
Il Chiostro di Santa Chiara di Mola di Bari si conferma uno dei luoghi più suggestivi per l’ascolto della musica dal vivo. Qui l’Agìmus Festival ha ospitato la prima tappa estiva dell’Atlante Tour 2026 dei Fabularasa, segnando il ritorno della formazione barese con un lavoro discografico che, dopo tredici anni dall’ultimo album di inediti, testimonia una ritrovata maturità compositiva e una rinnovata capacità di dialogare con linguaggi musicali diversi.

La cifra stilistica dei Fabularasa, che nel corso della loro carriera hanno calcato prestigiosi palcoscenici in Italia e all’estero, dalla Fenice di Venezia allo Sferisterio di Macerata, dall’Auditorium Parco della Musica di Roma al Teatro Paisiello di Lecce, partecipando a importanti festival e rassegne dedicate alla canzone d’autore, infatti, rimane riconoscibile giacché la canzone d’autore si intreccia con il jazz, con le sonorità del Mediterraneo e con una sensibilità world che evita ogni forma di folclorismo.

Non è un caso, infatti, che la loro musica sia stata definita dal clarinettista Gabriele Mirabassi «un caleidoscopio senza paura». Ma è, soprattutto, nella scrittura che il progetto, nato dall’incontro tra Luca Basso (voce), Vito Ottolino (chitarre), Leopoldo Sebastiani (basso e programmazione) e Giuseppe Berlen (batteria e percussioni), rivela la propria identità più profonda. I testi non si limitano alla dimensione lirica o intimista: assumono una chiara postura politica e sociale, interrogando temi come l’accoglienza, la memoria, i confini, le disuguaglianze e la responsabilità collettiva. In un tempo in cui il discorso pubblico sembra sempre più orientato all’individualismo e distante da una prospettiva di bene comune; le canzoni dei Fabularasa rappresentano una forma di resistenza culturale, affidando alla musica il compito di custodire uno sguardo critico e profondamente umano sulla realtà.

È una poetica che vive di dettagli, di pause e di dinamiche, nella quale ogni strumento contribuisce a costruire un racconto sonoro coerente e raffinato, come nel caso di “Beniamina”, pezzo che restituisce il dolore e la speranza insieme della storia vera di una donna africana abusata in un campo libico che, non appena giunge a Bari, dopo essere “lanciata” su un barcone, dà alla luce una bimba, oggi, cittadina italiana.

La coesione della band è apparsa evidente in ogni passaggio, d’altra parte il “nostro” Ottolino (che conosciamo bene per averlo apprezzato in altri ensemble) cattura spesso la nostra attenzione con i suoi effetti ritmici e percussivi, spesso accolti dall’ottimo Berlen, al pari di quelli di Sebastiani. Gli arrangiamenti, curati con gusto, hanno evitato qualsiasi ridondanza, privilegiando l’ascolto reciproco e la costruzione di paesaggi sonori nei quali la melodia rimane sempre il centro della narrazione. È il segno di una formazione che ha saputo trasformare il lungo tempo trascorso dall’ultimo lavoro discografico in un’occasione di crescita artistica.

L’evento è stato impreziosito dalla presenza di due ospiti di assoluto rilievo internazionale: Mário Laginha, tra i più autorevoli pianisti europei del jazz contemporaneo, che ha confermato ancora una volta la cifra che ne ha fatto uno dei protagonisti della scena portoghese. Il suo pianoforte non invade mai lo spazio degli altri musicisti: suggerisce, accompagna, rilancia. Le improvvisazioni, sempre misurate e mai autoreferenziali, hanno arricchito i brani di nuove prospettive armoniche, aprendo finestre liriche che dialogavano con naturalezza con la scrittura dei Fabularasa.

Tra i momenti più affascinanti della serata vi sono stati quelli in cui tutti i musicisti, silenziando i propri strumenti, hanno lasciato che Laginha abbandonasse il dialogo musicale per un istante per consentirgli di generare sonorità sospese e inattese. Il pubblico lo ha seguito con un’attenzione quasi ipnotica: lo sguardo correva dalle mani dell’artista alle vibrazioni che prendevano forma nello spazio del chiostro, in un dialogo continuo tra gesto, materia e suono. È stato uno di quei rari momenti in cui la tecnica si dissolve completamente nell’espressione artistica, lasciando emergere soltanto la forza evocativa della musica. La sua presenza non è stata quella del semplice ospite prestigioso, ma di un musicista capace di entrare nel tessuto sonoro della band con assoluta naturalezza.

Di grande spessore è stata, altresì, la partecipazione di Patrizia Laquidara, artista che da anni occupa un posto originale nella canzone d’autore italiana grazie alle sue capacità di coniugare ricerca vocale, intensità interpretativa e attenzione alla parola. La sua voce conserva quella qualità narrativa che, in uno alla dolcezza che la rende assolutamente irresistibile, rende ogni brano un racconto, capace di attraversare registri emotivi differenti senza mai indulgere nell’enfasi. L’interpretazione di Atlante ha rappresentato il momento emotivamente più intenso della serata. Laquidara ha saputo restituire il cuore poetico del brano con un equilibrio espressivo fatto di misura, profondità e naturalezza. La lunga ovazione del pubblico ha reso quasi inevitabile la riproposizione del pezzo nel bis, trasformandolo nel sigillo ideale del concerto.

Con il brano “Alicudi” (tratto dal suo ultimo album), che nasce da un’esperienza personale e che ha eseguito per la prima volta dal vivo, diversamente, la cantante ci dona un testo fresco, leggero (che ci ricorda tanto quelli degli indimenticabili anni 60) facendoci immergere in una realtà isolana dalla quale risuonano echi di un’estate che chiede (e suggerisce) lentezza, invitandoci a rallentare (ma ne saremo mai capaci veramente?).

La presenza di un’interprete del suo livello, tuttavia, che con “Rose” (brano dedicato alle donne) ci conquista per sempre, lascia anche una piccola riflessione sul piano della costruzione dello spettacolo. Pur riservandole uno dei momenti più significativi della serata, Luca Basso ha scelto di inserirla con grande discrezione all’interno dell’economia del concerto, quasi a preservare l’identità corale del progetto. Una scelta comprensibile, perché Atlante è prima di tutto il racconto dei Fabularasa, ma che ha finito per limitare in parte le possibilità di dialogo artistico con una personalità così ricca e riconoscibile quale quello della Laquidara. Qualche intervento in più, o un maggiore coinvolgimento della cantante in altri brani del repertorio, avrebbe probabilmente aggiunto ulteriori sfumature a una serata già di alto livello.

L’Agìmus Festival continua così la stagione estiva con un concerto di notevole qualità, capace di coniugare il fascino del luogo con una proposta musicale che guarda al Mediterraneo come spazio di incontro, di memoria e di continua contaminazione.
Il viaggio di Atlante è appena iniziato, ma la sensazione è quella di un progetto destinato a lasciare un segno, perché fondato su una scrittura autentica e su interpreti che fanno della misura, più che dell’effetto, la loro cifra espressiva.
Gemma Viti
Foto di Catalano G.
dalla pagina Facebook dell’Agìmus