
Ci sono concerti costruiti intorno a una scaletta e altri nei quali la scaletta finisce quasi per essere un pretesto. Quello di Fiorella Mannoia nel fossato del Castello di Barletta appartiene decisamente alla seconda categoria. In una calda notte di fine agosto, davanti alle mura cariche di storia della fortezza sveva, la sua voce inconfondibile, roca e insieme limpida, capace di conservare intatta quella particolare forza espressiva che la rende riconoscibile dopo poche sillabe, ha attraversato Fabrizio De André e Ivano Fossati senza la pretesa di imitarli. Sarebbe stato del resto inutile, oltre che impossibile. Mannoia ha fatto qualcosa di diverso: è entrata nelle loro canzoni portando la propria storia, la propria sensibilità e anche le proprie inquietudini di donna che osserva il tempo presente.
Fiorella canta Fabrizio e Ivano – Anime Salve, nato nel trentennale dell’ultimo album di studio di De André, realizzato insieme a Fossati, è così diventato molto più di un omaggio. «Per me questo non è solo un concerto, è un viaggio dell’anima», ha detto quasi a voler consegnare al pubblico la chiave della serata. Un viaggio che ha anche una ragione profondamente autobiografica. Mannoia racconta di considerarsi una donna «nata due volte». La seconda nascita avvenne a quattordici anni, quando mise sul giradischi Tutti morimmo a stento e incontrò per la prima volta la voce di De André. Era adolescente, in quella terra incerta nella quale l’infanzia è già alle spalle ma l’età adulta non è ancora cominciata, e quelle canzoni le mostrarono un’umanità sconosciuta. Da allora, racconta, imparò anche attraverso Fabrizio a guardare diversamente chi vive ai margini, a diffidare dei giudizi sommari, a provare compassione ed empatia per chi rimane indietro. Fossati arrivò successivamente e fu altrettanto decisivo, ma in maniera differente: «un amico fraterno», l’uomo che con le sue canzoni avrebbe contribuito a cambiare la sua storia artistica. Se De André le aveva prestato un paio d’occhi con cui osservare il mondo, Fossati le avrebbe offerto molte delle parole con cui cantarlo.
È proprio questo rapporto personale a sottrarre il concerto al rischio dell’operazione celebrativa. Mannoia non visita un museo della canzone d’autore italiana: riapre pagine che appartengono alla propria biografia e scopre quanto continuino, spesso dolorosamente, a somigliare al nostro presente. Succede con Dolcenera, con Smisurata preghiera, con quella umanità che continua ad avanzare controcorrente, e con Princesa, introdotta ricordando una vita difficile e l’incontro con la comunità di don Andrea Gallo. Succede con Khorakhané, quando Mannoia parla della cultura rom e sinti, della sua antichissima tradizione orale, di storie consegnate alle generazioni e quasi «affidate al vento». Personaggi differenti, luoghi lontanissimi, destini che sembrerebbero non avere nulla in comune e che invece condividono la stessa condizione: essere guardati spesso dalla maggioranza prima con il pregiudizio e soltanto dopo, quando accade, con la comprensione. È il grande territorio deandreiano degli ultimi, degli irregolari, delle esistenze alle quali la società concede facilmente un’etichetta e molto più faticosamente una possibilità di essere comprese.
Ma è quando il discorso arriva alla guerra che il concerto assume apertamente il tono della riflessione civile. Mannoia ricorda la propria generazione, quella cresciuta negli anni Settanta pensando che il mondo sarebbe inevitabilmente migliorato, quella che cantava la pace e immaginava fiori dentro i cannoni. Oggi si ritrova invece a parlare nuovamente di guerre, bombardamenti e ragazzi mandati a morire. E pronuncia un concetto che vale più di molti discorsi: per comprendere la guerra bisogna «scendere a terra». Dall’alto ci sono strategie, alleanze, confini, droni, comunicati e carte geografiche; a terra ci sono corpi, sangue, case distrutte, madri e figli. Poi parte La guerra di Piero e una canzone scritta oltre sessant’anni fa perde improvvisamente ogni patina del tempo. De André si rammaricava che le sue canzoni contro la guerra non fossero servite a fermarla. Probabilmente nessuna canzone ha mai cambiato da sola il corso della Storia, ma può almeno evitare che la Storia diventi abitudine, che dietro il numero dei morti scompaiano i nomi delle persone.
È lo stesso meccanismo che porta a Fiume Sand Creek. Mannoia racconta la strage dei nativi americani del 1864, l’assalto all’accampamento, donne e bambini tra le vittime, l’impunità di chi ne fu responsabile. Poi rompe deliberatamente la distanza storica e propone il parallelo con i palestinesi e con le tragedie del Medio Oriente. Sotto le mura del Castello di Barletta, in pochi minuti, si sovrappongono così tre epoche: una strage dell’Ottocento, una canzone del Novecento e le guerre del nostro secolo. E viene da pensare che la Storia, più che maestra di vita, sia spesso un’insegnante condannata a parlare davanti a una classe che non ascolta. L’attualità entra nella serata anche attraverso altri percorsi.
Prima de L’uomo coi capelli da ragazzo di Fossati, Mannoia affronta il pregiudizio che ancora accompagna la malattia mentale. Accettiamo che si ammali un cuore, osserva, ma facciamo molta più fatica ad accettare che possa ammalarsi il cervello. Ricorda Alda Merini e quella sottile frontiera sulla quale dolore, fragilità e creazione artistica qualche volta finiscono misteriosamente per incontrarsi. Con Don Raffaè il bersaglio diventa invece l’assenza dello Stato. Pasquale Cafiero, brigadiere a Poggioreale, finisce per chiedere al boss detenuto ciò che dovrebbe essere garantito dalle istituzioni. Il paradosso di De André resta di un’attualità feroce: quando un diritto diventa un favore, qualcuno ha già occupato il posto lasciato libero dallo Stato. E quando lo Stato fallisce, osserva Mannoia, il fallimento riguarda tutti. Non manca una stoccata alla politica contemporanea, sempre più trasferita dai luoghi della discussione alle piattaforme social, tra TikTok, Facebook e la contabilità dei like che rischiano di essere considerati l’anticamera dei voti. L’occasione è il tema delle migrazioni, introdotto prima di Mio fratello che guardi il mondo. Mannoia non pretende di possedere una soluzione e anzi rivendica il diritto al dubbio, ma pone un limite elementare alla discussione: comunque la si pensi, quando si parla di migranti si parla di esseri umani. Fossati, significativamente, usa una parola ancora più semplice: «fratello».
La serata non resta però prigioniera della gravità. Mannoia scherza, racconta, dialoga con il pubblico e soprattutto prende affettuosamente in giro Fossati. Introducendo Panama, ricorda quella nave misteriosa che continua da decenni a navigare senza che nessuno sappia se raggiungerà mai la meta e racconta di aver chiesto direttamente all’autore un seguito capace finalmente di spiegare come vada a finire. Fossati avrebbe promesso di scriverlo, ma lei sospetta ironicamente che anche il seguito potrebbe finire «a cazzum». Una risata collettiva alleggerisce la notte e ricorda che persino un viaggio dell’anima può permettersi di tanto in tanto una sosta all’osteria. Il tema del viaggio ritorna del resto in Lindbergh, dove l’impresa del trasvolatore diventa, nella lettura della Mannoia, una metafora dell’esistenza: un uomo solo dentro un piccolo aeroplano sopra l’immensità dell’Atlantico, come ciascuno di noi nel tratto più segreto e irriducibile della propria vita. E mentre Lindbergh vola idealmente sopra l’oceano, nel fossato barlettano le pietre secolari rimangono immobili: forse è proprio questo il fascino della serata, l’incontro fra ciò che resta e ciò che passa.
Anche gli arrangiamenti costruiscono una piccola geografia senza frontiere. Carmelo Colajanni passa attraverso sassofoni, flauti, ciaramelle, launeddas, ocarina e zampogna; Teresa Corrado porta percussioni e lira calabrese, Denise Di Maria il charango sudamericano insieme ad altri strumenti e alla voce. Suoni del Mediterraneo, del Sud Italia e dell’America Latina si mescolano, dando ragione alla stessa Mannoia quando dice che ogni strumento regala un colore diverso alle canzoni. E dentro un repertorio che parla continuamente di uomini in viaggio, popoli erranti e frontiere attraversate, persino gli strumenti sembrano possedere un passaporto pieno di timbri. Poi naturalmente arrivano le canzoni che appartengono ormai alla memoria collettiva: La canzone di Marinella, Amore che vieni, amore che vai, Bocca di Rosa, Il pescatore. Il pubblico riconosce poche note e la distanza fra palco e platea si assottiglia. Ma anche qui, dietro la familiarità, rimane lo stesso filo: Marinella sottratta dalla poesia alla brutalità della cronaca, Bocca di Rosa condannata dalla morale del paese, il pescatore che offre pane e vino a un assassino senza chiedergli prima se li meriti. Ancora una volta torna ciò che Mannoia dice di avere imparato da De André adolescente: prima di giudicare, provare almeno a capire.
Fossati riaffiora anche attraverso brani profondamente legati alla carriera della cantante, da Lunaspina a La mia banda suona il rock, fino a ricordare quanto quella collaborazione abbia contribuito a definire artisticamente Fiorella Mannoia. E quando arriva Anime salve sembra che tutte le storie ascoltate fino a quel momento trovino finalmente una casa comune. Anime solitarie, diverse, escluse, talvolta sconfitte ma non necessariamente perdute. Il finale e i bis riportano Mannoia anche al proprio repertorio e alla propria identità: Sally, Mariposa e Quello che le donne non dicono, il brano che il tempo ha trasformato in qualcosa di molto vicino a una sua carta d’identità musicale. Ed è l’occasione per un appello contro la violenza sulle donne, perché anche una canzone cantata migliaia di volte può acquistare un significato nuovo quando la cronaca continua ostinatamente a ricordare quanto il rispetto, la libertà e il diritto di una donna a dire no non siano ancora conquiste definitivamente acquisite.
Poi il concerto finisce davvero. Restano il caldo di Barletta, gli applausi che si allungano nella notte e il profilo imponente del Castello. Soprattutto resta la voce della Mannoia, che per oltre due ore ha prestato il proprio timbro a due uomini che non aveva alcuna intenzione di imitare e che proprio per questo è riuscita a rispettare. De André e Fossati continuano a parlare perché le domande che ponevano non hanno ancora ricevuto tutte le risposte. Forse è questa la notizia meno rassicurante della serata. Ma ce n’è anche una migliore. Mannoia a un certo punto suggerisce che se siamo ancora capaci di emozionarci davanti a quelle parole, se una storia lontana riesce ancora a provocarci indignazione, tenerezza o compassione, allora forse le nostre anime possono dirsi ancora salve. Le canzoni non fermano le guerre, non abbattono i pregiudizi e non rendono automaticamente migliore una società. Possono però impedirci di considerare normale ciò che normale non dovrebbe diventare. E mentre le ultime note si disperdono tra le pietre del Castello, rimane almeno questa piccola certezza: finché saremo ancora capaci di ascoltare, indignarci e commuoverci, nulla sarà definitivamente perduto.
Massimo Longo
Foto di Massimo Longo
.