Il Paese aspetta soluzioni, il governo arranca e il colpevole è sempre altrove

La campagna elettorale è già cominciata. Ammesso che Giorgia Meloni l’abbia mai interrotta per dedicarsi, tra un comizio e l’altro, anche al governo del Paese. Perché governare significa rispondere dei risultati, spiegare le promesse rimaste in sospeso, affrontare problemi che non si risolvono alzando la voce. Individuare un nemico, invece, offre soddisfazioni più immediate. E soprattutto evita la seccatura di guardare il proprio bilancio.

La vicenda di Youssef Siher sembra fatta apposta per questo esercizio. Un indagato presentato nel dibattito pubblico come il grande ispiratore delle violenze, una giudice che esamina gli elementi e non riconosce i presupposti per tenerlo in carcere, una presidente del Consiglio che definisce quella decisione «vergognosa». Il processo richiede tempo. Il verdetto politico, evidentemente, beneficia della consegna rapida.

Peccato per quel dettaglio piuttosto ingombrante: il canale Telegram al centro della vicenda è nato dopo le devastazioni milanesi. Presentarlo come lo strumento organizzativo di quegli episodi significa attribuirgli una capacità notevole: preparare il passato. A Palazzo Chigi, forse, oltre ai consueti mezzi di comunicazione, si dà ormai per disponibile anche la macchina del tempo.

In conferenza stampa Meloni ha riconosciuto un errore, riducendolo al tempo di un verbo. Ma collocare un’attività prima o dopo le violenze cambia il rapporto che si suggerisce tra quella persona e quei fatti. Altro che una distrazione da matita rossa: la cronologia non è un accessorio da sistemare quando disturba il racconto.

Le parole di una presidente del Consiglio pesano. Orientano il dibattito, accreditano ricostruzioni, possono trasformare un sospetto in una certezza agli occhi di milioni di cittadini. Per questo richiederebbero una prudenza maggiore di quella necessaria per pubblicare un commento arrabbiato sui social. Anche se, a giudicare da certi interventi, la distinzione comincia a sfuggire.

Mettiamo allora un punto fermo: la scarcerazione non equivale a un’assoluzione. Siher resta indagato e l’inchiesta prosegue. Essere indagati, però, non significa essere colpevoli, e la custodia cautelare richiede condizioni precise. La giudice ha ritenuto che mancassero i presupposti per convalidare il fermo e disporre il carcere. Una decisione che può essere contestata con gli strumenti previsti dall’ordinamento. Il disappunto della presidente del Consiglio, per quanto energicamente manifestato, non costituisce ancora un grado di giudizio.

Naturalmente anche chi governa può criticare un provvedimento giudiziario. Nessuno pretende il silenzio, né considera le ordinanze testi sacri. Ma discutere una motivazione è diverso dal mettere in dubbio l’imparzialità di chi l’ha scritta sulla base di presunte simpatie politiche. Altrimenti il criterio diventa comodo: se la decisione piace al governo, la giustizia funziona; se non piace, bisogna indagare sulle idee del giudice. L’autonomia della magistratura è salva, purché ne faccia un uso gradito a Palazzo Chigi.

E qui compare il grande classico della maggioranza: il garantismo a intermittenza.

Quando l’indagato appartiene al proprio schieramento, improvvisamente tutti diventano studiosi del diritto. Si distinguono le fasi processuali, si invoca la prudenza, si raccomanda di aspettare il giudizio definitivo. Un’apprezzabile sensibilità, che purtroppo sembra smarrirsi appena cambia il nome sul fascicolo.

Per alcuni occorrono tutti i gradi di giudizio. Per altri è già troppo aspettare che la giudice finisca di leggere le carte.

Eppure le garanzie servono soprattutto quando riguardano persone che non ci piacciono, delle quali non condividiamo le idee, che pronunciano parole irritanti o sgradevoli. Se valgono soltanto per gli amici, diventano privilegi. E un principio che cambia secondo la convenienza del momento somiglia molto a una scusa.

Una riflessione severa riguarda anche l’informazione. Raccontare un’accusa comporta il dovere di presentarla come tale. Quando invece titoli e commenti consegnano al pubblico un colpevole già pronto, il successivo sviluppo dell’inchiesta fatica a ottenere la stessa attenzione. Per l’accusa si suonano le trombe; per le precisazioni, quando va bene, basta un campanello.

Il danno alla reputazione, intanto, resta. E chi ha contribuito a produrlo raramente avverte l’urgenza di dedicare alla correzione lo stesso spazio riservato alla condanna anticipata.

Sulle violenze non possono esserci equivoci: chi saccheggia un negozio o aggredisce qualcuno deve risponderne. La rabbia sociale non cancella le responsabilità e l’assicurazione di un esercizio commerciale non è un’autorizzazione a distruggerlo. Proprio per questo occorre individuare i responsabili con rigore. Esibire un bersaglio soddisfa la propaganda; accertare i fatti serve alla giustizia e a chi ha subito i danni.

Il fatto che una giudice valuti diversamente le richieste della procura dimostra che il controllo giudiziario può funzionare. L’accusa propone una ricostruzione, il giudice la esamina e può respingerla. È una garanzia per tutti, compresi quelli che oggi la trovano insopportabile. Del resto, le garanzie hanno questo fastidioso difetto: non chiedono la tessera di partito prima di essere applicate.

Politicamente, la sensazione è che Meloni abbia bisogno di mantenere il Paese in una mobilitazione continua. Un avversario al giorno, una polemica nuova prima che si esaurisca la precedente, un ostacolo da additare ogni volta che arrivano domande sui risultati. Con tanta energia impiegata a individuare chi impedirebbe al governo di governare, viene da chiedersi quanta ne resti per farlo davvero.

Poi, tra uno scontro istituzionale e l’altro, arriva finalmente l’annuncio capace di rassicurare gli italiani sul futuro: le targhe automobilistiche personalizzate. Meloni ne ha illustrato la possibilità, a pagamento, durante la presentazione della manovra, invitando gli automobilisti a dare spazio alla propria creatività.

Ed ecco la svolta che aspettavamo. La sanità, la scuola, la sicurezza, il lavoro, il potere d’acquisto delle buste paga: questioni impegnative, certamente. Ma volete mettere la soddisfazione di scegliere le lettere sulla macchina? Il salario avrebbe bisogno di qualche numero in più; intanto potremo scegliere quelli della targa.

Si dirà che un governo può occuparsi anche di misure minori. Certamente. Ma il tratto grottesco sta nell’effetto d’insieme: di fronte a problemi che incidono sulla vita quotidiana, l’annuncio della targa su misura finisce per sembrare una caricatura delle priorità. Chi aspetta una visita, chi cerca un lavoro dignitoso, chi fa i conti con uno stipendio insufficiente potrà almeno consolarsi sapendo che la creatività automobilistica è entrata nell’agenda nazionale. Per personalizzare la targa si trova una strada; per dare risposte adeguate ai bisogni delle persone, il percorso sembra sempre più accidentato.

Il collegamento con il resto è proprio questo: occupare la scena. Un giorno con l’indignazione contro una giudice, un altro con una novità da esibire in conferenza stampa. Cambiano gli argomenti, resta l’impressione di una politica molto attenta a ciò che può far parlare e meno convincente su ciò che dovrebbe far vivere meglio.

La campagna elettorale permanente serve a ricompattare i sostenitori e, possibilmente, a conquistarne altri. Le lacune dell’azione di governo scivolano sullo sfondo, coperte dal rumore dello scontro o dalla brillantezza dell’ultimo annuncio.

Ma i cittadini hanno diritto a risposte concrete e a una presidente del Consiglio che si assuma la responsabilità di ciò che dice e di ciò che fa. Anche quando il confronto con i fatti è meno gratificante dell’applauso dei propri sostenitori.

Perché a forza di chiedere conto a tutti gli altri, prima o poi qualcuno potrebbe chiedere conto anche al governo. E allora non basterà correggere un verbo. Né cambiare la targa per far credere che il Paese abbia cambiato marcia.

Massimo Longo

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