Al Di Meola alla Cava del Sole di Matera: tra jazz, flamenco e fusion, una chitarra che corre e un concerto costruito sull’ascolto del racconto della sua musica, le immagini della sua famiglia e della sua leggendaria storia artistica

Alle 20.50 il pubblico è ancora fuori dalla Cava del Sole. La serata è caldissima, l’ingresso è chiuso. Dall’interno, tra il chiacchiericcio di chi aspetta, arrivano a tratti qualche fraseggio e i ritmi delle percussioni. Si ascolta e ci si chiede perché si sia ancora fuori.

Poi, finalmente, si comincia a entrare.

La Cava si apre davanti al pubblico nella sua dimensione ampia e raccolta allo stesso tempo. Al centro, davanti agli scavi nel tufo che caratterizzano l’ambiente, il palco. Uno schermo mostra immagini legate alla carriera discografica di Al Di Meola. Al centro tre leggii. Sulla sinistra tre chitarre. A destra la batteria e le percussioni. Al lato sinistro della batteria un’altra chitarra, elettrica.

Non è quella di Al Di Meola.

La domanda viene naturale: ci sarà un ospite?

Sono le 21.30 e il pubblico comincia a dare qualche segnale di impazienza. Parte un applauso, come a invitare i musicisti a salire sul palco. Non succede nulla. Entra invece un’assistente e sistema gli spartiti sui leggii.

Spartiti, sì. Fogli di carta.

È un dettaglio piccolo, ma importante. In un concerto contemporaneo, dove spesso la musica passa attraverso schermi e viene letta sui dispositivi, vedere quelle pagine sistemate una ad una sui leggii restituisce alla preparazione del concerto una dimensione concreta, rigorosa, al pari della musica classica.

Un altro applauso.

Poi il ghiaccio secco riempie il palco.

Al Di Meola entra, saluta e si siede. Inizia subito a suonare. La chitarra rossa, una classica elettrificata della liuteria Conde, prende il centro della scena e la mano destra comincia a muoversi sulle corde con una velocità che è difficile seguire.

Il concerto è iniziato.

Sul grande schermo passano immagini di Capri e della penisola sorrentina, prima che il racconto visivo si allarghi progressivamente al resto del mondo. Non è una scelta casuale. Sono immagini che sembrano partire dalle origini, dalla terra della famiglia di Di Meola, originaria di Cerreto Sannita, nel Beneventano, per poi attraversare luoghi, incontri e persone che hanno segnato la sua vita.

Ci sono paesaggi, momenti della carriera, immagini della famiglia, la figlia. In alcuni fotogrammi sembra di riconoscere anche momenti conviviali legati alla sua origine italiana, persino davanti a prodotti della tradizione campana. Sono immagini che restituiscono un artista non soltanto attraverso la sua musica, ma anche attraverso la memoria personale.

Poi sullo schermo compare John Lennon.

E la musica rende omaggio ai Beatles.

Vengono eseguiti Norwegian Wood e In My Life, entrambi tratti da Rubber Soul, l’album dei Beatles del 1965. Non è la prima volta che Di Meola si misura con il repertorio dei quattro di Liverpool: le loro canzoni sono tornate più volte nel suo percorso musicale e anche a Matera diventano parte del racconto.

Dopo Lennon, le immagini ripercorrono altre figure importanti della sua carriera: naturalmente Chick Corea, ma anche George Benson, David Crosby, Paco de Lucía, George Harrison, Paul McCartney, Tommy Emmanuel e molti altri musicisti incontrati nel corso di oltre cinquant’anni di attività.

È come se lo schermo costruisse una galleria di incontri, mentre la musica ne ripercorre le tracce.

A un certo punto il racconto si ferma su Ava.

Di Meola parla della figlia e racconta di aver composto Ava’s Dance in the Moonlight osservandola mentre ballava sulle musiche di Čajkovskij. L’idea nasce da quella scena familiare, da un momento privato trasformato in musica. Di Meola racconta di aver poi fatto ascoltare il brano al suo produttore, che gli suggerì di portarlo verso una dimensione più ampia, con una grande orchestra. Quando arrivò la registrazione, l’orchestra c’era davvero.

È un passaggio importante perché spiega una parte della musica di Di Meola meglio di molte definizioni. Dietro la tecnica, dietro le costruzioni ritmiche e le velocità della chitarra, c’è anche una scrittura che nasce da immagini precise, da persone e da momenti della sua vita.

Per alcuni minuti sembra di entrare in punta di piedi nella sua dimensione familiare.

La musica segue lo stesso percorso. Ci sono passaggi delicati, quasi sospesi, che poi cambiano ritmo e incontrano il flamenco, la musica latina, la fusion. Il passaggio da una dimensione all’altra avviene senza forzature.

Al Di Meola ogni tanto interrompe l’esecuzione e parla.

Racconta dei pittori che hanno influenzato il suo lavoro, parla di alcuni album e del modo in cui sono nati. Parla anche del caos, introducendo Turquoise, brano tratto dal suo album Consequence of Chaos.

Dopo averlo presentato, arriva una battuta sull’America di oggi relativa al titolo dell’album:

«Esattamente quello che sta succedendo in America adesso».

Il pubblico rimane per un attimo in silenzio. Di Meola se ne accorge e aggiunge:

«Adesso potete ridere».

La tensione si scioglie e dalla platea arrivano le risate.

Poi si torna alla musica.

La mano destra è il primo elemento che colpisce. Al Di Meola suona con il plettro ma non fa rimpiangere l’uso delle dita della mano destra, tale è la sua maestria nell’utilizzare la pennata alternata che lo ha reso famoso sulla scena chitarristica internazionale.

Il plettro attacca le corde con una precisione impressionante e la velocità non sembra mai fine a se stessa. La tecnica rimane dentro la costruzione del brano.

Il suono è pieno, netto, potente.

La cosa più interessante, però, non è soltanto la velocità. È il controllo.

Di Meola passa da un fraseggio leggero a una sequenza ritmica serrata senza apparente sforzo. La chitarra può assumere una funzione melodica, ritmica, percussiva. Il confine tra le diverse funzioni si sposta continuamente.

È una delle caratteristiche che lo hanno reso celebre, dagli anni Settanta in poi, attraverso le sue diverse esperienze.

La sua storia musicale di successo parte dai Return to Forever di Chick Corea e attraversa collaborazioni decisive con Paco de Lucía e John McLaughlin. Nel corso di oltre cinquant’anni Di Meola ha continuato a muoversi tra jazz, rock, musica latina, flamenco e world music, mantenendo una forte attenzione alla composizione e alla ricerca sonora.

A Matera il passato è presente, ma non diventa il centro del concerto. I brani sono parte di una storia che continua.

Accanto a Di Meola ci sono Peo Alfonsi alla chitarra e Sergio Martinez alle percussioni.

Alfonsi, chitarrista sardo, affronta il dialogo con Di Meola senza sovrapporsi. Il suo compito è soprattutto quello di ascoltare, raccogliere, rispondere. Le due chitarre costruiscono un bel fraseggio alternato ed armonizzato, di grande effetto.

È un rapporto musicale basato sull’attenzione.

Lo stesso vale per Sergio Martinez. Le percussioni non sono un semplice sostegno alla chitarra. Martinez entra ed esce dal tessuto dei brani, interviene quando serve un maggiore impulso ritmico e lascia respiro alla musica quando necessario.

In alcuni momenti si alza, si ritrae, poi torna a inserirsi nel brano.

Il trio funziona perché ciascuno conosce il proprio ruolo e, soprattutto, sa quando lasciare agli altri il primo piano.

Come detto, durante il concerto Di Meola suona la chitarra classica. È da lì che costruisce la maggior parte del suo discorso musicale della serata: il tocco, l’attacco del plettro, il rapporto fra ritmo e melodia, il dialogo con Alfonsi e con le percussioni di Martinez.

È una scelta che rende ancora più evidente la precisione della sua tecnica. Non c’è bisogno di una grande strumentazione per riempire la Cava del Sole. Bastano tre musicisti e una scrittura costruita con grande controllo.

E poi quella chitarra elettrica rimasta sul palco fin dall’inizio.

La domanda trova risposta nel finale, ma prima c’è un altro momento.

Al Di Meola invita il pubblico ad alzarsi e ad avvicinarsi al palco. Le persone raccolgono l’invito e si spostano in avanti, accorciando la distanza tra il musicista e la platea. La Cava cambia atmosfera. Il concerto, fino a quel momento osservato dalla distanza delle sedute, diventa improvvisamente più vicino, quasi raccolto.

Ai piedi del palco si crea un silenzio particolare. Non è il silenzio dell’attesa, ma quello dell’ascolto.

Un silenzio quasi religioso.

È in questa atmosfera che cominciano i bis.

Il primo è un omaggio a Pino Daniele: The Infinite Desire, eseguito nella sola versione strumentale. Il brano nasce nel 1998 dalla collaborazione fra i due artisti, con il testo di Pino Daniele e la musica di Al Di Meola. A Matera le parole non ci sono, ma rimane intatta la forza del legame musicale fra due mondi solo apparentemente lontani.

Poi arriva il momento della chitarra elettrica rimasta in scena per tutta la sera.

Al Di Meola invita Giuseppe Continenza sul palco.

Continenza occupa la sedia posta dietro la sua chitarra e da quella posizione entra nel concerto. Non c’è una passerella, non c’è bisogno di un ingresso costruito. La sua presenza si aggiunge semplicemente alla musica.

I due suonano insieme un brano di Chick Corea del periodo RTF, 500 Miles High.

Continenza è stato invitato da Al Di Meola come special guest e ha eseguito con lui ‘500 Miles High’ di Chick Corea in un intervento spontaneo, senza prove precedenti. La sua esecuzione può essere oggetto di valutazioni diverse; va tuttavia considerato che il musicista si è confrontato con il repertorio e con il palco senza una preparazione condivisa preliminare.

La serata si avvia alla conclusione.

Prima di congedarsi dal pubblico materano, Di Meola racconta che quella di Matera è l’ultima tappa di un tour iniziato a giugno e che lo ha visto impegnato quasi tutte le sere insieme ad Alfonsi e Martinez.

A un certo punto vuole anche salutare Fabrizio Festa, presente tra il pubblico. Direttore d’orchestra, Festa si era già esibito con Di Meola proprio a Matera, nel novembre 2022. È un altro di quei legami che riemergono durante la serata e che confermano quanto la città sia già entrata, in qualche modo, nella storia musicale del chitarrista.

Poi Di Meola si ferma a firmare alcuni dischi portati dai fan.

Qualcuno gli porge un LP.

È Friday Night in San Francisco, lo storico album dal vivo registrato nel 1980 con John McLaughlin e Paco de Lucía, diventato uno dei dischi simbolo della storia della chitarra. Di Meola lo prende, lo mostra al pubblico e scherza sulla sua età: dice che quell’album è stato inciso quando aveva soltanto sette anni.

La battuta strappa un sorriso e chiude idealmente un cerchio lungo decenni.

Poi raccoglie gli spartiti dai leggii e saluta il pubblico.

È un finale senza effetti particolari. Dopo quasi due ore passate a osservare le mani del chitarrista, il concerto si chiude con un gesto quotidiano: raccogliere i fogli, sistemare le proprie cose, salutare.

Forse è proprio questa l’immagine con cui vale la pena lasciare la Cava del Sole.

Prima ancora che il pubblico entrasse, dalla cava arrivavano frammenti di musica. Poi quelle stesse note hanno preso forma sul palco, dentro un concerto fatto di tecnica, composizione e ascolto. Di Meola ha portato a Matera una parte della sua lunga storia musicale, ma anche qualcosa di più personale: le immagini della famiglia, le sue origini campane, il ricordo di Ava che danza sulle musiche di Čajkovskij, i riferimenti alla pittura, i Beatles, gli amici e i grandi musicisti incontrati lungo il cammino.

E forse il momento più significativo è arrivato proprio alla fine, quando Di Meola ha chiesto al pubblico di avvicinarsi. Le sedie hanno smesso per un momento di essere il confine tra chi suonava e chi ascoltava. Davanti al palco, nel silenzio di chi ascolta, la musica ha trovato la sua forma più diretta.

Poi sono arrivati i due bis: prima l’omaggio a Pino Daniele, poi Chick Corea con Giuseppe Continenza.

E infine quel disco, Friday Night in San Francisco, arrivato dalle mani di uno spettatore. Un oggetto che racconta un’altra epoca, un’altra formazione, un altro capitolo della storia di Di Meola. Un disco che, scherzando, l’artista ha potuto presentare come inciso quando aveva appena sette anni.

Alla fine, più che la perfezione di ogni nota, rimane proprio questo: l’ascolto. Quello fra i musicisti, necessario per costruire ogni frase, e quello del pubblico, che Di Meola ha voluto portare fino ai piedi del palco.

È lì che il virtuosismo smette di essere soltanto tecnica e diventa, davvero, musica.

Dora Intini
Foto di Gaetano de Gennaro
in esclusiva per il Cirano Post

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.