“Il più grande nemico che affrontiamo non è il virus, ma è lo stigma che ci mette l’uno contro l’altro”: il fenomeno della infodemia ai tempi del Coronavirus

Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un’autorità su come far pensare la gente. Ci sono i giornali, per esempio, io sono proprietario di molti giornali“.

Charles Foster Kane, protagonista di “Quarto potere” (“Citizen Kane“, 1941), interpretato dallo stesso regista Orson Welles, manifesta chiaramente l’idea che i mezzi di comunicazione di massa possano manovrare i fili legati all’opinione pubblica.
Orson Welles, già nel 1938, aveva dimostrato tale potere mediatico con uno sceneggiato radiofonico, in cui annunciava l’arrivo degli extraterrestri scatenando il panico.

Episodi di questo genere non sono troppo lontani da noi, che stiamo vivendo la prima epidemia dell’era dei social media.
Se grazie ai social è stata resa nota l’esistenza e la diffusione del nuovo Coronavirus (Convid-19) e sono state divulgate le norme igieniche atte a ridurre le possibilità di contagio, altrettanto vero è che attraverso tali mezzi di comunicazione si è generato il panico. A causa del caos mediatico viene alterata la percezione del rischio e delle distanze. Regioni, nazioni e persino continenti ci sembrano più piccoli e vicini di quanto lo siano realmente, fattori importanti vengono sminuiti e altri insignificanti vengono ingigantiti.

Nasce il fenomeno della infodemia, neologismo coniato da David J. Rothkopf e di cui egli parla in un articolo pubblicato sul «Washington Post», “When the Buzz Bites Back” (11 maggio 2003).

Il termine “infodemia” deriva dall’inglese infodemic, a sua volta composto da info(rmation) (‘informazione’) ed (epi)demic (‘epidemia’). Indica la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento e individuare fonti affidabili.

All’interno del rapporto  del 15 febbraio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, leggiamo:
But we’re not just fighting an epidemic; we’re fighting an infodemic. Fake news spreads faster and more easily than this virus, and is just as dangerous.
(Ma noi non stiamo combattendo solo un’epidemia; noi stiamo combattendo un’infodemia. Le fake news si diffondono più rapidamente e più facilmente di questo virus e sono altrettanto pericolose).

Viene dichiarato che l’OMS sta collaborando con le maggiori piattaforme social e i media (Facebook, Google, Pinterest, Tencent, Twitter, TikTok, YouTube) affinché possa essere contrastata questa ondata di informazioni inesatte o totalmente false e disorientanti.

Ad esempio, cercando notizie su Google sulla parola “coronavirus”, nei primi risultati della ricerca, si verrà indirizzati sui siti dell’OMS o WHO (World Health Organization) e del Ministero della Salute.

I social vanno consultati e utilizzati con pensiero critico e controllando le fonti.
Marco Lo Conte del Sole 24 Ore individua, infatti, “tre norme di buon senso”:
Non rilanciare notizie di cui non conosciamo la fonte e l’attendibilità;
Individuare le fonti affidabili a cui attingere;
Non lasciarsi trascinare dall'”alluvione di notizie”.

Non bisogna sottovalutare un’altra caratteristica dei social: la capacità di unire o creare conflitti.
Attraverso i social si può aiutare chi sta affrontando un momento difficile, si può manifestare affetto e portare allegria. Essi sono uno spazio di comunione e condivisione. Ma, purtroppo, dietro uno schermo è anche molto facile giudicare le scelte altrui, denigrare, attaccare, marchiare e isolare gli altri.

Il rapporto  dell’OMS succitato contiene, infatti,  anche un appello a non far sì che un’epidemia virale lasci un marchio sulle persone e sulle nazioni e che in questo momento ci sia, invece, solidarietà:
We must be guided by solidarity, not stigma. I repeat this: we must be guided by solidarity, not stigma. The greatest enemy we face is not the virus itself; it’s the stigma that turns us against each other. We must stop stigma and hate!
(Dobbiamo essere guidati dalla solidarietà, non dallo stigma. Lo ripeto: dobbiamo essere guidati dalla solidarietà, non dallo stigma. Il più grande nemico che affrontiamo non è il virus stesso; è lo stigma che ci mette l’uno contro l’altro. Dobbiamo fermare lo stigma e l’odio!)

Elisabetta Tota

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2 commenti su ““Il più grande nemico che affrontiamo non è il virus, ma è lo stigma che ci mette l’uno contro l’altro”: il fenomeno della infodemia ai tempi del Coronavirus

  1. Raffaele Rispondi

    Assolutamente vero! Una sintetica quanto esaustiva panoramica sulla massa delle false informazoni che circolano sui social e che inebetiscono coloro i quali non amano approfondire gli stessi argomenti, confrontandoli con notizie o trattati rilasciati da fonti più autorevoli.
    Complimenti per la sua esposizione, dott.ssa Tota.

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