À la guerre comme à la guerre: il bollo abolito per un anno e l’oplita che diserta la Fiera

Fermate le automobili, spegnete i motori e, soprattutto, trattenete l’entusiasmo: il bollo auto non è stato abolito per sempre. È stato esentato per il 2027, limitatamente a un solo veicolo regolarmente assicurato per ogni cittadino, alle automobili fino a 80 kilowatt e ai motocicli. Una platea comunque ampia, circa 14 milioni e mezzo di mezzi, ma non coincidente con l’intero popolo degli automobilisti.

Il governo la chiama “abolizione strutturale”. La bozza del decreto, assai meno incline alla poesia, per ora finanzia l’esenzione soltanto per il 2027. Per renderla permanente serviranno un’altra legge e, dettaglio trascurabile soltanto nella Repubblica degli annunci, altri miliardi. Il ministro Giorgetti ha infatti spiegato che il governo cercherà di renderla definitiva. “Cercherà” è un verbo magnifico: consente di inaugurare oggi ciò che forse bisognerà costruire domani.

Se nulla cambierà, nel 2028 il bollo tornerà puntuale come una cartella esattoriale e meno gradito di un parente che si presenta a pranzo senza essere stato invitato. Ma nel frattempo sui social è già cominciata la festa: inni alla presidente, bandiere, cuoricini, trombe, tamburi e automobilisti convinti che Giorgia Meloni abbia liberato l’Italia da un’oppressione secolare.

Qualcuno sa benissimo che si tratta, per ora, di un’esenzione annuale. Ma “Meloni sospende parzialmente il bollo per dodici mesi” non suona altrettanto bene. “Meloni abolisce il bollo” possiede invece una solennità quasi garibaldina. Pare già di vederla attraversare lo Stretto non a cavallo, ma su una Panda da 51 kilowatt regolarmente assicurata.

La parte più divertente, se non fosse anche istruttiva, è che appena nove mesi fa la stessa presidente aveva irriso Pasquale Tridico, colpevole di avere proposto in Calabria una sospensione del bollo per le famiglie entro una determinata soglia Isee.

Meloni liquidò la proposta con una battuta memorabile: «Roba che Cetto La Qualunque, in confronto, era Ottone di Bismarck». Oggi Cetto è diventato Bismarck, ma soltanto perché la proposta è passata di mano. Quando la presenta un avversario è demagogia; quando la riscopre il governo alla vigilia dell’anno elettorale diventa una storica operazione di giustizia sociale. È la transustanziazione della propaganda: la stessa idea cambia natura a seconda di chi la pronuncia.

Del resto, la coerenza in politica è considerata ormai un oggetto d’antiquariato. Si espone nelle teche, accanto alle cabine telefoniche, alle musicassette e alle promesse elettorali mantenute. Prima si deride una proposta, poi la si adotta, infine ci si attribuisce il merito di averla inventata. Non è una contraddizione: è “stabilità dinamica”, probabilmente.

È lo stesso metodo sperimentato tante volte in questi anni: si promette una cosa in campagna elettorale, se ne realizza un’altra al governo e poi si spiega che, in fondo, erano esattamente la stessa cosa. Basta cambiare l’inquadratura, alzare il volume della conferenza stampa e aggiungere la parola “storico”.

Il bollo è un tributo regionale. Dunque le Regioni, Puglia compresa, perderebbero una parte consistente delle proprie entrate. Il governo ha previsto di trasferire loro circa 2 miliardi e 293 milioni di euro, a fronte di un costo complessivo stimato in 2 miliardi e 362 milioni. Antonio Decaro ha già chiesto che il mancato gettito sia compensato integralmente, per evitare che il regalo agli automobilisti si trasformi in un taglio ai servizi regionali.

Fin qui tutto bene, salvo una piccola curiosità: nella bozza esaminata, l’articolo che dovrebbe spiegare dettagliatamente da dove arrivino le coperture risulta ancora da completare. I soldi, insomma, vengono promessi alle Regioni, ma la sorgente dalla quale dovrebbero sgorgare resta avvolta nella nebbia.

Naturalmente è giusto essere contenti se una famiglia risparmierà qualche centinaio di euro. Sarebbe sciocco negarlo. Meno ragionevole è fingere che quei 2,36 miliardi siano evaporati per decreto. Lo Stato non possiede un frutteto dove crescono banconote da cinquanta euro. Le sue risorse arrivano dalle nostre imposte, dal debito oppure dai tagli ad altre spese.

Perciò il bollo potrà anche uscire dalla porta, ma non è escluso che il suo equivalente rientri dalla finestra travestito da addizionale, ritocco, contributo, accisa o “modesto adeguamento”. Potremmo prepararci alla tassa sull’ombra proiettata dall’automobile, al contributo sul sole consumato durante la guida, all’imposta sull’aria introdotta nell’abitacolo aprendo i finestrini. A Bari non sarebbe da escludere una tassa sulla speranza calcistica, calcolata in proporzione ai campionati attesi invano; oppure un’accisa sui miracoli di San Nicola, purché non superino gli 80 kilowatt.

La fantasia fiscale italiana, del resto, non ha mai avuto bisogno di incentivi.

Poi c’è la Fiera del Levante. Per il quarto anno consecutivo Giorgia Meloni non ne inaugurerà l’edizione. Quattro assenze consecutive non costituiscono più una coincidenza: cominciano ad assomigliare a un indirizzo politico.

Ufficialmente, naturalmente, ci sono sempre impegni più urgenti. E può accadere una volta. Può accadere due volte. Alla terza interviene la legge di Murphy. Alla quarta viene il sospetto che il calendario di Palazzo Chigi riconosca Bari soltanto quando la platea è stata preventivamente selezionata.

La presidente è infatti arrivata volentieri in città pochi giorni fa, al porto, davanti a una folla politicamente rassicurante e accuratamente filtrata. In quelle condizioni il coraggio fiorisce: niente contestazioni, niente domande indiscrete, niente oppositori a guastare la scenografia. Così è facile presentarsi come un’oplita spartana. Ma un’oplita che combatte soltanto quando dagli spalti arrivano applausi concordati somiglia più a una soldatina da parata che a Leonida alle Termopili.

In Puglia si può venire anche nei resort blindati, dove perfino i gabbiani saranno sottoposti a controllo preventivo. Più difficile sembra partecipare a una manifestazione istituzionale, davanti a una platea necessariamente plurale, nella terra governata dal centrosinistra e in una città nella quale qualcuno potrebbe persino esercitare il diritto di dissentire.

Eppure la Fiera del Levante ha rappresentato per decenni un appuntamento nazionale, non una festa privata del governo regionale di turno. Nel 1996 si mosse persino il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per la sessantesima edizione. Altri tempi, evidentemente: allora le istituzioni ritenevano importante andare anche dove non erano garantite ovazioni preventive.

La coincidenza temporale è prodigiosa. Il bollo viene “abolito” proprio per il 2027, anno delle prossime elezioni politiche. Una fortuna amministrativa, naturalmente. Sarebbe malizioso pensare che la data sia stata scelta anche perché le automobili, diversamente dai cittadini, non votano, ma i loro proprietari sì.

In realtà, il provvedimento mostra con fin troppa evidenza il sapore della propaganda elettorale. Si offre un vantaggio immediato, facile da comprendere e ancora più facile da reclamizzare, nella speranza di accattivarsi le simpatie di qualche indeciso o di chi, pur avendo sempre guardato verso il centrosinistra, oggi appare titubante, deluso o semplicemente confuso.

E, diciamocelo con franchezza, dall’altra parte regna un caos quasi scientifico. Nel centrosinistra convivono partiti, correnti, aspiranti leader, veti reciproci, alleanze annunciate la mattina e smentite prima di cena. Il suo elettore tradizionale, davanti a questo spettacolo, spesso non sa più a quale santo votarsi. Anche perché i santi disponibili sono molti, litigano tra loro e ciascuno pretende una processione separata.

Meloni lo sa perfettamente. Sa che una parte del proprio vantaggio non deriva soltanto dalla forza del centrodestra, ma anche dalla debolezza, dalla frammentazione e dall’incapacità dell’opposizione di presentare un progetto riconoscibile. Ed è proprio in questo spazio che viene parcheggiata l’esenzione dal bollo: un’offerta politicamente ben confezionata per conquistare non soltanto l’elettore fedele, già pronto all’applauso, ma anche il cittadino esitante, quello che non sceglierebbe spontaneamente la destra ma che, davanti al disordine del centrosinistra, potrebbe lasciarsi convincere da un risparmio immediato.

È una forma di corteggiamento fiscale: non fiori, non cioccolatini, ma un bollettino in meno da pagare. Il messaggio è semplice: voi risparmiate oggi, alle coperture penseremo domani.

Se il provvedimento fosse davvero strutturale, finanziato stabilmente e inserito in una seria revisione della tassazione automobilistica, se ne potrebbe discutere nel merito. Ma una misura valida, allo stato attuale, per il solo 2027 e presentata alla vigilia della campagna elettorale assomiglia meno a una riforma fiscale e molto di più a uno spot con diritto di voto.

Nessuno contesta il sollievo economico offerto a milioni di famiglie. Sarebbe sciocco farlo. Si contesta la rappresentazione teatrale di una misura che, per ora, dura un anno, non riguarda tutte le vetture e possiede una copertura ancora da precisare. Chiamarla abolizione definitiva significa vendere il primo episodio come se fosse l’intera serie.

Godiamoci dunque il 2027 senza bollo, almeno per chi rientrerà nei requisiti. Ma teniamo il portafoglio a portata di mano e l’entusiasmo sotto gli 80 kilowatt. Perché in Italia le tasse possono essere sospese, rinominate, trasferite e perfino dichiarate estinte in conferenza stampa. Morire davvero, invece, è un privilegio che viene loro concesso assai raramente.

Massimo Longo

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