Un mare attraversato da storie, forme, memorie, immagini e suoni: a Matera la programmazione della Fondazione Le Monacelle ETS si apre nel segno di un Mediterraneo che non divide, ma mette in relazione.

A Matera settembre si apre nel segno di un Mediterraneo che non divide, ma mette in relazione. Un mare attraversato da storie, forme, memorie, immagini e suoni, che alla Fondazione Le Monacelle ETS diventa ancora una volta materia viva di ricerca culturale.

Da anni la Fondazione lavora proprio su questa idea: fare del Mediterraneo uno spazio di incontro tra linguaggi e identità differenti. Non una semplice cornice geografica, ma un luogo simbolico nel quale passato e presente possano continuare a parlarsi. È dentro questa visione che sono nati, nel tempo, progetti come Sulla soglia, Terre Immerse e Oi diàlogoi, esperienze che hanno contribuito a consolidare il ruolo delle Monacelle nel panorama culturale materano e meridionale.

Una direzione perseguita con continuità e senza clamore, attraverso musica, arti visive, performance e ricerca antropologica, accomunate da una stessa domanda: che cosa continua a unire, ancora oggi, le diverse sponde del Mediterraneo?

Non è casuale, in questo senso, che già nel 2014 la Fondazione abbia avviato una collaborazione con Renaissance Française, istituzione culturale internazionale, attraverso un’intesa dedicata proprio al dialogo interculturale e alla coesione tra i popoli mediterranei.

Il programma espositivo di settembre nasce dunque da un terreno già fertile. E lo fa attraverso due progetti molto diversi, realizzati in collaborazione con CNA Matera e Arterìa – Associazione d’Arte e Cultura.

Due mostre che non hanno bisogno di essere dichiarate parte di un unico racconto per entrare naturalmente in relazione. Da una parte l’argilla, il fuoco, la mano dell’artigiano e una tradizione familiare profondamente radicata nella storia di Matera. Dall’altra il corpo, la fotografia, il marmo e lo sguardo di un giovane artista greco.

A unirle è un filo più sottile: la persistenza della memoria mediterranea.

Una storia modellata nella terra

Il primo appuntamento è fissato per il 4 settembre, quando negli spazi della Fondazione aprirà “Terra. Forma. Suono.”, esposizione dedicata alla famiglia Niglio e alla sua lunga storia legata all’arte del cuccù.

Il celebre fischietto materano, modellato nell’argilla e tradizionalmente raffigurato con forme animali, non è soltanto uno degli oggetti più riconoscibili dell’artigianato locale. Dietro la sua apparente semplicità si nasconde infatti una storia molto più complessa, fatta di necessità quotidiane, ritualità, credenze, gesti affettivi e simboli tramandati nel tempo.

Nelle botteghe di famiglia il cuccù nasceva anche come lavoro stagionale, utile ad affrontare i mesi più difficili. Ma quel piccolo oggetto di terracotta finì progressivamente per assumere un significato più ampio, entrando nell’immaginario popolare come portafortuna, dono d’amore e testimonianza di un mondo contadino ormai profondamente trasformato.

Le sue radici, però, sembrano spingersi ancora più lontano. Alcuni elementi rimandano infatti alle antiche culture che popolarono l’area di Timmari in epoca magno-greca, restituendo all’oggetto una profondità che supera i confini della sola tradizione locale.

La mostra racconta soprattutto il lavoro di Giuseppe Niglio (1923-1988) e Tommaso Niglio (1927-2019).

Ma l’intenzione non è quella di costruire una semplice esposizione di manufatti. Le opere diventano piuttosto le pagine di una storia familiare, segni materiali di un sapere trasmesso nel tempo. Ogni forma conserva il gesto di chi l’ha modellata, ogni superficie porta con sé la traccia della terra e del fuoco.

È una memoria che passa attraverso le mani.

E che oggi continua, trasformandosi.

Quando la tradizione diventa suono

La sera dell’inaugurazione sarà infatti affidata anche alla generazione più giovane della famiglia Niglio.

Questa volta, però, la materia cambia.

Non più soltanto argilla, ma musica.

Pierdomenico e Damiano Niglio, che condividono il progetto artistico “Niglio”, hanno scelto proprio Matera per concludere il tour legato al loro disco d’esordio, Penombra.

Per l’occasione si presenteranno per la prima volta in città in una formazione a quartetto: Pierdomenico Niglio, voce, tastiere ed elettronica; Damiano Niglio, basso e voce; Gianpaolo Matera, tromba; Francesco Rondinone, batteria.

Il concerto diventa così una sorta di prosecuzione ideale della mostra. Una famiglia che per generazioni ha dato forma alla terra trova oggi nella musica un’altra possibilità di espressione.

Il gesto artigiano cambia linguaggio, ma non perde la propria origine.

“Terra. Forma. Suono.” resterà aperta fino al 4 novembre.

La bellezza tra carne e marmo

Se la prima mostra affonda le mani nella terra di Matera, la seconda guarda invece verso la Grecia e verso una delle eredità più profonde della cultura mediterranea: l’idea stessa di bellezza.

Dal 10 al 30 settembre sarà infatti visitabile “Κάλλος Άλυτον – Kállos Ályton, Bellezza Indissolubile”, personale fotografica dell’artista greco Theodoris Theodoridis.

Qui non ci sono botteghe, argilla o fiamme.

Ci sono corpi.

E ci sono statue.

Nelle fotografie in bianco e nero di Theodoridis, figure contemporanee entrano in relazione con le sculture custodite nel Museo Archeologico di Napoli. Non si tratta, però, di un semplice confronto formale.

L’artista cerca qualcosa di più ambiguo e profondo: il punto in cui un corpo vivo e un corpo scolpito sembrano potersi riconoscere.

La pelle incontra il marmo.

La fragilità incontra la permanenza.

Il tempo umano, inevitabilmente destinato a trasformare ogni corpo, si confronta con l’illusione dell’eternità custodita dalla scultura.

Theodoridis non fotografa la classicità per celebrarla. La mette in discussione.

Chiede a quell’antico ideale di bellezza che cosa possa ancora significare nel presente. E soprattutto che cosa accada quando la perfezione immobile della statua viene accostata a un corpo reale: vivo, vulnerabile, soggetto al tempo.

È proprio in questa tensione che prende forma Kállos Ályton.

Una bellezza che resiste, ma non perché rimanga immutabile. Al contrario, perché continua a essere interrogata.

Due mostre, un solo orizzonte

Argilla e fotografia potrebbero sembrare mondi lontanissimi.

Eppure, negli spazi delle Monacelle, finiscono per avvicinarsi.

Da una parte c’è la memoria materana che sopravvive attraverso un oggetto modellato e tramandato per generazioni. Dall’altra c’è l’antichità classica che continua a riflettersi sui corpi del presente.

In entrambi i casi il passato non viene trattato come qualcosa da conservare sotto vetro.

Viene rimesso in circolo.

È questo, forse, uno degli aspetti più riconoscibili del lavoro della Fondazione Le Monacelle ETS.

Le mostre non vengono costrette a diventare parti di un unico progetto curatoriale. Mantengono le proprie identità, i propri tempi e i propri linguaggi. Nessun artificio prova a renderle simili.

È il loro accostamento a generare significato.

La Fondazione crea lo spazio del dialogo, poi lascia che siano le opere e lo sguardo del visitatore a completarlo.

Un metodo costruito nel corso degli anni e fondato sulla capacità di mettere insieme esperienze differenti senza annullarne le specificità. È anche questa attitudine ad aver reso Le Monacelle un interlocutore riconosciuto da artisti, associazioni, curatori e istituzioni italiane e internazionali.

L’orizzonte resta sempre lo stesso: il Mediterraneo.

Non come tema da celebrare retoricamente, ma come territorio culturale complesso, attraversato da contaminazioni, permanenze e trasformazioni.

«Un luogo vivo, non un contenitore di eventi»

A sintetizzare il senso del progetto è Antonella Ambrosecchia Siggillino, direttrice generale della Fondazione Le Monacelle ETS.

«La Fondazione vuole essere prima di tutto un luogo di cultura, aperto all’incontro tra linguaggi, generazioni e sensibilità differenti. Queste due esposizioni raccontano molto bene il nostro modo di lavorare: da un lato la memoria dell’artigianato materano, dall’altro la ricerca contemporanea di un giovane artista greco.

Sono esperienze diverse, ma entrambe permettono a Matera di aprirsi ancora una volta al confronto con il Mediterraneo.

Il nostro obiettivo non è semplicemente organizzare appuntamenti culturali, ma costruire nel tempo uno spazio vivo, capace di accogliere esperienze, farle dialogare e restituirle alla città».

Entrambi i progetti nascono inoltre all’interno di collaborazioni più ampie.

“Terra. Forma. Suono.” rientra in Cineartis – Visioni Mediterranee, la prima rassegna audiovisiva promossa da CNA Matera, pensata per raccontare l’artigianato italiano attraverso il cinema e, contemporaneamente, osservare il cinema attraverso il lavoro degli artigiani che contribuiscono alla sua realizzazione.

“Κάλλος Άλυτον” è invece inserita nel XXX Cartellone “VivaVerdi Multikulti 2026 – VivaVerdi Oi Diàlogoi”, promosso in collaborazione con Arterìa – Associazione d’Arte e Cultura, nel segno del confronto tra differenti culture mediterranee.

Gli appuntamenti

Terra. Forma. Suono. – L’arte della famiglia Niglio
Dal 4 settembre al 4 novembre 2026
Inaugurazione il 4 settembre con concerto dei Niglio
In collaborazione con CNA Matera

Κάλλος Άλυτον – Bellezza Indissolubile, di Theodoris Theodoridis
Dal 10 al 30 settembre 2026
In collaborazione con Arterìa – Associazione d’Arte e Cultura nell’ambito di VivaVerdi Multikulti

Fondazione Le Monacelle ETS
Via Riscatto 9/10 – Matera
Orari: 10.00-13.00 / 16.00-19.00

Le Monacelle, un luogo attraversato dalla storia

La sede stessa della Fondazione contribuisce a dare senso a questo racconto.

Le Monacelle si trovano nel cuore della Civita di Matera, a pochi passi dalla Cattedrale, all’interno di uno dei complessi storici più importanti della città.

Nel corso dei secoli l’edificio ha cambiato più volte funzione. Fu inizialmente Conservatorio destinato all’accoglienza delle giovani donne nubili, quindi convento e successivamente luogo di assistenza per l’infanzia in difficoltà.

Oggi i suoi circa 4.000 metri quadrati ospitano attività culturali e sociali, continuando in forma diversa quella vocazione all’accoglienza che appartiene alla storia stessa dell’edificio.

Al suo interno si conservano inoltre due testimonianze di particolare valore: l’antica Basilica di Sant’Eustachio, risalente al 1050, e la chiesa di San Giuseppe, con opere del Conversi e un matroneo databile al 1270.

Un luogo antico, dunque, che non vive soltanto della propria memoria.

La utilizza per continuare a produrre presente.

Ed è forse proprio questa la sintesi più efficace del lavoro delle Monacelle: fare in modo che ciò che viene dal passato non resti immobile, ma possa ancora cambiare forma, voce e significato.

Come l’argilla.

Come una fotografia.

Come il Mediterraneo stesso.

Daniele Milillo

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