Una collezione che sembra il notiziario di oggi e di domani: così la Peggy Guggenheim Collection a Venezia ci invita a riflettere sulla condizione del mondo con gli occhi dell’arte

Collezione Peggy Guggenheim, Palazzo Venier dei Leoni, Venezia. © Collezione Peggy Guggenheim, Venezia. Photo Matteo De Fina

In una Venezia le cui calli accolgono le moltissime opere della Biennale D’Arte 2026, non bisogna dimenticare i fondamentali. Palazzo Venier dei Leoni, una residenza che dà sul Canal Grande, un palazzotto orizzontale, bianco, più austero della media degli edifici abbondantemente decorati dalla maestria veneziana, ospita una delle mecche essenziali per chi ama l’arte, che, con un po’ di organizzazione, è possibile visitare senza sovrumani sforzi economici e fisici. Qui è conservata infatti la Peggy Guggenheim Collection, tra le principali al mondo sull’arte del Novecento. Qui riposa la stessa Peggy Guggenheim, accanto ai suoi amati cani, dopo avervi vissuto a più riprese dal 1948. Qui, il suo occhio e il suo spirito sempre vigili e presenti, aleggiano ancora e rendono la collezione ogni giorno fresca e attuale, talora tremendamente attuale, per un secolo che si dice sia stato breve, ma che in realtà non vuole finire mai.

Chi arriva percorrendo ponti e calli da Dorsoduro, non può non notare la densità quasi imbarazzante di gallerie e studi artistici che danno sfoggio di sé sui canali attorno al palazzo. Chi arriva in barca, troverà all’accoglienza lo spirito vero, irriverente, con cui Peggy Guggenheim ha sempre distinto la collezione dall’accumulo, la volontà di comunicare con il futuro dal mero mecenatismo. La scultura “L’angelo della città”, di Marino Marini (1948), con le sue braccia aperte perpendicolarmente, quasi crocifisse, il membro in erezione e un cavallo anch’esso inscrivibile in un parallelepipedo, invita ad abbandonare il pregiudizio e a mettere alla prova le nostre convinzioni sulla figura di Peggy Guggenheim, perdendo ogni scommessa rispetto alle aspettative. Non solo la Collezione contiene pezzi così significativi da elevarsi proprio al di sopra della categoria dell’aspettativa, in quanto anche gli occhi più adusi ai capolavori d’arte non sfuggiranno dall’emozione di un Pollock dal vivo, sembra proprio che ci sia una persona che nottetempo abbia detto di appendere alle pareti o mettere sotto teca le opere che accompagnano l’ascolto del notiziario di oggi, e che sono lì per anticiparci la lettura di quello di domani.

Poiché è impossibile pensare di scrivere tutto sulla Collezione senza avere alle spalle decenni di studio e centinaia, forse migliaia, di pagine a disposizione, non bisogna mai dimenticare che nelle opere d’arte non vediamo ciò che sono, ma ciò che siamo, e dunque è bene focalizzarsi su pochi temi, di senso, su cui poter esprimersi attraverso la vita e l’operato di Peggy Guggenheim.

© Collezione Peggy Guggenheim, Venezia. Photo Andrea Sarti/CAST1466

Avendo Guggenheim conosciuto una fuga di prevenzione rispetto all’odio antisemita, molteplici opere della collezione hanno il precipuo scopo di divulgare la pace. Una su tutte “Il sogno e la menzogna di Franco” di Pablo Picasso, che senza superflui giri di parole, perché la guerra toglie la capacità di riflettere dalla mente delle persone, nel 1948 ha sbattuto inchiostro su carta tutte le brutture del regime e della miseria cui esso porta. O ancora, nella Collezione Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, acquisita definitivamente nella permanente principale nel 2012, il dipinto di Anselm Kiefer “I tuoi capelli d’oro Margarethe” del 1981, con cui Kiefer mette in acrilico, carboncino e paglia su tela la poesia “Fuga di morte” di Paul Celan del 1945, mostrando quanto siano simili i capelli delle ariane e delle ebree messe l’una contro l’altra, proprio come oggi accade nell’Asia occidentale tra israeliane e arabe, messe a combattere una guerra per la vittoria di chi le guerre le fornisce.

Con uno sguardo al limite dello scandalo per il suo tempo, Peggy Guggenheim abbandona la visione in cui l’arte esiste solo in Europa e negli Stati Uniti. Non solo gira tutti i cinque continenti, captando con estrema attenzione le pulsioni dell’arte africana. Peggy Guggenheim ravvisa ciò che la nostra arte, con logiche spesso estrattive non meno disoneste di quelle che da Occidente abbiamo imposto con il cibo, gli esseri umani, le malattie e le risorse minerarie, ha fatto all’Africa: un’operazione di appropriazione culturale tipica delle (in)civiltà imperialiste, schiaviste, colonialiste e capitaliste, un ventaglio di nomi per definire quello che succede quando l’essere umano si convince che la sopraffazione e il dominio siano un bene.

Una coccola al cuore arriva dalla stanza dedicata a Pegeen Vail, la diletta figlia di Peggy Guggenheim e Laurence Vail, fine artista dadaista, morta a soli 41 anni. Sua madre le ha dedicato una stanza, come solo una madre sa fare, una stanza che testimonia che agli occhi di una madre, una figlia resta una figlia anche se a sua volta ha avuto quattro figli e ha girato l’Europa per amore dell’arte. Non a caso la stanza dedicata è attigua a quella con gli orecchini e la testata del letto, creazioni di Alexander Calder per Peggy Guggenheim. Un angolo della casa in cui l’arte si fa persona, si fa famiglia.

Anche se quella famiglia si chiama Guggenheim, e ha mosso miliardi di dollari per amore dell’arte e dell’umanità. Ma il mondo muove miliardi di dollari ogni giorno, quanti di essi possiamo dire che siano mossi per amore dell’umanità?

Beatrice Zippo

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