Eravamo tutti quei ragazzi lì: I Cani, Faccianuvola e una notte generazionale al Locus Festival 2026

Serata freschissima a Locorotondo. Masseria Ferragnano è piena soprattutto di ragazzi giovanissimi, arrivati per una delle tante notti del Locus Festival 2026. E questa volta la line-up sembra avere un filo conduttore particolarmente evidente: Satantango, Faccianuvola e I Cani.

Tre progetti appartenenti a momenti diversi della musica alternativa italiana. Da una parte I Cani, pionieri assoluti di quella stagione che, nel bene e nel male, abbiamo imparato a chiamare indie italiano. Dall’altra Faccianuvola, uno dei nomi più interessanti emersi negli ultimi anni, con un’identità elettronica ormai ben riconoscibile. Ad aprire, invece, i Satantango, giovane band di Cremona ancora in piena rampa di lancio.

Quasi tre generazioni della stessa storia.

Satantango: chitarre, nero e malinconia

La serata comincia con i Satantango.

Si presentano tutti vestiti di nero e bastano pochi minuti per capire quale sarà il tono del concerto: chitarre pesanti, tempi dilatati e melodie che si muovono dalle parti dello slowcore.

Non hanno bisogno di fare molto altro.

Costruiscono progressivamente un muro di suono emotivo, a tratti quasi opprimente, ma capace di trascinare dentro anche chi probabilmente non li aveva mai ascoltati prima di quella sera.

È un’apertura perfettamente coerente con ciò che arriverà dopo. Il pubblico è ancora in fase di assestamento, ma i Satantango riescono a prendersi il proprio spazio senza sembrare semplicemente “il gruppo che apre”.

E non è poco.

Faccianuvola e il pop di una generazione nuova

Poi arriva Faccianuvola.

Il palco cambia completamente volto.

Tastiera, voce pesantemente trattata dall’Auto-Tune, basi elettroniche. Tutto è sintetico, minimale, contemporaneo.

La risposta del pubblico, soprattutto quello più giovane, è impressionante. Le prime file conoscono le canzoni parola per parola e in alcuni momenti sembra quasi che il concerto si sposti dal palco alla platea.

Negli ultimi tempi qualcuno si è spinto a definirlo una sorta di “Battiato moderno”.

Personalmente andrei molto più piano.

Il talento c’è, così come c’è una ricerca musicale evidente e soprattutto una capacità non comune di costruire un proprio linguaggio. Ma Battiato appartiene a quella categoria di artisti per i quali i paragoni rischiano di diventare più un peso che un complimento. Per arrivare lì serve una carriera, non qualche anno di ottime canzoni.

Faccianuvola, semmai, è interessante proprio quando non deve essere “il nuovo” qualcuno.

Il suo modo di utilizzare l’elettronica, l’Auto-Tune e una scrittura profondamente contemporanea parla direttamente a una generazione molto più giovane della mia. Basta guardare le prime file per rendersene conto.

E questa sera funziona perfettamente.

Poi arriva il momento che molti aspettavano.

I Cani: eravamo tutti dentro quelle canzoni

I Cani sono stati una delle band fondamentali dell’indie italiano.

Su questo c’è ormai poco da discutere.

Dopo tanti anni lontani dai palchi, il ritorno in tour e soprattutto l’uscita di Post Mortem nel 2025 hanno però dimostrato qualcosa di forse ancora più importante: I Cani non sono soltanto il ricordo di una stagione musicale irripetibile.

Sono ancora una band capace di essere contemporanea.

Ed è probabilmente questa la cosa più bella del concerto di Locorotondo.

Perché inevitabilmente c’è nostalgia. Tantissima.

Ma non c’è soltanto quella.

Appena parte il live si capisce immediatamente quanto sia stato curato lo spettacolo. Le grafiche sono impressionanti, probabilmente tra le più belle che abbia mai visto al Locus Festival. Visual, luci e musica sembrano appartenere allo stesso racconto e accompagnano le canzoni senza trasformarsi mai in semplice decorazione.

Poi parte “Il buco nero”.

Ed eccoci qua.

Quel pezzo incredibile del primo album apre una porta che probabilmente molti dei presenti avevano lasciato chiusa da qualche anno.

Da quel momento il concerto diventa una montagna russa.

I Cani attraversano tutta la propria discografia e inevitabilmente arrivano quei brani che per una certa generazione non sono più soltanto canzoni.

“Vera Nabokov”.

“Velleità”.

“Le coppie”.

Pezzi che appartengono a un’epoca precisa, ma che stranamente non sembrano essere rimasti intrappolati lì.

E qui entra in gioco Nicolò Contessa.

Sul palco sembra quasi uno stregone.

Non perché faccia qualcosa di particolarmente teatrale, ma perché possiede quella capacità rarissima di pronunciare poche frasi e riportarti immediatamente dentro un mondo.

Il suo mondo.

Che poi, a pensarci bene, era anche il nostro.

La Roma dei Cani eravamo un po’ tutti noi

La grande intuizione di Contessa è sempre stata quella di raccontare persone apparentemente insignificanti.

Studenti fuori corso. Coppie destinate a lasciarsi. Ragazzi annoiati. Feste alle quali non si voleva veramente andare. Ambizioni enormi e vite molto più normali. Persone convinte di essere speciali e terrorizzate dalla possibilità di non esserlo affatto.

Quella Roma descritta nelle canzoni dei Cani era una città reale, certo.

Ma era anche uno stato mentale.

E quei ragazzi eravamo un po’ tutti noi.

Soprattutto noi che abbiamo avuto la fortuna — o forse la sfortuna — di essere tra le prime generazioni ad attraversare completamente l’adolescenza insieme ai social network.

Facebook, le fotografie delle feste, le relazioni mostrate agli altri, la necessità continua di costruire una versione pubblica di sé.

Quando uscivano quelle canzoni forse non avevamo ancora capito fino in fondo cosa stesse succedendo.

Oggi sì.

E probabilmente è anche per questo che ascoltarle dal vivo, dieci o quindici anni dopo, produce un effetto così strano.

Fanno ridere.

Fanno cantare.

Ma ogni tanto fanno anche male.

Perché dentro quelle storie apparentemente ironiche c’erano già molte delle ansie, delle insicurezze e delle contraddizioni che quella generazione si sarebbe portata dietro negli anni successivi.

Ed è qui che il concerto smette per un momento di essere soltanto un concerto.

Diventa quasi un ritrovo.

E poi parte quel basso

La cosa sorprendente è che, nonostante tutto questo peso nostalgico, lo spettacolo non vive mai esclusivamente del passato.

La cura del live è maniacale e il materiale più recente convive perfettamente con i brani storici. Post Mortem ha definitivamente eliminato il rischio che questa reunion potesse trasformarsi in una semplice operazione nostalgia.

I Cani sono tornati perché avevano ancora qualcosa da dire.

E si sente.

Poi, però, arriva il finale.

“Lexotan”.

Bastano le prime note.

Quel giro di basso è talmente riconoscibile da non avere quasi bisogno del resto della canzone.

La Masseria canta.

Qualcuno balla. Qualcuno abbraccia la persona accanto. Qualcun altro rimane semplicemente fermo.

E sì, c’è anche qualcuno che piange.

Ma in fondo è normale.

Perché alcune canzoni finiscono per diventare dei piccoli archivi personali. Dentro ci conserviamo persone, città, relazioni, università, case in affitto, serate inutili, primi lavori, ansie e versioni di noi stessi che non esistono più.

“Lexotan”, per una certa generazione, è una di quelle canzoni.

Quando finisce, rimane per qualche secondo quella strana sensazione che arriva soltanto dopo alcuni concerti: essere stati contemporaneamente nel 2026 e dieci anni prima.

Poi le luci si riaccendono.

Siamo di nuovo a Locorotondo, in una notte fresca d’estate.

Siamo cresciuti.

I Cani pure.

Ma quei ragazzi lì, da qualche parte, siamo ancora noi.

Claudio Ladisa
Foto di Claudio Ladisa

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