
Vale la pena iniziare dalla fine.
Dal silenzio prolungato, che con abusato ossimoro si definirebbe assordante, mantenuto dal pubblico al termine della proiezione, mentre scorrono i titoli di coda ma nessuno abbandona la sala. Forse nella speranza di trovare un sia pur esile filo di speranza dopo 80 minuti che raccontano l’uccisione di 74 mila gazawi con l’asettica meticolosità di una qualsiasi attività industriale. Ma proprio nei titoli di coda si fa presente che l’eccidio è ancora in corso.
Da testimonianze lasciate sui social è questa la reazione in molti cinema italiani alla proiezione di Naza, film documentario dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, vincitore del premio speciale della giuria all’ultimo festival di Venezia, con 25 minuti di applausi. Ora è direttamente Benjamin Netanyahu a invocare una legislazione che consenta di togliere loro la cittadinanza, mentre vari seguaci del terribile ministro della sicurezza Itamar Ben-Gvir hanno inscenato una violenta protesta davanti alla casa dei genitori di Szor, chiedendo la morte dei due giovani cineasti e la demolizione delle abitazioni di famiglia. Esattamente quello che per decenni è successo alle case di moltissimi palestinesi, per il sol fatto di essere abitate da parenti di terroristi o presunti tali.
Dicevo del silenzio.
Inevitabile, perché non c’è altra reazione possibile al racconto che 24 ufficiali dell’intelligence e dei reparti d’élite israeliani forniscono dei metodi utilizzati per eliminare per sempre (nelle intenzioni) la minaccia di Hamas. Minaccia, a scanso di equivoci, reale ed estrinsecatasi nella terribile carneficina del 7 ottobre 2023.
Mi perdonerete se, in questa recensione, parlerò molto di storia e forse non abbastanza di cinema, ma anche questo credo sia inevitabile.
La narrazione prende le mosse dal lontano 1970, tre anni dopo l’occupazione israeliana di Gaza (e della Cisgiordania) a seguito della vittoriosa “guerra dei sei giorni”, per spiegare come ogni infrastruttura della Striscia sia stata realizzata e sia sempre rimasta sotto il controllo esclusivo dello Stato Ebraico. Le immagini in bianco e nero mostrano ufficiali israeliani in divisa e notabili arabi con la classica kefiyyah bianca che incredibilmente fraternizzano e si compiacciono per la realizzazione della prima rete telefonica locale. Quella stessa rete, passata dalla teleselezione via cavo al digitale, ai giorni nostri permette un controllo di tutte le comunicazioni via cellulare degli abitanti da parte dell’intelligence israeliana.
In questo scenario si inseriscono i terribili attacchi realizzati da Hamas il 7 ottobre 2023. Un evento così devastante per la collettività israeliana da scatenare una reazione univoca e inevitabile: cancellare una volta per tutte Hamas, anche a costo di radere al suolo Gaza. Ogni azione è da considerarsi lecita.
Se ciò che è successo è sotto gli occhi del mondo, il documentario di Abraham e Szor spiega come è avvenuto, secondo quali logiche e con quali stati d’animo. La ricostruzione è affidata alla testimonianza di 24 appartenenti ai servizi segreti o all’IDF (Israeli Defense Forces), tutti intervistati da Abraham con il volto oscurato e la voce alterata per non consentirne il riconoscimento.
Proprio il controllo totale delle comunicazioni ha permesso a Israele di realizzare un sistema di intelligenza artificiale in grado di individuare, partendo da soggetti ritenuti con certezza membri di Hamas, l’intera rete di persone a loro vicine o ritenute tali. Uno degli intervistati spiega che l’algoritmo assegnava un determinato punteggio a vari tipi di interazioni, fino ad attribuire anche a soggetti in precedenza non “attenzionati” la qualifica di bersagli. A quel punto, l’obiettivo veniva segnalato all’ufficiale di tiro, per l’esecuzione del bombardamento (con aerei o droni), mentre l’analista era libero di andarsene a cena con gli amici o comunque dedicarsi a una qualsiasi attività della vita quotidiana. Più di un testimone chiarisce che le connessioni evidenziate dal sistema informatico spesso non erano realmente indicative della partecipazione dei “bersagli” alle attività di Hamas, ma che su tale aspetto non veniva effettuato alcun controllo.
Per ogni azione era certa la morte di varie persone innocenti, in numero variabile, ma secondo le fonti del film indifferente rispetto all’ineluttabilità dell’attacco. Naza è, per l’appunto, l’acronimo militare in ebraico per nezek agavi, ossia danni collaterali: se rispetto a un’azione si prevedevano venti naza, significava che venti persone innocenti sarebbero morte.
Ci viene così spiegato che per l’eliminazione di un dirigente di Hamas avente grado elevato erano stati previsti 500 naza, ma ciò non aveva fermato l’azione; un altro militare racconta di aver utilizzato i selfie fatti su un balcone da una bambina con il padre per poter meglio realizzare il bombardamento in cui la bambina stessa e la sua famiglia erano state sterminate. In ogni caso, l’IDF aveva scelto di colpire i membri di Hamas, anche di basso livello, a casa di notte perché era più facile, con i telefonini lasciati accanto a letto a fungere da GPS per le incursioni. Nessun rilievo aveva la morte di donne e bambini.
Le ‘deposizioni spontanee’ si susseguono con un tono forse volutamente monocorde, per lo più sul tetto di un edificio di Tel Aviv. Mentre gli ufficiali parlano della distruzione di interi quartieri a Gaza nord e uno di essi spiega che il risultato “quantitativo” dei morti era ben più importante di quello “qualitativo”, riferito, cioè all’effettiva pericolosità dei “bersagli”, la telecamera fruga all’interno delle case, a evidenziare la sostanziale normalità del narrato. Si vedono piccoli spezzoni di vita quotidiana, con gente sprofondata sui divani a guardare la TV e una donna che raccoglie briciole di cibo dal tavolo. La spiegazione “tecnica” del bombardamento di edifici nella Striscia si sviluppa mentre sullo schermo scorrono le immagini di grattacieli in costruzione nella Tel Aviv ultramoderna dalla quale provengono molti degli alti ufficiali e funzionari impegnati nelle operazioni del post 7 ottobre. Pare che molti siano di “sinistra”; tutti vantano un’alta istruzione e sono orgogliosi del lavoro che fanno, tanto da non richiedere il supporto psicologico, pur messo a loro disposizione.
Abraham è bravissimo a indurre i suoi interlocutori ad abbandonare gli eufemismi e i non-detto, come quando fa ammettere a uno di essi che la gente parla di radere al suolo Gaza, intendendo l’uccisione in massa degli abitanti. Alla fine, qualche dubbio pare farsi largo nelle coscienze, tanto che uno degli “operativi” si chiede – dopo aver parlato dei nazisti e di come potessero tornare alla normalità dopo aver perpetrato i loro crimini – che cosa erano diventati loro. Giusto per dire: se da noi passasse il cosiddetto “DDL antisemitismo” un simile accostamento potrebbe essere suscettibile di censura.
Naza è un film asciutto, che nulla concede ai commenti e alla retorica e nel quale allo spettatore non è concessa alcuna via di fuga. Le voci sono quasi esclusivamente quelle degli ufficiali intervistati, con qua e là immagini televisive relative agli eccidi di Hamas e ai proclami di “Bibi” sul diritto di Israele all’autodifesa. A un certo punto lo si vede molto giovane, mentre spiega che cos’è per lui il terrorismo, fornendone una definizione di fatto coincidente con l’operato delle sue forze armate a Gaza. L’intervista è alla TV italiana e dall’altra parte dello schermo, non inquadrato, c’era il nostro bravo Gianni Minoli, in un “Mixer” del 1986. Per la cronaca: all’epoca Hamas ancora non esisteva (l’atto di fondazione ufficiale è del dicembre 1987), ma già Netanyahu era convinto che uno Stato palestinese non dovesse mai sorgere. Di lì a poco avrebbe guardato con una certa, iniziale accondiscendenza agli islamisti, perché potevano essere nemici interni dell’allora dominante Fatah di Yasser Arafat. In effetti, dopo il ritiro unilaterale di Israele, nel 2006 Hamas vinse le elezioni a Gaza, da allora mantenendone con la violenza il controllo e instaurando un regime di terrore nei confronti dei suoi stessi abitanti.
Ma torniamo al film.
Solo nelle ultime, strazianti immagini, si vedono gli effetti dei bombardamenti israeliani nella Striscia, sequenze probabilmente inserite per contrastare l’effetto di astrazione che i racconti possono avere indotto con il loro stile war game.
Si esce da Naza con la sensazione che il dibattito pubblico non sia attrezzato per contenere ciò che il film mostra. In Israele il documentario è stato bandito, con tanto di minacce alle sale che oseranno programmarlo; nel mentre dalle autorità fioccano smentite su quanto i 24 testimoni hanno raccontato, è contestualmente partita un’indagine sulla “fuga di notizie”, ben difficilmente comprensibile ove le informazioni fuggite fossero false. In Italia c’è da aspettarsi l’immancabile “sempre e comunque amici di Israele” e le invettive a buon mercato contro i “pro Pal”.
La verità è che Naza non è un’opera “contro” qualcuno: è un documento che rivela che cosa accade quando a un crimine contro l’umanità si risponde con un analogo crimine, 50 volte più atroce: non è un’iperbole propagandista, ma la mera proporzione – approssimata per difetto – tra morti israeliani e morti palestinesi, sostanzialmente per rappresaglia, posto che con Hamas s’è poi finito per trattare.
Se un Paese democratico arriva a considerare accettabile quest’atrocità e anzi discute della revoca della cittadinanza ai suoi registi, “rei” di averla mostrata, evidentemente il problema non è il film, ma la realtà che esso illumina.
E allora il silenzio finale non è solo dolore: è la domanda su che cosa, esattamente, sta diventando quel luogo, non solo geografico, che siamo abituati a chiamare Occidente.
Giuseppe Battista