Cinematic Orchestra. Il ritorno

Dodici anni sono tanti. Soprattutto in un industria come quella musicale che crea, consuma e fa crepare ad un ritmo sempre crescente, complice l’innovazione tecnologica. I Cinematic Orchestra non hanno prodotto molti album nella loro carriera, prediligendo forse la ricerca sulle sonorità alla produzione continua che l’industria musicale capitalistica vorrebbe.
Da novizio residente a Londra ma longevo ammiratore (e in un’occasione produttore, nel 2007 con la Otium Records) dei Cinematic, ho atteso con trepidazione la loro recente tripletta di esibizioni al Roundhouse, Camden, per vari motivi. Innanzitutto la curiosità per il nuovo album, ma anche e soprattutto vederli finalmente esibirsi a Londra. Più che una città una macchina in continuo funzionamento che consente il perenne movimento dei suoi attori. Lì, dove pionieri come Tru Thoughts e Ninja Tune trovano continuamente talenti da lanciare. E la Venue poi, un ex stazione di treni diventata una sala per musica moderna. A ricordarci che forse non c’è più bisogno di costruire filarmoniche e concert halls.
In una mite serata londinese, mi avvio con altri fans al Roundhouse dopo un’ottima pizza nell’ennesima pizzeria fatta di italiani in cucina, e inglesi alla cassa. Arrivando alla Venue si percepisce l’atmosfera da sold out. C’è attesa, il pubblico è adulto, le aspettative crescono col passare dei minuti. Complice la pizza di cui prima ci perdiamo le performance di apertura. Si entra, il palco è pronto ma ancora vacante. Serve una birra ma la coda è lunga, nonostante l’efficienza inglese. Ci si divide allora, sempre colpa dell’efficienza inglese. Due in fila al bar dentro la sala come da copione, altri due all’arrembaggio in un baretto separato. Vincono gli ultimi – i pirati – come è sempre giusto che sia.
Inizia il concerto finalmente. L’allestimento è il classico, con XX defilato ma sempre a dirigere. Alcuni membri son cambiati negli anni, ma l’essenza di percussioni e fiati è rimasta tal quale. E poi lei, la voce. Possente e nera, unisce timbri vocali che ricordano tanto Nina Simone quanto Amy Winehouse. Ed è infatti merito suo, e ovviamente anche delle altre vocalists, se il concerto è stato all’altezza di aspettative molto alte.
Alcuni pezzi nuovi sono molto ben riusciti e interpretano bene la variazione dei gusti musicali sin dalla loro ultima opera. Tuttavia altri pezzi sembrano fuori contesto, una musica troppo letteralmente per film, noiosi peraltro. Altri pezzi perdono trasporto e dirompenza, rischiando di degenerare in un esercizio manieristico. In una parola inglese, mellow. Sono pezzi che possono essere realmente apprezzati quanto lo stimolo è sia audio sia visivo, ma non hanno cittadinanza in un concerto in piedi (come di recente hanno fatto i Portico Quartet in collaborazione col National Science Museum). Soprattutto quando poi le birre, accumulandosi, stimolano il chiacchiericcio dell’audience distraendo volenti e nolenti.
Ma i Cinematic sono grandi perché hanno fatto dei brani meravigliosi, che però appartengono tutti ai primi due o tre album. Di fatto, è bastato loro suonarne un paio per riconquistare l’amore del pubblico e concludere tra applausi scroscianti.
Il genio musicale non opera a comando, ma è pur vero che la rendita non può surrogare ad libitum. Tranquilli comunque, noi continueremo a guardarvi, sentirvi e supportarvi.

Andrea Muciaccia

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