
La notte del 14 agosto è tradizionalmente una delle più importanti del Locus Festival. Una di quelle serate in cui si percepisce già arrivando che ci sarà più gente, che si farà tardi e che il giorno dopo, Ferragosto o meno, qualcuno si sveglierà ancora con un ritornello in testa. Quest’anno la scelta è apparentemente semplice: pochi nomi, ma uno enorme. I Subsonica.
E trenta, questa volta, non è un numero scelto a caso. Sono trent’anni dalla nascita di una delle band italiane più importanti e riconoscibili degli ultimi decenni. Trent’anni durante i quali cinque ragazzi partiti dalla Torino dei Murazzi sono riusciti a costruire un linguaggio che prima, in Italia, semplicemente non esisteva in quella forma. Elettronica e rock, club culture e canzone italiana, bassi enormi e melodie pop. Che carriera assurda. Ma partiamo dall’inizio.
Tara: Palestina, urban e Mediterraneo
Ad aprire la serata c’è Tara, giovane artista palestinese che con l’universo Subsonica ha già un legame preciso, avendo collaborato anche con loro. E bastano pochi pezzi per capire perché abbiano deciso di portarla sul palco. Tara mescola elementi della tradizione araba con una produzione profondamente contemporanea, vicina all’urban e all’elettronica. Sul palco le percussioni suonate dal vivo aggiungono una componente fisica a un set che riesce a tenere insieme mondi musicali apparentemente lontani senza trasformarli in una semplice operazione di contaminazione. Il risultato è moderno, personale e soprattutto credibile.
Inevitabilmente c’è spazio anche per le parole. Tara parla di Palestina, ma allarga il discorso al clima politico europeo, alla remigrazione, alle difficoltà dell’integrazione e a cosa significhi vivere tra identità e culture differenti. Non è una parentesi completamente separata dalla musica. In qualche modo ne fa parte. Poi il palco cambia.
E appena compare davanti agli occhi la quantità quasi spropositata di tastiere, sintetizzatori e macchine che circondano Boosta, il pensiero è molto semplice: che figata.

“Benvenuti nel 1996”
Entrano tutti. Poi arriva Samuel. Si prende qualche secondo, guarda il pubblico e pronuncia la frase che, da sola, potrebbe già spiegare l’intera serata: “Benvenuti nel 1996.” Ed eccoci lì. Trent’anni di Subsonica. La cosa interessante, però, è che la band non sembra avere alcuna intenzione di trasformare il concerto in una celebrazione museale della propria carriera. Si parte anche dal presente, con i brani più recenti, e in questo senso Terre Rare sembra quasi un titolo profetico per descrivere il periodo storico che stiamo attraversando. Ma inevitabilmente il viaggio nel tempo comincia presto.
E quando arrivano pezzi come “Liberi tutti” e “Aurora sogna”, basta guardarsi intorno. Ci sono persone che seguono i Subsonica praticamente dal secolo scorso. Ci sono quelli che li hanno scoperti negli anni Duemila. Quelli arrivati dopo. E probabilmente c’è anche qualcuno al suo primo concerto dei Subsonica. La cosa sorprendente è che, quando parte una canzone, queste differenze improvvisamente scompaiono.
Trent’anni senza diventare un gruppo del passato
Il rischio delle celebrazioni è sempre lo stesso. Diventare nostalgia. Suonare i vecchi successi, ricordare quanto eravamo giovani, salutarsi e tornare a casa. I Subsonica fanno esattamente il contrario. La scaletta continua a saltare avanti e indietro nella loro storia. Arrivano altre cannonate come “Nuova ossessione”, mentre il materiale più recente ricorda continuamente che questa non è una band sopravvissuta al proprio passato. È una band che esiste ancora nel presente. E forse è proprio questo il risultato più impressionante dei loro trent’anni.
Perché il suono dei Subsonica è sempre stato profondamente legato alla tecnologia. E la tecnologia, per definizione, invecchia velocemente. Eppure loro sono riusciti ad attraversare tre decenni di elettronica senza trasformarsi nella caricatura degli anni Novanta. Cambiano i sintetizzatori, cambiano le produzioni, cambia il mondo dei club. La firma rimane.
Boosta continua a essere circondato da quella specie di astronave fatta di tastiere. Max Casacci costruisce texture e chitarre che spesso sembrano comportarsi più come strumenti elettronici che rock. Ninja dietro la batteria continua a essere una macchina. Vicio tiene insieme tutto dal basso.
E davanti c’è Samuel. Uno che dopo trent’anni continua a muoversi sul palco come se stare fermo fosse fisicamente impossibile.
“Straniero” e quando il concerto diventa politico
A un certo punto torna sul palco Tara. Insieme eseguono “Straniero” e inevitabilmente il significato della canzone, in questo momento storico, assume un peso particolare. È qui che Max Casacci prende la parola. Parla di guerra, del clima politico attuale, delle difficoltà dell’Italia nell’affrontare realmente l’integrazione e delle derive della destra contemporanea. Si può essere d’accordo o meno con ogni parola. Ma il discorso non arriva come un corpo estraneo infilato forzatamente dentro il concerto.
I Subsonica hanno sempre avuto una dimensione politica e sociale. “Liberi tutti” non è diventata improvvisamente una canzone politica nel 2026. Lo era già allora. E forse anche questo contribuisce a spiegare perché una parte del loro repertorio continui a suonare sorprendentemente attuale.
Poi Boosta si commuove
Verso la fine arriva però un momento completamente diverso. Questa volta è Boosta a parlare. Dopo trent’anni di concerti, tour, dischi, club, festival e palazzetti, guarda il pubblico davanti a lui e prova a spiegare cosa significhi vedere ancora tutta quella gente. Persone che conoscono le canzoni. Che saltano. Che continuano a presentarsi ai concerti. La sua emozione è evidente. E proprio perché non sembra preparata, funziona.
Per qualche minuto sparisce tutta la macchina Subsonica: niente sintetizzatori, niente luci, niente bassi che fanno tremare lo stomaco. Rimangono cinque persone che trent’anni fa hanno iniziato a suonare insieme e che, evidentemente, non considerano ancora normale vedere migliaia di persone davanti a loro. Poi basta con i sentimentalismi. Ci sono ancora delle bombe da lanciare.

Tutti i nostri sbagli
Il finale è praticamente una resa dei conti. Arriva “Tutti i miei sbagli” e il pubblico canta talmente forte che in alcuni momenti Samuel potrebbe quasi smettere. Poi “Strade”. Altre urla. Altri salti. Altri pezzi di vita che tornano fuori da qualche angolo della memoria. Fino all’ultimo saluto con “Preso blu”, dilatata in una versione molto più lunga, quasi trasformata in un rituale conclusivo. La band si prende tutto il tempo necessario per salutare il pubblico. E forse è giusto così. Dopo trent’anni non c’è bisogno di avere fretta.
Quando finisce, la sensazione è quella di essere stati più a una festa che a un concerto celebrativo. Perché il punto non era ricordare i Subsonica del 1996. Era mettere sullo stesso palco quelli del 1996, del 2000, del 2010 e del 2026 e scoprire che, incredibilmente, possono ancora essere la stessa band. Per chi li segue da sempre, probabilmente, la serata del Locus ha avuto un sapore ancora diverso. Trent’anni di canzoni significano inevitabilmente trent’anni di vita. Persone conosciute e perse, posti, estati, macchine, club, amori, errori. Tutti i nostri sbagli, verrebbe da dire.
Samuel all’inizio ci aveva dato il benvenuto nel 1996. Due ore dopo siamo tornati nel 2026. Nel mezzo, però, ci siamo passati praticamente tutti.
Claudio Ladisa
Foto di Claudio Ladisa