Il recital di Viktoria Mullova ed Alasdair Beatson per la Fondazione Petruzzelli ci riporta all’essenza della musica di Beethoven

Un musicista sordo! Possiamo noi immaginare un pittore cieco? Ma noi conosciamo però il veggente divenuto cieco. Il musicista sordo somiglia ora a Tiresia che, cieco sul mondo fenomenico, contempla con l’occhio dell’anima il centro da cui muovono tutti i fenomeni. Non disturbato dai frastuoni della vita, Beethoven rimane solo, intento alle sue armonie interiori. Allora l’essenza delle cose parla di nuovo a lui nella serena luce della bellezza. Allora egli comprende la foresta, il prato, l’azzurro cielo, la folla lieta, la coppia amorosa, il correre delle nuvole, lo strepito della bufera, la beatitudine di una pace interiore. E allora penetra per tutte le sue opere quella meravigliosa serenità che è una caratteristica della sua musica.

Le parole di Richard Wagner descrivono immagini ed emozioni che gli spettatori del Teatro Petruzzelli di Bari hanno potuto vedere e sentire durante il recital di venerdì 1̊ novembre, appuntamento prestigioso della annuale Stagione Concertistica della Fondazione.

Ad interpretare le note del compositore viennese, sono saliti sul palco la violinista Viktoria Mullova ed il pianista Alasdair Beatson.

Viktoria Mullova ha studiato alla Scuola Centrale di musica e al Conservatorio di Mosca. Nel 1980 ha vinto il 1̊ premio al Concorso Sibelius di Helsinki e nel 1982 la Medaglia d’oro al Concorso Ciaikovskij. Nel 1983 è fuggita dall’Unione Sovietica insieme al suo compagno, chiedendo asilo politico in Svezia. Dopo essersi nascosta per due giorni in un albergo, si è recata presso l’ambasciata americana e ha ottenuto il visto americano, iniziando, così, a suonare con i più celebri direttori del mondo e le più grandi orchestre.

Alasdair Beatson, pianista scozzese, è stato allievo di John Blakely al Royal College of Music di Londra e di Menahem Pressler all’Indiana University. Insegna pianoforte presso il Royal Birmingham Conservatoire e collabora con il Chamber Studio di Londra. Dal 2012 al 2018 Alasdair è stato fondatore e direttore artistico del Musique à Marsac e dal 2019 è co-direttore artistico del Festival svizzero di musica da camera a Ernen.

Il programma prevedeva esclusivamente composizioni di Ludwig van Beethoven: la Sonata n.4 in La minore per violino e pianoforte, op.23; la Sonata n.5 in Fa maggiore per violino e pianoforte, op.24, “La Primavera”; la Sonata n.9 in La maggiore per violino e pianoforte, op.47, “A Kreutzer”.

Le Sonate op.23 e op.24 furono composte insieme, tra il 1800 e 1801, con dedica al conte Moritz von Fries, per poi essere sdoppiate solo nel 1802, anno in cui fu composta la Sonata op.47, poi eseguita il 24 maggio 1803, nella sala di concerti dell’Augarten, un caffè del Prater, dallo stesso compositore e dal pianista Bridgetower, le cui capacità esecutive colpirono Beethoven a tal punto da fargli riportare la seguente intestazione: “Sonata mulattica, composta per il Mulatto Brischdauer, gran pazzo e compositore mulattico”; eppure, quando l’op.47 fu pubblicata nel 1805, figurò come dedicatario il violinista francese Rodolphe Kreutzer, probabilmente a causa di una rivalità in amore che aveva visto vittorioso il pianista “compositore mulattico”.

Sul palco del Petruzzelli, durante il concerto, Viktoria e Alasdair erano il punto di intersezione tra i due fasci di luce provenienti dai fari. La coda del pianoforte era costantemente illuminata, mentre il violino, lo Stradivari “Julius Falk” del 1723 imbracciato dalla Mullova, era sfuggente e ballerino al punto che sembrava volesse prendere vita autonoma e danzare con la sua dama. Gli artisti uscivano dall’ombra come in un dipinto di Caravaggio e a incorniciarli intervenivano il rosso e il dorato delle balconate: sullo sfondo nero del palco spiccavano il gilè argentato di lei, i capelli biondi di lui e la sedia rossa su cui era seduto Alasdair.

Nella Sonata n.4 op.23, i due strumenti sembravano dialogare tra loro, facendosi anche il verso. Il tono del piano era quasi smorfioso, mentre quello del violino più austero. Ma il piano ha iniziato a reagire imitando il tono di voce del compagno, finché entrambi non sono tornati a toni più sereni.

La “Primavera” ha avuto un inizio romantico, allegro e a tratti lento; i due strumenti musicali sembravano innamorati, felici e tormentati, vivevano momenti vivaci e momenti cupi. In sala si sentiva canticchiare la melodia e le dita del pubblico danzavano di qua e di là accompagnando le note. Gli spettatori affascinati mostravano uno sguardo rapito da quel suono e, quando le loro mani erano ferme, erano giunte o reggevano il viso volto al palcoscenico.

La Sonata n.9 op.47 si è presentata con la sola voce del violino, mentre Alasdair fissava i tasti bianchi e neri e le sue mani erano immobili in attesa di poter parlare. La frangia di Viktoria ballava con un movimento ondulatorio seguendo un ritmo scadenzato dai colpi dati alle corde del violino, generando dei rintocchi. Quando il pianoforte ha avuto modo di dire la sua, il violino ha quasi avuto difficoltà ad intervenire, ma non appena ha ritrovato il suo spazio, la sua voce è diventata stridula, incessante e incalzante, mentre il piano borbottava in sottofondo. Nel momento in cui il violino si è fermato per riprendere fiato, uno spettatore ha sussurrato “Eh!”, come se avesse voluto dare ragione alla sua orazione. Guardandosi attorno si notavano spettatori immobili, assorbiti dall’atmosfera. Era come se il tempo si fosse fermato e il mondo fuori dal teatro con il suo traffico, le sue voci, i tacchi e i telefoni che squillano, non esistesse più, magia che si è ripetuta quando i due artisti, dopo esser stati subissati dagli applausi, hanno salutato il pubblico con un bis costruito sulle note di Bach, probabilmente in omaggio alla recente incisione di Viktoria con l’Accademia Bizantina e Ottavio Dantone.

L’austerità scenica di Viktoria e la mimica facciale di Alasdair hanno trasformato le Sonate in musica da vedere oltre che ascoltare.
E certamente Beethoven, il musicista sordo, avrebbe apprezzato, potendo così finalmente percepire l’essenza delle cose.

Elisabetta Tota

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