
Che cosa rende davvero “grande” un concerto?
Nell’immaginario collettivo, un “grande concerto” è sinonimo di una performance in uno stadio, un’arena o più in generale in uno spazio grande, alla presenza di decine di migliaia di persone che cantano verosimilmente all’unisono, corredata da effetti spettacolari e scenografie monumentali, e caratterizzata da una complessa macchina organizzativa alle spalle, fatta di persone, idee e copiose risorse finanziarie. È una visione comprensibile, quasi naturale, in un’epoca in cui la grandezza viene misurata nei numeri, nella consuetudine e nell’uso comune.
Eppure, esiste un’altra forma di grandezza, meno appariscente ma non per questo meno intensa. Un grande spettacolo può abitare la bomboniera di un teatro raccolto e privo di effetti troppo spettacolari, può avere un pubblico numericamente lontano dalle folle oceaniche delle grandi arene ma ugualmente partecipe, caloroso e coinvolto, e può essere semplicemente affidato all’essenzialità dei mezzi e all’abbondanza delle idee di chi lo ha fortemente voluto. È una visione meno diffusa, ma ugualmente legittima nel nostro scenario contemporaneo, e rafforza l’idea per cui il valore di un’esperienza non sempre coincide con le dimensioni che la caratterizzano.
La misura della grandezza aumenta però in modo esponenziale grazie agli artisti che caratterizzano un evento. Quando il palco accoglie straordinari talenti di fama internazionale, capaci di dare forma a opere e performance di tale intensità e bravura da sembrare trascendere la dimensione terrena, è allora che anche il più piccolo dei teatri può trasformarsi nel luogo di un evento immenso. È così che in quei momenti, la grandezza non si misura in metri quadrati o biglietti venduti, ma nella capacità della musica di elevare, stupire e far sentire il pubblico parte di qualcosa di raro e irripetibile.

Ed è precisamente questo il destino di una grande serata del Teatro Forma di Bari, quando, nell’ambito della raffinata rassegna “Soundscapes”, organizzata dall’associazione “Nel Gioco del Jazz” diretta da Pietro Laera e presieduta da Donato Romito, si esibiscono Antonello Salis, maestro polistrumentista che vanta intense collaborazioni con artisti come Don Cherry, Cecil Taylor, Lester Bowie, Michel Portal, Pat Metheny, Enrico Rava, Paolo Fresu e Stefano Bollani, e Simone Zanchini, talentuoso ed innovativo fisarmonicista che nella sua carriera ha accompagnato nomi come Gianluigi Trovesi, Javier Girotto, Paolo Fresu, Han Bennink e Michele Rabbia.
La loro consolidata alchimia e la genialità dell’esecuzione, quasi a metà strada fra virtuosismo musicale e destrezza fisica, lascia l’intero pubblico letteralmente a bocca aperta, in una strabordante e talentuosa esibizione che evidenzia la grandezza delle loro qualità artistiche, rivelando un vissuto musicale profondo e perfettamente trasposto in linguaggio artistico.
Entrambi sembrano essere sul palco quasi per caso. Il concerto si apre con una sorta di minuetto virtuale fra i due protagonisti: prima compare l’uno, poi l’altro, lasciando il pubblico nel dubbio che tutto questo alternarsi di presenze possa essere parte dello spettacolo o semplice manifestazione della stravaganza dei due artisti. Un dubbio che ancora oggi non mi sento di fugare in alcun modo, poiché la loro geniale bizzarria si è riverberata continuamente in tutti i momenti dello spettacolo.
Salis è al pianoforte, e lo suona con tutti i mezzi che ha: lo suona in modo classico, sui tasti alterna i pugni e gli avambracci, si alza e pizzica le corde, posiziona piatti, pinze e chissà che altra diavoleria all’interno dello strumento – vi giuro, sarei disposta a pagar oro per vedere quanto accade all’interno di quel pianoforte! Approfittando del coperchio superiore dello strumento, ne amplia le possibilità timbriche trasformandolo in un’ulteriore cassa di risonanza: per un attimo il pianoforte classico diventa un pianoforte preparato, per poi ritrovare, nell’attimo immediatamente successivo, la propria natura antica. Lui lo suona incessantemente, senza sosta, incurante della stanchezza.
Zanchini risponde con eclettica adeguatezza, facendo vibrare la sua fisarmonica cromatica a bottoni, arricchita da live electronics e pedali, intrecciando instancabilmente dialoghi intensi con il pianoforte di Salis, e alternando momenti di patos a lampi di brio che ad ogni apparizione strappano sorrisi al pubblico.
L’intera performance è caratterizzata da aspetti fondamentali quali la loro simbiotica sintonia d’intenti, l’inventiva di voli musicali, l’assoluta libertà che il pubblico ha potuto ritrovare nei loro movimenti, nell’utilizzo degli strumenti, nella produzione dei suoni continui e nell’assenza di parole: la comunicazione con il pubblico avviene solo con la musica, con la loro fatica, con il rincorrersi mediante le note, con lo scambio di ruoli, tanto che Salis, nella seconda parte della serata, abbandona il pianoforte, uscendo di scena e comparendo a sorpresa dall’altro lato del palco per imbracciare una fisarmonica a piano, restando pertanto, sempre fedele al suo approccio istintivo e strettamente legato alla tastiera del pianoforte.
Novanta minuti – e forse più – di set unico, in cui l’instancabile duo è riuscito a legare ininterrottamente e fluidamente i più disparati brani, spaziando dai più grandi standard jazz alle musiche di Ennio Morricone, insaporendo i temi western di Sergio Leone con le colonne sonore di alcune delle più storiche pubblicità e alternando i temi della nostra tradizione popolare e napoletana a momenti di intrattenimento classico, in un costante equilibrio tra controllo e abbandono, tra improvvisazione radicale e destrutturazione musicale.
E alla fine di tutta questa mastodontica prova musicale, come se fino a quel momento avessero fatto tutt’altro, quasi ad aver conservato le proprie energie in una sorta di apparente riposo, gli artisti concedono al pubblico un generoso, graditissimo e vigoroso bis.

La grandezza di un concerto, pertanto, può essere sì riconosciuta, misurata, celebrata, ma la magnificenza appartiene a una dimensione più rara: quella degli eventi che sfuggono a qualsiasi controllo e misura.
Il donare generosamente a chi lo ha organizzato, a chi lavora lontano dai riflettori e a chi prende parte in platea, un’esperienza artistica capace di lasciare un segno profondo nella memoria di ciascuno, offrendo una performance quasi soprannaturale in cui la distanza tra tutti quelli che partecipano all’evento si assottiglia fino ad annullarsi, la musica diventa un luogo condiviso, e l’ammirazione si trasforma in condivisione ed emozione collettiva.
Antonello Salis e Simone Zanchini, dunque? Sono magnifici!
Graziana Cinquepalmi
Foto dalla pagina Facebook dell’Associazione