La prima mondiale in forma scenica della ‘Carmen’ di Georges Bizet nella sua stesura originale del 1874, preziosissima punta di diamante del LII Festival della Valle d’Itria

Senza dubbio il 52° Festival della Valle d’Itria ha avuto la punta di diamante per la stagione 2026 con l’ esecuzione della prima mondiale in forma scenica della Carmen di Georges Bizet nella sua versione originale del 1874.

Nella cornice del Palazzo Ducale di Martina Franca, il pubblico ha potuto assistere a un’operazione musicologica e artistica che ha riportato l’opera al suo stato pre-debutto, basandosi sull’edizione critica di Paul Prévost per l’editore Bärenreiter.

Questa versione “ritrovata” si distingue profondamente dalla vulgata tradizionale perché quando Bizet consegnò all’Opéra-Comique la partitura, questa subì drastici cambiamenti durante le prove parigine del 1875.

Il recupero di Martina Franca ha restituito l’ampio uso dei mélodrames – dialoghi recitati su un raffinato accompagnamento orchestrale – e ha ripristinato l’aria d’ingresso originale della protagonista, “L’amour est enfant de bohème”, che fu poi sostituita dalla celeberrima Habanera su richiesta della prima interprete Célestine Galli-Marié.

Sul podio, Fabio Luisi ha affrontato Carmen per la prima volta nella sua carriera, offrendo una lettura che rifugge dalla tradizione verista per abbracciare la leggerezza e l’eleganza dell’opéra-comique; il maestro come di consueto, ha affrontato la partitura con trasparenza ed equilibrio equilibrio tra la raffinatezza della scuola francese e i colori spagnoli, evitando enfasi eccessive. Sotto la sua guida, l’Orchestra e il Coro del Teatro Petruzzelli di Bari hanno valorizzato i dettagli di una scrittura orchestrale che, nella versione del 1874, appare più complessa e ricca di sfumature, specialmente nelle parti corali contrappuntistiche che Bizet fu poi costretto a semplificare.

La messinscena di Denis Krief (responsabile anche di scene e luci) ha optato per un approccio dinamico ed essenziale. Lo spazio scenico è stato dominato da otto pannelli mobili in legno che permettevano rapidi cambi di configurazione; tuttavia, alcune scelte estetiche hanno suscitato perplessità: Krief ha evitato il didascalismo, vestendo i soldati da tranvieri, le sigaraie come “suore operaie” ed Escamillo come un impiegato del catasto. Una scelta particolarmente discussa è stata quella di far cantare Carmen sopra un tavolo impugnando un piatto di cartone al posto delle nacchere, un’immagine considerata da alcuni critici priva di reale funzionalità drammaturgica rispetto al temperamento danzante del personaggio.

Il cast ha offerto prove complessivamente solide. Deniz Uzun, nel ruolo del titolo, ha affrontato la recita nonostante un’indisposizione comunicata all’inizio della serata. Sebbene vocalmente sicura, la sua interpretazione è parsa a tratti meno incisiva sul piano drammatico, faticando a restituire pienamente la magnetica energia vitale di Carmen. Matteo Lippi è stato un Don José accurato e solido, mentre Alessandro Luongo ha dato vita a un Escamillo autorevole.

Eccellente il contributo dei giovani artisti dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”, che hanno ricoperto i ruoli di fianco con dizione francese curata e misura attoriale, necessaria specialmente nei difficili incastri dei mélodrames. Il Coro di voci bianche della Fondazione Paolo Grassi, preparato da Angela Lacarbonara, ha completato con efficacia il quadro vocale

L’inserimento di questa produzione nel tema della 52ª edizione, “Mediterraneo: culla del mito, crocevia di culture”, sottolinea la missione del Festival diretto da Silvia Colasanti: trasformare la ricerca musicologica in teatro vivo. La Carmen del 1874 non è solo una curiosità per specialisti, ma un’esperienza artistica che sfida le convenzioni e invita a riscoprire il capolavoro di Bizet sotto una luce più intima e meno retorica, oramai una tappa storica per gli studi bizetiani.

Come ricordava Nietzsche, citato a chiusura delle cronache del Festival, “bisogna mediterraneizzare la musica”, e questa operazione di ritorno alle origini sembra aver centrato l’obiettivo, restituendo all’opera la sua autentica anima francese e mediterranea.

Maria Agostinacchio
Foto di Cinzia Coppolecchia

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