
Non ama definirsi uno scrittore, bensì un “paesologo”. La paesologia è una scienza che unisce geografia, poesia ed etnologia; l’ha inventata e se ne serve per studiare i paesi delle aree interne, spesso spopolati, sempre più deteriorati in parti significative di patrimoni immobiliari sviliti.
E’ anche poeta e regista di alcuni documentari (ricordiamo “Viaggio in Irpinia d’Oriente”, insieme a Paolo Muran, “La terra dei paesi” e “Nuovo Cinema Paralitico”, insieme a Davide Ferrario), nonché direttore artistico (un festival per tutti, probabilmente il più noto, “La Luna e i Calanchi”, ad Aliano).

L’intervista che segue nasce dalla notizia della pubblicazione a luglio, da parte di Bompiani, del suo ultimo lavoro in prosa “La cura dello sguardo – piccola farmacia poetica”. Affronta tuttavia molti altri argomenti che ruotano attorno al ruolo dell’arte e della politica. Volutamente non è assorbita dall’attualità e quindi da quanto accaduto in questi complicati e spesso dolorosi mesi marchiati dal Covid-19. Le ragioni sono due.

La prima è personale. In tanti hanno ritenuto possibile un radicale cambiamento di vita, a seguito di quanto accaduto durante la pandemia, partendo dall’assunto che l’attuale sistema economico non costituisce la giusta strada da percorrere. Personalmente ho invece l’impressione, via via sempre più nitida, che è presto tornata la corsa al profitto da recuperare in fretta, a nuovi affari da strappare sfruttando l’ineluttabile, a riappropriarsi di ogni assuefazione da intrattenimento fin troppo infastidito da regole pedanti… e ritornano sullo sfondo, sbiaditi, la questione ambientale, il modello di economia solidale o, semplicemente, il ricordo rispettoso dei morti, a cominciare da chi la vita l’ha persa mentre si impegnava a salvare quelle altrui.

La seconda è che se n’è parlato tanto. Ma è giusto ricordare come Franco Arminio sia stato protagonista di un’iniziativa piuttosto inedita. Ha pubblicato sui suoi profili social il proprio numero di cellulare e si è reso disponibile per alcune ore al giorno a ricevere telefonate da chiunque avesse avuto bisogno di parlare durante questi lunghi giorni di forzato isolamento. Iniziativa che assume particolare valore se pensiamo che in fondo, al di là delle conseguenze generate dal Covid-19, la solitudine transgenerazionale è una delle questioni centrali del nostro tempo. In apparenza siamo sempre connessi tuttavia, citando quanto scritto da Giovanni Lindo Ferretti nella canzone “Ora”, concepita e pubblicata in piena quarantena, “comunichiamo solitudini moleste e sovraesposte” (e proprio Ferretti, peraltro, è con Arminio autore de “L’Italia profonda – Dialogo dagli Appennini”, libro nato da una lunga conversazione tra i due a Palazzo Piceni, a Roma, pubblicato da GOG nel 2019).
Ricordiamo inoltre che tra i morti per Covid-19, numerosissimi sono stati agli anziani e che sono loro, soprattutto, che abitano il territorio montano (che, pur rappresentando più del 35% della superficie nazionale, accoglie soltanto il 12% della popolazione) e che non di rado abitano i versi di Arminio, il quale, lo scorso 29 marzo, ha pubblicamente invitato tutti a 5 minuti di silenzio in ricordo di chi se n’è andato lontano dai propri affetti e privato di un ultimo saluto.

In un periodo in cui si stanno iniziando a raccogliere le macerie (anche interiori) lasciate dal Covid-19, più di qualcuno sta riposizionando valori e priorità, fino alla ricollocazione non solo psichica bensì anche geografica della propria vita. Tante volte hai parlato della necessità, direi etica, di ripopolare le aree interne e per questo hai anche avviato un dialogo costante con il Ministro per il Sud e la coesione territoriale, Giuseppe Provenzano.
E’ evidente che durante l’emergenza epidemiologica sanità e scuola, per motivazioni diverse, abbiano manifestato pesanti criticità ma tanto ci sarebbe ancora da fare, basti pensare alla costruzione di infrastrutture che rendano perlomeno dignitosi i trasporti ovunque, agli investimenti sui nuovi servizi essenziali tra i quali non può non rientrare l’accesso diffuso a internet, al piano contro il dissesto idrogeologico, ad una nuova riforma agraria resa ormai improcrastinabile dall’abbandono o dall’incoltura di numerosissimi terreni …
Recentemente, inoltre, 400 scienziati (tra cui Gianfranco Bologna, Direttore Scientifico WWF Italia, e Silvio Greco, Presidente del Consiglio Scientifico Ambiente-Mare di Coldiretti) hanno scritto al Presidente della Repubblica Mattarella per indicare, in 10 punti, una ripartenza post Covid-19 improntata alla sostenibilità ambientale. Tra i principi cardine ci sono la definizione di nuove modalità di vivere, produrre e alimentarsi, nonché il trasferimento delle conoscenze scientifiche alle imprese, in particolare a quelle più piccole, assai diffuse in Italia.

Tutto ciò premesso, fino a dove può spingersi l’efficacia di un intervento politico che guardi alla valorizzazione e al rilancio di questi territori, considerato peraltro che i provvedimenti attuativi della cosiddetta “legge salva borghi” del 2017 (160 milioni a favore dei piccoli comuni fino a 5.000 abitanti) non sono ancora stati emanati?
Dipende dalla quantità e dalla qualità dell’intervento. Veniamo da anni in cui non ci sono stati grandi investimenti sulle aree interne, soprattuto del Sud, e ci sono state carenze di idee e persone giuste. Più la situazione è difficile, più c’è bisogno dell’intervento pubblico. Con le risorse autonome dei privati i paesi non ce la fanno; anche se ci fossero privati con grosse disponibilità, difficilmente le metterebbero in gioco, per ragioni culturali complesse che possiamo riassumere nella riluttanza all’iniziativa privata, in Italia.

Passando dal piano politico al piano culturale, in quale maniera, da un lato, sproneresti un giovane a riannodare anima e radici alla sua terra natìa; dall’altro, e più generalmente, come accenderesti la curiosità degli italiani nei riguardi dei luoghi abitualmente ai margini delle loro traiettorie di viaggio?
Al di là della varietà dei luoghi, personalmente insisterei molto sulle residenze formative, utili ad aggiungere alla bellezza esperienze possibili, vere e proprie scuole di filosofia, musica, poesia… in modo da accogliere per alcuni giorni persone che le frequentino al mattino e che nel pomeriggio possano andare in giro e, alla sera, cenare in posti caratteristici. Occorre, insomma, che si creino relazioni affettive nei confronti dei luoghi, al punto che qualcuno magari poi si rende conto che ci è stato bene e possa diventare residente provvisorio, se non addirittura possa decidere di andarci ad abitare. L’elemento della seduzione è importante, così come quello della convenienza. Non si va in un luogo per dovere.
Riguardo ai giovani, devono avere maggiori attenzioni concrete. Mi riferisco ad iniziative che prevedano per loro contributi a fondo perduto, un po’ come ha fatto Vendola in un certo periodo. Penso per esempio ad un bando che metta a disposizione 20.000 euro da assegnare sulla base di brevi progetti, senza tortuosità e lungaggini burocratiche. Probabilmente, su dieci progetti finanziati, due svilupperanno continuità e diventeranno attività consolidate, gli altri otto no, tuttavia si sarà messo in circolo denaro che verrà speso e smuoverà l’economia. Occorre mettere soldi in tasca ai giovani, sfidarli. Il problema è che spesso bandi di questo genere sono aperti alla partecipazione di chi ha già risorse economiche e capacità progettuali.

Ci sono state molte proposte per reinventare spazi e modalità di fruizione dell’arte dal vivo, in modo da non lasciare che siano soltanto streaming e reddito di emergenza (o “reddito all’immaginazione ma che non sia immaginario”, come hai avuto modo di chiamarlo) ad assorbire il tema delle drammatiche privazioni che sta vivendo il mondo dello spettacolo. Quali idee hai da suggerire, in merito?
Io utilizzerei molto la scuola, attivando corsi che integrino quanto già fanno gli insegnanti, perché la proposta formativa non è sufficiente. Perchè in classe di poesia deve parlare un professore di lettere e non anche un poeta? Se gli artisti potessero portare la loro arte dal vivo ai ragazzi nelle scuole, si darebbe una boccata d’ossigeno ai primi e si offrirebbe ai secondi la possibilità di entrare in contatto con persone interessanti quali attori, musicisti, pittori… Anche qui si tratta di investire più soldi, al di là del pagamento degli stipendi.

Restando nel campo dell’arte, durante i tuoi reading sei solito far cantare le persone del pubblico. Hai inoltre due figli musicisti, Livio e Manfredi, che nel 2017 hanno pubblicato l’album “Amore Stitico” e non di rado la accompagnano dal vivo. Fatta questa premessa e considerato che la metrica greca non ci ha soltanto costretti ad avventurarci in articolate ricerche etimologiche tra giambi e anapesti ma ci ha anche insegnato che le parole hanno ritmo e possono suonare, ti chiedo: in che rapporto sono per te musica e poesia?
Io non faccio musica, né mi ritengo un esperto in materia. Non ho mai scritto una canzone, non è cosa mia. Non mi interessa nemmeno l’accostamento tra musica e poesia; quando faccio degli spettacoli con i miei figli, restano linguaggi diversi e separati, senza sottofondi e sovrapposizioni, anche perché la musica ha già le sue parole. Spero che suonino le parole delle mie poesie, perché se la poesia ha la musica dentro vuol dire che è una buona poesia.

Nel 2011 Mondadori ha pubblicato il tuo libro Terracarne (vincitore del premio Volponi e del premio Carlo Levi), che già dal titolo mette in evidenza la profonda compenetrazione tra uomo e ambiente. Quanto c’è di politico e quanto di artistico nella paesologia? E’ prevista una ristampa di Terracarne?
La riedizione di Terracarne è prevista per fine anno, inizi anno nuovo. In quel libro e, più generalmente, nel mio intero lavoro di scrittore cerco di tenere insieme poesia e passione civile, sono due tasti che premo alternativamente, a volte insieme, sono due fili intrecciati, fanno parte della mia natura, perché la poesia mi piace quanto l’orazione civile.

La tua poesia assume connotati oserei dire religiosi, riuscendo a fare delle parole autentiche impalcature attorno a cui incardinare e costruire pratiche comunitarie, seppur provvisorie. Cosa chiede alla poesia Franco Arminio?
Le chiedo di riparare il vaso rotto. E’ un gesto terapeutico, è ferita e rimedio nello stesso tempo, è una sorta di farmaco che, in realtà, fa più bene a chi la legge, che a chi la scrive, anche se il movimento di scrittura nasce da un tentaivo di guarigione. Si scrive per guarire.

Rocco Scotellaro e Carlo Levi rappresentano due tuoi importanti riferimenti. Entrambi hanno vissuto l’ingiusta privazione della libertà e hanno visceralmente incarnato il malessere contadino del tempo, sospeso nelle voragini dei latifondi, annerito da una povertà tenace, avvelenato da carenze igienico-sanitarie. Ritieni che la sofferenza e il disagio siano elementi fondamentali per l’ispirazione poetica?
Sì, anche se qualcuno la contesta, questa cosa. Io non ho mai conosciuto un grande scrittore esente da grandi sofferenze. Quindi, ripeto, assolutamente sì.

A proposito di Carlo Levi e del paese in cui è stato confinato, Aliano, ricordiamo che, prima della pandemia, avresti dovuto curare la direzione artistica di ben quattro festival paesologici: a maggio a Buccino e a Camerino, a luglio a Rivello, ad agosto, per l’appunto, ad Aliano (con l’ormai tradizionale appuntamento “La Luna e i Calanchi”). Ti saresti dovuto occupare di altre due manifestazioni, a Laurito e a Capracotta, sempre in estate. Avresti dovuto tenere una ventina di incontri al mese. Alcuni appuntamenti sono saltati, per altri c’è qualche spiraglio di speranza?
Ad Aliano andrò nei prossimi giorni, vediamo cosa accade. Secondo me dipende dalla Regione, se autorizza l’evento e lo finanzia. Comunque sarebbe un festival piccolo, certamente diverso dalle ultime edizioni, con pochissimi ospiti, senza concerti. Io, Brunori sas e Rocco Papaleo resteremmo per quattro giorni ad Aliano, senza allontanarci da lì. Io penso che non sia pericoloso per la comunità di Aliano, anche perché i cittadini possono non frequentare il festival e i luoghi più affollati. Il rischio più alto è il mio, che sto in mezzo alle persone e a contatto con loro. Tuttavia se gli alianesi pensano che sia pericoloso e non sono convinti, nessuna imposizione, semplicemente non si fa.

Pochi giorni fa sono tornato ad Aliano e il vicesindaco mi ha detto che il progetto del borgo-albergo diffuso è a buon punto. Il Comune ha acquistato l’80% delle case del centro storico e sta valutando se gestirle direttamente o se affidarle a privati.
Si stanno muovendo bene. La festa della paesologia vuole contribuire a produrre e incoraggiare visioni per un nuovo umanesimo delle montagne.

Per salutarci ti chiederei di descriverci in una manciata di righe il tuo ultimo lavoro di prossima pubblicazione, “La cura dello sguardo – piccola farmacia poetica” (Bompiani). Sono trascorsi sette anni dal tuo libro in prosa “Geografia commossa dell’Italia interna” (Bruno Mondadori): in cosa ti sei riscoperto diverso, da allora?
“Geografia commossa dell’Italia interna” era costruito con pezzi di occasione tra loro assemblati. Questo è un libro diverso, concepito ed elaborato ex novo attorno ad un’idea precisa: scrivere prose farmaceutiche, che possono essere lette dalle persone per l’appunto come fossero farmaci. Come accade in molte mie poesie, ne “La cura dello sguardo – piccola farmacia poetica” ci sono precetti e consigli che sono cresciuti in me nel tempo e che trasmetto alle persone e a me stesso (ma io non li seguo). E poi sono presenti varie riflessioni sul Covid-19: è un libro dolente e consolante.

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