La settimana sportiva. Bari, il secondo posto non può diventare un alibi.

Il Bari ha un problema che la classifica continua a rendere meno evidente, senza riuscire a cancellarlo: gioca troppo spesso al di sotto delle proprie ambizioni. Il pareggio con la Scafatese aggiunge un altro elemento a un quadro ormai riconoscibile. Una squadra che parte discretamente, trova il vantaggio, poi perde sicurezza, lascia crescere l’avversaria e arriva alla fine con più motivi per ringraziare il proprio portiere che per rammaricarsi della vittoria mancata.

Tre pareggi consecutivi, con in mezzo l’eliminazione dalla Coppa Italia a Potenza, descrivono una frenata. Le prestazioni raccontano qualcosa di più preoccupante: il Bari fatica a costruire un’identità e sembra aver smarrito anche una parte della fiducia necessaria per cercarla. Il secondo posto mantiene aperte le possibilità di promozione, ma rischia di diventare una comoda copertura. Ogni volta che il campo presenta il conto, si esibisce la classifica. Peccato che, prima o poi, anche quella finisca per assomigliare al gioco.

La Scafatese avrebbe meritato di vincere. È una valutazione sostenuta dalle opportunità costruite, dall’ordine mostrato e dalla capacità di affrontare la partita senza lasciarsi condizionare dallo svantaggio. Il Bari ha avuto un buon avvio e alcune occasioni importanti; i campani hanno interpretato meglio lunghi tratti della gara e nella ripresa hanno trovato spazi che una squadra con ambizioni da vertice dovrebbe concedere assai più raramente.

Non è nemmeno una novità. Crotone, Cosenza, Casarano, adesso Scafatese: al San Nicola cambia l’avversaria, ma ricompare la stessa difficoltà biancorossa a prendere stabilmente il comando. Troppe squadre arrivano, acquistano fiducia e finiscono per esprimersi con maggiore chiarezza dei padroni di casa. A un certo punto bisogna smettere di considerarle tutte prestazioni eccezionali degli altri e cominciare a interrogarsi sulla normalità delle proprie insufficienze.

Anche la Scafatese, al primo incontro con il Bari, ha dunque trovato posto tra quelle «squadre dell’assurdo» che dovrebbero essere intimidite dal blasone e invece tornano a casa chiedendosi come abbiano fatto a non vincere. Il prestigio biancorosso continua a essere una motivazione formidabile soprattutto per chi gli gioca contro. Per chi lo indossa dovrebbe essere una responsabilità quotidiana.

L’aspetto più difficile da accettare è ciò che accade dopo il vantaggio. Il gol dovrebbe dare fiducia, rendere più fluide le scelte, obbligare l’avversaria a esporsi. Nel Bari produce una sicurezza provvisoria, presto sostituita dall’esitazione. La squadra arretra nelle proprie paure prima ancora che nelle proprie posizioni. Un’occasione fallita pesa oltre il necessario, un errore difensivo compromette la serenità collettiva, il pareggio avversario sembra togliere riferimenti che dovrebbero essere già acquisiti.

Rastelli, stavolta, ha riconosciuto apertamente il peggioramento delle ultime uscite e la propria parte di responsabilità. Ha ammesso che nella ripresa è mancata una risposta collettiva e che le distanze tra i reparti sono diventate eccessive. È una lettura più aderente a ciò che si vede. Ma proprio questa consapevolezza rende ancora più urgente una correzione: individuare il guasto serve se poi si riesce a intervenire.

Il tecnico ha richiamato le difficoltà della ricostruzione dopo la retrocessione e quelle incontrate nel mercato. Sono circostanze che aiutano a comprendere il punto di partenza, ma non possono accompagnare indefinitamente ogni spiegazione. La dodicesima giornata impone di valutare anche la strada percorsa. Se la squadra fatica ancora a trasformare il lavoro settimanale in comportamenti riconoscibili, la questione riguarda la comunicazione, l’apprendimento, le scelte e la loro efficacia.

Cambiare disposizione, passare da tre attaccanti a una linea più folta a centrocampo, sostituire interpreti: tutto può essere utile, purché esista un principio che tenga insieme le mosse. Altrimenti si spostano i giocatori e rimangono i problemi. Il Bari continua a cercare soluzioni individuali a difficoltà che hanno una natura collettiva.

In mezzo al campo manca spesso la rapidità necessaria per dare un senso al possesso. Il pallone viaggia lentamente, chi lo riceve trova poche possibilità e il passaggio all’indietro diventa una sistemazione abituale. Quando gli avversari alzano il ritmo, invece, i biancorossi rincorrono, perdono le distanze e faticano a interrompere la manovra. La Scafatese ha saputo sfruttare proprio questa differenza di velocità nel pensiero e nell’esecuzione.

Da Maggiore è legittimo attendersi una presenza ben più incisiva. A Mendicino occorre maggiore coraggio nelle scelte. L’esperienza e la formazione calcistica costituiscono un patrimonio, ma devono tradursi in utilità durante la partita. Il curriculum può spiegare un ingaggio; non può giustificare ogni domenica una prestazione insufficiente.

Prisco ha offerto almeno agonismo e disponibilità alla contesa. Colangiuli ha portato movimento, iniziativa e personalità, mentre Darboe ha aggiunto energia. Sono indicazioni che meritano conseguenze nelle gerarchie. Se alcuni giocatori mostrano caratteristiche delle quali la squadra ha urgente bisogno, occorre dare valore a ciò che producono, anche quando hanno meno esperienza di chi li precede.

Resta poi il paradosso più pericoloso: quando il Bari prova a vincere aumentando il numero degli uomini offensivi, rischia di perdere il controllo della partita. Cercare il gol dovrebbe significare costruire una pressione più efficace. Qui troppo spesso significa lasciare campo alle ripartenze. Persino le palle inattive a favore diventano una fonte di apprensione, perché alle spalle di chi attacca non esiste una protezione adeguata.

Cerofolini rimedia ancora. La sua qualità è una risorsa preziosa, ma la frequenza con cui viene chiamato a salvare il risultato costituisce un problema per gli altri. Anche un intervento decisivo come quello di Cocetta merita l’applauso e contemporaneamente impone una domanda: perché un avversario può trovarsi in condizioni così favorevoli a pochi passi dalla porta?

Alla fragilità organizzativa si aggiunge una cattiveria agonistica intermittente. Quando la tecnica non basta, occorre almeno rendere difficile ogni conquista agli avversari. Il Bari troppo spesso accompagna, aspetta, arriva dopo. I singoli possono mostrare generosità, ma manca una determinazione condivisa capace di tenere viva la squadra nei momenti più complicati.

Le responsabilità riguardano quindi Rastelli, Marino e i calciatori. La costruzione dell’organico va giudicata insieme alla capacità di utilizzarlo; le scelte dell’allenatore insieme al rendimento di chi scende in campo. Nessuno può sottrarsi semplicemente indicando il limite altrui. Anche il confronto avvenuto dopo la partita con una delegazione di tifosi segnala quanto il disagio abbia ormai superato il semplice malumore per un risultato.

Nel San Nicola quasi vuoto, la pioggia ha reso ancora più triste il pomeriggio. Ma il terreno pesante non spiega la leggerezza di certe coperture, così come la stanchezza non assolve ogni esitazione. Chi continua a esserci avrebbe diritto almeno a riconoscere una crescita, una direzione, un tentativo credibile di correggere gli stessi errori.

Il Bari conserva una posizione che gli permette ancora di inseguire il proprio obiettivo. È un’opportunità da utilizzare subito, perché il margine tra restare in corsa e scivolare può ridursi rapidamente. Continuare a ripetere che questa squadra è stata costruita per vincere serve ormai a poco. Adesso bisogna cominciare a farla giocare come una squadra che sappia davvero come riuscirci.

Massimo Longo
Foto di @SSC Bari

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