
I telegiornali e il gesto ormai compulsivo di scorrere, o come dicono quelli bravi, scrollare le home dei nostri profili social ci hanno abituate e abituati a una gestione bulimica degli stimoli che vengono dal mondo. Non solo, un’Italia che scivola sempre più in basso nelle classifiche sulla trasparenza e indipendenza dei mezzi di stampa, e le nostre bolle algoritmiche, ci restituiscono quella bulimia largamente premasticata e predigerita, a uso e consumo di una dipendenza neuroscientifica che, più che collocarsi nella piramide dei bisogni nell’appagamento di quelli di informazione, va a braccetto con l’alcool, il fumo e le droghe. Per soddisfare i bisogni più vicini a quelli originari di un mezzo di informazione, tocca cercare fonti indipendenti, ormai con il lanternino. Oppure, avere una volta tanto la fortuna di vivere in una città che ospita una delle tappe mondiali del World Press Photo, per il tredicesimo anno consecutivo, e andare a vedere in faccia la realtà. La mostra ritorna quest’anno al Teatro Margherita, dopo il dorato esilio di un anno presso il Colonnato del palazzo della Città metropolitana di Bari.
Nata ad Amsterdam nel 1955, World Press Photo Foundation indìce annualmente il prestigioso concorso di fotoreportage e, a seguito dell’annuncio dei vincitori globali, organizza la mostra itinerante che viene allestita in oltre 120 città, in 50 Paesi del mondo. A Bari, World Press Photo Exhibition è organizzata da tredici anni consecutivi da CIME, Brand Ambassador Italia e tra i maggiori partner europei della Fondazione di Amsterdam, con il sostegno della Regione Puglia, di Puglia Culture, del Comune di Bari e dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”.

World Press Photo si è evoluta insieme al mondo che immortala, anno dopo anno. C’è stato un tempo in cui, sì, erano esposti numerosi orrori nel mondo: dalle condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi, alla polveriera mai sazia di sangue dell’Asia occidentale (che ci ostiniamo a chiamare Medioriente), al difficile rapporto tra natura e umanità, dovuto soprattutto a un incurabile problema di ingratitudine di quest’ultima. C’erano però molta tecnologia, la scienza e lo sport, c’erano edificanti storie insolite, ne ricordo una del 2014, in cui una madre iraniana perdonava l’assassino di suo figlio sferrandogli uno schiaffo sul volto, mentre costui era davanti alla forca, come consente di fare la Sharia. In fondo al vaso di Pandora, le fenici erano in un buon numero, eppure si usciva sempre con sentimenti misti di angoscia e speranza. A macchia d’olio, i disastri umanitari della guerra, campale e urbana, le catastrofi legate a un clima mutato in un’implacabile furia degli elementi, le conseguenze ferali dell’inquinamento antropico che rendono inospitali zone sempre più vaste del pianeta, una tecnologia sempre più umanoide, le storie edificanti ascrivibili principalmente alla resistenza (soprattutto quella delle donne) alla sopraffazione nelle democrazie a rischio o già sospese, prendono il sopravvento su tutta l’esposizione. Provano a non farsi travolgere, nell’edizione 2026, un panda che occhieggia verso la macchina fotografica e un orso polare abbarbicato alla schiena di un capodoglio. Il punto è che la coscienza di tredici anni fa sarebbe uscita dall’esposizione urlando e strappandosi i capelli. Invece, l’omogeneizzato di orrore servito dagli algoritmi, i polpettoni di devastazione che consumiamo quotidianamente, la velocità con cui passiamo da un posto all’altro di questo mondo infiammato, quasi normalizzano il disagio. Le fenici del vaso di Pandora temono di finire travolte da un’alluvione, o arrestate per il loro messaggio di speranza.

Una fenice che avrei voluto vedere, e che manca da troppo tempo, è quella dello sport. Con la diffusione, ad esempio, delle gesta paralimpiche e delle discipline inclusive, lo sforzo atletico potrebbe tornare a darci un motivo per credere che ci sia vita oltre la guerra e la catastrofe.
Anche di speranza, ci nutriamo. L’algoritmo della speranza forse porta meno soldi ai potenti, ma è l’unico di cui vorremmo nutrirci smodatamente.
Beatrice Zippo
Foto di Beatrice Zippo