
Nel cortile dell’Ateneo dell’Università di Bari è andato in scena l’Amore.
Si è parlato di amore in molti modi e attraverso infinite sfaccettature, grazie ad un excursus spazio-temporale fatto di parole e note, pensieri ed emozioni, sotto il romantico riflettore del chiaror di luna del Cervo, che non poteva certo esimersi dall’essere complice di questa dolcissima serata.
La presidente della Camerata Musicale Barese, Gianna Fratta, dopo aver ringraziato le autorità e chi, ogni giovedì, rende possibile la rassegna che ha conquistato baresi e turisti grazie alla originale fusione di conversazione e spettacolo musicale, introduce il primo dei protagonisti della serata.
Così, si guadagna il palco un ragazzo ricciolino, emozionato e quasi intimorito dalla platea, ma che con timbro di voce forte e vibrante, mostra subito il suo estro colto e loquace, illustrando il nobile sentimento dell’amore attraverso le pagine dei più grandi autori della nostra letteratura.

Edoardo Prati, classe 2004, influencer culturale, latinista e divulgatore di origini riminesi, possiede una presenza scenica degna del miglior Carmelo Bene – il gioco di parole sul comparativo può apparire ridondante, ma è tutt’altro che casuale – e uno stile che ricorda il Battiato degli esordi: inizia il suo monologo sull’amore, e lo fa ricorrendo a un procedimento di contrasto che ne fa emergere con maggiore forza il suo significato, descrivendo, cioè, la sua più diretta antitesi: la guerra.
Prendendo spunto da Omero, autore ultimamente super citato grazie alla rappresentazione cinematografica dell’Odissea firmata “Christopher Nolan”, Prati comincia la sua divagazione raccontando una storia verosimilmente attribuita alla sua “penna” (la cui paternità resta tuttavia incerta a causa della trasmissione orale dei poemi tramandati a suo nome) di un’opera certamente meno nota al grande pubblico: la Batracomiomachia, un antico poemetto eroicomico il cui titolo significa letteralmente “La battaglia delle rane e dei topi”. L’opera narra, infatti, di un conflitto tanto grottesco quanto paradossale tra questi due animali, scatenato dalla morte del principe dei topi, il quale annega in uno stagno dopo essere stato abbandonato da una rana, impaurita dall’apparizione di un serpente.

Un po’ come fa Omero che, servendosi della trasposizione dall’uomo al topo, fa sì che l’uomo stesso non si senta deriso in questo poemetto, come attuatore di guerra, Edoardo Prati incantando il pubblico con il suo racconto accurato, manifesta il suo dissenso per la guerra e per quello che essa stessa, nel suo essere perpetrata, lascia dietro di sé: l’amore diviso, reciso, perduto.
E lo racconta descrivendo in primis il silenzio che caratterizza il finale del terzo canto: la guerra non ha vinti né vincitori, ma sconfitti, e lascia le donne sole nelle loro case, ad attendere uomini che, con tutta probabilità, non faranno mai più ritorno, così come la consuetudine storica ci ha tramandato.
E con la descrizione di questa immagine irrompe violenta, come un pugno nello stomaco, tutta la barbarie della guerra che continua a segnare anche il nostro presente e di cui i media ne riportano costantemente testimonianza.
Il volo pindarico è talmente efficace che il pubblico applaude commosso.
Prati continua a declinare l’amore passando da Omero a Dante, da Petrarca a De Andrè: il fil rouge che li accomuna è quanto scrive Dante stesso all’interno della sua opera, Vita Nova: “Ecco un dio più forte di me, che mi dominerà col suo arrivo”: con questo passo si riferisce alla magnificenza dell’assolutezza del sentimento d’amore nella vita di ognuno.
L’amore fa tremare, fa sudare le mani, fa trasalire al solo pensiero della persona amata, annienta la ragione (“Piacere mi tira speranza mi lusinga regnano i sensi e la ragione è morta”, cita il Petrarca) fa soffrire maledettamente, ma è ancora più dolcemente sofferto quando non corrisposto (si dice, a tal proposito, che Dante abbia scritto la Divina Commedia a seguito di un mancato saluto da parte di Beatrice) e tutto il pubblico, a questo punto dello spettacolo, pende ormai dalle labbra del noto influencer che con le sue parole ha completamente catalizzato l’attenzione di ogni spettatore accolto nel cortile di via Nicolai.

All’apice di questi racconti pregni di tribolazione e sofferenze d’amore, il giovane Prati introduce, sempre con piacevoli giochi di antitesi, la concezione dell’amore di Guido Gozzano, e lo fa strategicamente in chiusura del suo monologo, strappandoci un sorriso compiaciuto e assertivo: tramite i suoi versi racconta che possiamo provare nostalgia e dolore, ma anche desiderio finanche per persone che non abbiamo mai conosciuto (“Non amo che le rose che non colsi. Non amo che le cose che potevano essere e non sono state” – sono i versi tratti dalla sua poesia Cocotte) e che probabilmente non conosceremo mai, facendo pertanto emergere, contestualmente, un aspetto dal sapore vagamente epicureista, circa la sua visione d’amore, ovvero il godere del momento e della bellezza di tutto ciò che ci circonda, rappresenta una forma di amore sì istantaneo ma comunque intenso ed ugualmente intriso di dignità, che ognuno di noi dovrebbe saper accogliere nella propria vita.
Gustate anche voi la poesia Le golose nella sua interezza, per poterne gioire appieno, proprio come ha potuto fare il pubblico grazie all’interpretazione dell’istrionico Edoardo Prati:
***
Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.
Signore e signorine –
le dita senza guanto –
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!
Perché nïun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.
C’è quella che s’informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.
L’una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.
un’altra – il dolce crebbe –
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!
Un’altra, con bell’arte,
sugge la punta estrema:
invano! ché la crema
esce dall’altra parte!
L’una, senz’abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare
sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D’Annunzio.
Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,
di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! le signore come
ritornano bambine!
Perché non m’è concesso –
o legge inopportuna! –
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,
o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?
Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.
***
Il promettente talento della letteratura saluta così il pubblico, con il suo consueto abbraccio virtuale, “Cura ut valeatis!”: le sue parole lasciano quindi il passo alla musica, introducendo la simpatica formazione composta da Amerigo Bernardi, Alberto Bocini, Andrea Pighi e Antonio Sciancalepore, altrimenti nota come “The Bass Gang” che, presentandoci il singolare progetto “Poker di Contrabb’Assi” propone una riflessione profondamente originale, sulla loro idea di amore.

L’estro dei musicisti emerge fin dal primo istante: tra battute e scambi con il pubblico, riescono subito a creare un’atmosfera informale e complice, preludio perfetto allo spirito che ha animato il seguito della serata.
La loro stravaganza scenica diverte gli spettatori, ma non occulta in alcun modo una preparazione musicale solidissima.
Come amano affermare con ironia, «…i brani classici li sappiamo suonare, però ci annoiano!»: una provocazione che rivela la volontà di esplorare nuove possibilità espressive del contrabbasso: il loro approccio si inserisce, infatti, nel solco dei primi contrabbassisti progressisti, da Domenico Dragonetti a Giovanni Bottesini, fino a Serge Koussevitzky, giusto per citare solo alcuni dei musicisti classici che sono stati però i grandi innovatori del ruolo del contrabbasso nella storia della musica.
Fra presentazioni e battute, cominciano la loro performance suonando una delle composizioni di musica classica più famose e riconoscibili al mondo, “Eine kleine Nachtmusik” di Wolfgang Amadeus Mozart, ma si stoppano subito affermando che «…Stasera la musica classica non ci sarà!».
Lo spettacolo, brano dopo brano, si rivela invece molto più che una mera esecuzione strumentale di brani classici, manifestandosi in un complesso esercizio di personalizzazione, improvvisazione ed originalità in cui il compositore ufficiale del gruppo, Andrea Pighi, nel riarrangiamento dei vari brani proposti, lascia dialogare Chopin con Fred Buscaglione, Dave Brubeck con Joe Hisaishi, mentre le melodie di Ennio Morricone vengono rivestite di sonorità nuove.
La versione rivisitata delle Quattro stagioni di Vivaldi, simpaticamente ribattezzata come Le basse Stagioni riesce a fondere circa 47 citazioni di brani che spaziano senza sosta da Stravisky a Carlos Santana, da Strauss a Loretta Goggi, mutuando anche musiche di pubblicità e colonne sonore di film e di sigle televisive.
Tra le stagioni, la rivisitazione dell’Estate è stata senza dubbio quella che ha maggiormente coinvolto il pubblico: le celebri pagine vivaldiane si sono alternate alle atmosfere malinconiche di “Estate” di Bruno Martino e alle suggestioni del film-musical Grease, culminando nelle note sognanti dell’iconica “Summer Nights”.
I quattro contrabassi si avvicendano, si rincorrono musicalmente, danno voce a contaminazioni e rivisitazioni di genere ed epoche con una precisione virtuosa: questa modalità lascia emergere con le note quello che i musicisti esprimono anche a parole: il grandissimo amore che nutrono per uno strumento che quasi nessuno considera degno di essere solista.
A corollario di questo pensiero, la serata si conclude con la rivisitazione di un famoso brano musicale del 1951 inciso da Renato Carosone, “Abbasso il contrabbasso”, il quale racconta con grande ironia le disavventure di un contrabbassista, pentito di aver scelto questo come strumento a cui appassionarsi.
Il brano si addice perfettamente alla filosofia della The Bass Gang in termini di ironia e sonorità, e pertanto, non può essere dispensato dalla rivisitazione del compositore del gruppo, che simpaticamente inserisce fra le note originali, insieme a tante altre melodie, quella della celebre trasmissione sportiva “Novantesimo Minuto”.
Uno degli elementi più ammalianti del concerto è stata la straordinaria versatilità musicale del quartetto. Attraverso una sapiente divisione dei ruoli, gli strumenti si sono alternati tra melodia, accompagnamento armonico e sostegno ritmico, dando vita a un tessuto sonoro ricco e sorprendente. A valorizzare ulteriormente l’esecuzione è stato l’impiego di tecniche particolari, dagli armonici artificiali al pizzicato e allo slap, fino agli effetti percussivi ottenuti sulla cassa armonica, anche con l’archetto. Il risultato è stato un continuo gioco di ritmi e timbri, capace di non far sentire a nessuno la mancanza di altri elementi d’orchestra e di massimizzare le molteplici potenzialità espressive dello strumento stesso.
L’abilità tecnica e la creatività dei musicisti hanno coinvolto pienamente la platea, che ha tributato al termine dell’esibizione un applauso divertito e partecipe.

Lo spettacolo intero, dunque, ha saputo raccontare l’amore nelle sue molteplici sfumature con sensibilità, leggerezza e partecipazione emotiva, alternando momenti di intensa riflessione ad altri di divertente godibilità. Tuttavia, il risultato più significativo della serata è emerso forse al di là del tema stesso.
Osservando la platea gremita, mi ha colpito la presenza di un pubblico ampiamente eterogeneo, composto da giovani e adulti. L’attenzione costante di ognuno e gli applausi condivisi hanno suggellato, pertanto, la conquista più preziosa della serata: l’aver celebrato non solo l’amore, ma anche la capacità della cultura di unire generazioni diverse attraverso il linguaggio universale dell’arte.
Graziana Cinquepalmi
Foto di Graziana Cinquepalmi