L’Eternal love di Roberto Ottaviano incanta e rapisce il pubblico dei Summer Jazz Days de Nel Gioco del Jazz

Prosegue la rassegna Summer Jazz Days dell’Associazione “Nel Gioco del Jazz” al Duke jazz club della scuola Pentagramma.
La seconda serata ha visto protagonista il direttore artistico dell’associazione, nonché dello stesso mini festival, Roberto Ottaviano.

Il concerto si presenta fin dal primo brano, eseguito in un’esplosione di virtù tecnica unita ad un afflato creativo, al pari di un alito di vento che trasforma una esecuzione strumentale in un grande coro di voci inneggianti a “Mama Africa”, come dice fieramente lo stesso Ottaviano, o, meglio, alla cultura che ha ispirato ed influenzato (e continua a farlo) gran parte della musica moderna, a partire dall’inizio del secolo scorso. E non soltanto la musica jazz, da sempre aperta alle contaminazioni ed alle influenze, proprio per la sua natura libera e sfuggente a qualsiasi tipo di irreggimentazione e di fissità, bensì anche la musica blues, e persino la musica rock, apparentemente figlia solo di un grande movimento di rivendicazione e di trasformazione sociale da datarsi intorno alla metà dello scorso secolo.

Questo è il senso del recente pluripremiato progetto discografico (e non solo) del musicista barese, che si staglia come una pietra miliare musicale ed ideologica, specialmente nel periodo storico che stiamo vivendo, con la trasformazione del Mediterraneo in una grande fossa comune, e con il proliferare scellerato di atteggiamenti e comportamenti che alla cultura ed alle persone che la rappresentano non attribuiscono (nella migliore delle ipotesi) alcun valore.

Dunque, Roberto Ottaviano, oltre che un grande dal punto di vista tecnico, è un musicista dalle tematiche profonde, quasi un romantico. Ma al tempo stesso è un artista, e prima ancora un uomo, moderno, contemporaneo, ancorato a conoscenze e valori della storia (non solo musicale) che solo a chi vive di superficialità e di ignoranza possono sfuggire.

Sull’aspetto tecnico del concerto, non posso che ripetere quello che in un recente passato (quando ancora questa testata non esisteva), il nostro direttore, l’amico Pasquale Attolico, scriveva; difficile trovare lacune in una formazione in cui, in ciascuno dei brani eseguiti, si ha il piacere di ascoltare un “solo” di pianoforte o di batteria che raggiunge vertici musicali inconsueti, o linee di basso eseguite alla perfezione con una pulizia da maestri, per non parlare della perfetta interazione dei due fiati (sax e clarinetto) che in alcuni momenti sembra valicare i confini della esperienza terrena.
Roberto Ottaviano ha detto che questa formazione è nata un anno fa (se non ho capito male); ma, a dire il vero, sembra che lui e Marco Colonna, sublimi entrambi, siano gemelli siamesi che suonano insieme da tutta la vita, se non addirittura da quando si trovavano nel ventre materno. In ogni caso, non può essere sottaciuta la ritmica all’unisono di Giovanni Majer (basso) e Zeno De Rossi (batteria), bravissimi anche nei rispettivi “solo”. O ancora i virtuosismi al pianoforte di Giorgio Pacorig, che aveva una maggiore libertà nell’ensemble di spaziare ed incantare.

Ma quello che resta dentro, a mio modo di vedere, dopo aver assistito ad una performance di livello così elevato, è ancora di più. Riascoltando, rivisitando e rileggendo il concerto, si rimane incantati e rapiti dalla grandezza e profondità socio-culturale del progetto di un artista, ormai pienamente e legittimamente consacrato ai massimi livelli della musica jazz, che si confronta con tematiche così importanti e divisive a livello socio-politico, senza curarsi minimamente di altro se non della intensità della propria operazione culturale.

Franco Muciaccia

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