Stefano Massini e Paolo Jannacci conquistano il pubblico dell’Agìmus di Mola di Bari catapultandolo dentro le storie

L’Officina delle storie, nato dall’incontro tra la parola di Stefano Massini e la musica di Paolo Jannacci, non è soltanto teatro di narrazione, né soltanto concerto, ma un laboratorio pubblico in cui le vicende degli altri diventano, per qualche ora, uno specchio delle nostre.

Lo spettacolo si è tenuto a Mola di Bari, nell’ambito delle iniziative promosse dall’associazione Agìmus, realtà da anni impegnata, con la direzione artistica di Piero Rotolo, nella proposta e nella diffusione della cultura musicale e dello spettacolo dal vivo.

Massini entra in scena partendo da una domanda apparentemente semplice e, proprio per questo, insidiosa: perché l’essere umano ha bisogno di raccontare storie? La risposta attraversa la serata come un filo sotterraneo. Raccontare significa dare una forma a ciò che ci accade, mettere ordine nella crepa interiore, trasformare un’esperienza privata in qualcosa che possa essere condiviso.

Il racconto nasce spesso da cose minime. Un’immagine, un dettaglio, una frase ascoltata per caso. Un buon lavoro pronunciato distrattamente può diventare la porta d’ingresso a una riflessione sul lavoro, sui precari, sui raccomandati, sui diritti negati. Una donna davanti alla fabbrica, come nella Vincenzina di Jannacci, diventa il ritratto di un’intera condizione umana. Una fotografia mentale, un gesto, un ricordo possono contenere una storia molto più grande di quanto sembri.

È questa la straordinaria officina narrativa di Massini: dimostrare che le storie non sono affatto finite. Infatti, sebbene viviamo in un’epoca sommersa come in una sorta di overdose, da immagini, dalla stampa, dal cinema, dalle serie televisive, dai social e soprattutto dai luoghi comuni, che oggi sembrano monopolizzare e banalizzare  la narrazione, le storie vere in realtà sono diventate ancora più necessarie. Perché l’abbondanza di immagini non significa necessariamente abbondanza di significati.

Il riferimento al Decameron di Boccaccio è illuminante. Dieci giovani, dieci giornate, cento novelle: un’umanità che si salva dalla peste anche attraverso il racconto. Oggi, osserva Massini, sembrerebbe che abbiamo già raccontato tutto. Eppure il bisogno di narrare non è diminuito. È cambiata la materia delle storie, non la necessità di raccontarle.

E così la grande letteratura entra nello spettacolo non come citazione ornamentale, ma come dimostrazione concreta di questa eterna necessità di confronto. C’è Alfieri che arriva elegante a casa di Massimo d’Azeglio per chiedergli di ascoltare Mirra, mentre la madre di d’Azeglio, davanti a quella ragazza che piange per cinque atti, resta con una domanda senza risposta. C’è Leopardi che racconta il porto, le grida dei pescatori e il proprio pianto mescolato a quelle voci, senza che nessuno se ne accorga. C’è Dante e la paura, c’è De Filippo, c’è Jannacci.

Sono frammenti apparentemente lontani che Massini ricompone in un unico grande racconto: quello dell’uomo alle prese con la propria solitudine, i propri desideri, le proprie paure e il bisogno disperato di essere ascoltato.

E proprio qui emerge una delle intuizioni più profonde della serata: non esiste una storia che arrivi al destinatario esattamente come è stata raccontata. Ogni racconto viene inevitabilmente deformato da chi ascolta. Ciascuno porta a casa la storia che lo riguarda, quella che riesce a riconoscere attraverso la propria esperienza.

Si può raccontare qualunque cosa: il pubblico comprenderà soltanto ciò che è disposto, capace o desideroso di comprendere.

È una verità che riguarda la letteratura, il teatro, la musica, ma anche la vita quotidiana. Quando raccontiamo noi stessi, consegniamo agli altri una parte della nostra storia; ma quella storia, una volta uscita da noi, non ci appartiene più completamente. Diventa altro. Viene interpretata, filtrata, talvolta fraintesa. Gli altri possono non capire affatto ciò che per noi era chiarissimo.

E forse è proprio questa incompletezza a rendere necessaria la narrazione.

Perché ogni storia contiene una crepa e ogni crepa chiede di essere guardata. Raccontare significa allora non soltanto ricordare, ma dare un nome a ciò che ci attraversa: alla paura, alla solitudine, all’amore, al lavoro, alla perdita, al desiderio. Significa trasformare il dolore in parole, e le parole in una possibilità di relazione.

La musica di Paolo Jannacci accompagna questo percorso senza sovrastarlo. È una presenza che respira insieme alla parola, che suggerisce, sottolinea, apre spazi emotivi. La narrazione e la musica non procedono su binari paralleli: si cercano e si incontrano, lasciando che sia il pubblico a completare ciò che rimane volutamente sospeso.

Perché, in fondo, le storie belle sono quelle che raccontano la vita. Non necessariamente le vite straordinarie, ma quelle capaci di trovare nell’ordinario un dettaglio capace di diventare universale.

Un’immagine che diventa un sogno. Una frase ascoltata nella notte. Una bugia detta per non sentirsi soli. Un amore. Un lavoro. Una paura. Un sorriso esibito mentre dentro si porta tutt’altro.

Alla fine dello spettacolo rimane soprattutto una consapevolezza: nessuno possiede interamente la storia che racconta. Chi parla la offre; chi ascolta la ricostruisce. Tra i due rimane uno spazio inevitabile di incomprensione, di ambiguità, di interpretazione.

Ed è forse proprio lì che nasce la letteratura.

Perché una storia non arriva mai al suo destinatario in modo pieno, perfetto, definitivo. Arriva parziale, incompleta, relativa, attraversata dalla vita di chi la racconta e da quella di chi la riceve. Eppure, anche così, riesce a fare qualcosa di straordinario: per un istante ci permette di entrare nella vita di qualcun altro e, attraverso quella vita, di riconoscere la nostra.

Massini lo ricorda con la forza semplice delle cose vere: raccontare è un modo per non lasciare che ciò che abbiamo vissuto vada perduto. Ascoltare è il modo in cui quella storia può continuare a vivere. È uno scambio ironico, poetico e civile, in cui il pubblico viene guidato a scoprire la scintilla che fa nascere il racconto. Il pubblico infiammato da questa scintilla ha ringraziato Massini e Jannaci con una standing ovation.

Questa è la storia che ho visto/ascoltato/vissuto io.

Vicky Berardinetti
Foto di Gaetano de Gennaro
in esclusiva per il Cirano Post

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