“Una lunghissima ombra”, l’album di Andrea Laszlo De Simone, è la perfetta oasi creata dal Locus Festival 2026 nei giardini della Masseria Ferragnano di Locorotondo

L’estate è la smania dei riti collettivi: la villeggiatura, l’esodo, il controesodo, il posto da cui non si può mancare, il drink che si deve per forza bere. In questa ansia di perdersi qualcosa, definita come FOMO (fear of missing out), in cui il relax è a sua volta un lavoro da pianificare e controllare nei dettagli, ci sono i grandi live.

In Puglia non dobbiamo più fare migliaia di chilometri perché, complice il fatto che è diventato meta turistica di gran moda, tra metà luglio e Ferragosto vi è una forte concentrazione di nomi e festival. Il Locus porta nomi sonanti da prima che la Puglia diventasse l’ultimo grido, di preciso da ventun anni, sin da quando salire a Locorotondo, terra natia ed eponima del Festival, nonché ispiratrice del logo, sembrava una piccola traversata. C’è sempre stata attesa e voglia di sorprendersi, se non conoscevamo il nome o se ci portava a conoscerlo un amico. Il Locus ha sempre affiancato ai live dei modi diversi di intendere la musica.

Quest’anno, ai grandi live della settimana di Ferragosto, a Masseria Ferragnano, si affiancava un’esperienza immersiva, nell’incantevole giardino della Masseria. Deviando dal flusso di persone che transumava verso il live principale della serata, un cancello rivelava l’entrata di un piccolo labirinto regolare, in cui il suono inizia ad accarezzare la visita con i suoni della Masseria nelle diverse stagioni: gli assioli, la pioggia, il vento, lo stormire delle foglie e i rumori della vita campestre. Le siepi e le statue decadenti, raffiguranti divinità pagane, stagioni, i mesi dell’anno, e qualità dell’umanità, accompagnano la camminata centripeta, fintanto che il suono diventa musica, e si fa più avvolgente. La sonorità è inconfondibile, si tratta dell’album Una Lunghissima Ombra di Andrea Laszlo De Simone, che torna alla performance per il Locus, dopo il mapping sulla facciata della Basilica di San Nicola del 2021. Il cantautore torinese, con una produzione irregolare quanto multisfaccettata di singoli, colonne sonore pluripremiate e poche concessioni ai live, piace perché il suo gusto autoriale per la canzone che fu si accompagna a testi rarefatti ma evocativi, e a musiche che prima che essere tecnicamente perfette sono belle da ascoltare. Si pensa a tutto questo, fintanto che il percorso continua e termina al centro del giardino, con una fontana piena di ninfee, dove la musica di Una Lunghissima Ombra riesce a isolare l’udito dal suono imperante per il live dal palco principale.

Il luogo fisico diventa un luogo anche della mente, in una fusione perfetta con i testi dell’album, da Ricordo tattile, a La notte, a Planando sui raggi del Sole; su tutti quello di Non è reale:

Cosa sappiamo di noi?
Cosa ci illumina?
Cosa ci spinge?
Cosa ci domina?
Non è reale
Non è reale

Il tempo nel labirinto vola, ma si posa sulle membra e spinge a trattenersi lì ben oltre il tramonto.

Dopotutto, se la FOMO ci rende solo un frammento di Instagram, e l’ultimo grido è quello di una cartolina affollata, frastornata, affetta da un caldo insopportabile, tanto vale isolarsi, meditare, respirare, contemplare, ascoltare.

Beatrice Zippo
Foto di Beatrice Zippo

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