
“La gente sembra agire solamente per soldi. Noi non la pensiamo così. Se lo pensassimo, non saremmo in grado di fare tutto questo, sarebbe finto e personalmente mi reputo troppo egoista per fare qualcosa di finto. Se conosceste gli Skunk Anansie, sapreste che parlano sempre di politica e diritti. Dire che gli artisti devono solo cantare o recitare senza prendere posizione non ha senso.” (Skin)

C’è un’espressione ormai abusata che di sovente apre le recensioni degli eventi in genere e dei concerti in particolare: si tratta di quella d’annata e spesso dannata che, con qualche variante, tradisce la dichiarazione d’intenti dell’autore/ice con un fatidico “Cominciamo dalla fine”. Ebbene, per quanto attiene il concerto che gli Skunk Anansie hanno tenuto nell’ambito del Locus Festival 2026, sempre organizzato dalle belle menti di Bass Culture, credo sia addirittura impossibile non cominciare dal finale che ha suggellato una serata davvero unica, vale a dire da quando, a performance ormai conclusasi, nelle casse acustiche è partita la registrazione della versione di “Bella ciao” che la divina Skin ha consegnato ai posteri assieme ai Marlene Kuntz, facendo battere all’unisono gli oltre cinquemila cuori che affollavano l’Arena del Levante di Bari e che non hanno voluto e potuto non unire la loro voce a quella dell’artista britannica, sciogliendosi in un applauso liberatorio e finanche commosso quando la stessa è riapparsa sul palco sventolando una bandiera palestinese, ricordando a tutte e a tutti il genocidio perpetuato da Israele.

E a ben vedere, procedendo sempre a ritroso, c’è un altro dettaglio che la dice lunga sulla esclusività della tappa barese; mi riferisco a quando, pochi minuti prima, Skin ha interrotto la base di “Bella ciao” per, di fatto, costringere il gruppo a prodursi in una versione acustica di “You’ll follow me down”, ennesimo regalo ad un pubblico che, forse a sorpresa, aveva già letteralmente conquistato la leader tanto da farla scendere in platea, abbattendo la quarta parete, in un abbraccio non più solo ideale e platonico con i suoi discepoli.

Prima, c’era solo rock di elevatissima potenza, non solo dal punto di vista musicale ma anche – e forse soprattutto – dal punto di vista sociale e politico, la risposta migliore a chi pensava che il gruppo si fosse rammollito tra una reunion e l’altra. La chitarra di Ace, il basso di Cass Lewis, la batteria di Mark Richardson e, ça va sans dire, la voce di Skin sono ancora una schiacciasassi di dimensioni paurose, una macchina da guerra che non fa prigionieri, ed è proprio lei a farlo comprendere sin da quando, un attimo prima di dare fuoco alle polveri, fa il suo ingresso sul palco bardata dei brandelli di una bandiera piratesca; da quel momento in poi, siamo stati investiti da una bomba dagli effetti devastanti, da uno tsunami che ha generato un’onda rock di proporzioni ciclopiche, una performance tutta di petto, se non di pancia, che ci ha offerto l’immagine di una band che, seppur sia sull’onda da oltre trent’anni, sembra voler dimostrare di essere ancora molto incazzata e, in primo luogo, di essere qui per restarci.

Così, tra un “fuck fascism” ed un discorso di denuncia dell’attuale sistema politico mondiale – ed anglosassone in particolare –, si sono succeduti brani storici e di nuova produzione, perfettamente confluiti senza soluzione di continuità in una delle scalette più tenacemente Politiche assemblate nei concerti cui ho assistito negli ultimi anni, tra cui non si possono non citare This means war, Charlie Big Potato, Because of you, Love someone else, Hedonism (Just because you feel good), Yes it’s fucking political, Animal, Secretly (che resta un pezzone di sconvolgente bellezza) e molti altri, in una notte che, fosse stato per il pubblico – e forse anche per gli artisti -, non avrebbe avuto mai fine.
Pasquale Attolico
Foto di Umberto Lopez Photography
dalla pagina Facebook del Locus